Perché in Italia frena la crescita e aumentano i prezzi

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Perché in Italia frena la crescita e aumentano i prezzi

Perché in Italia frena la crescita e aumentano i prezzi

16 Maggio 2008

 

La galoppata dell’inflazione sembra non conoscere freni, in Italia. Per il sesto mese consecutivo l’Istat ha registrato record infranti, in netta contrapposizione al resto d’Europa. Il dilemma è che troppo spesso si parla di dati macroeconomici, dimenticandosi della realtà.

 

I dati Istat sono esemplificativi del fenomeno che stiamo vivendo, la stagflazione. Per lo scorso aprile il tasso d’inflazione tendenziale è stato pari al 3,3%, in aumento dello 0,3% rispetto il mese precedente. Ma l’aumento è più significativo se guardiamo l’anno passato, dato che l’indice generale dei prezzi al consumo è salito a quota 135,8 punti, rispetto ai 131,4 dell’aprile 2007, con una crescita percentuale pari all’1,8%. Ancora peggiore il quadro che si delinea osservando i dati relativi i vari capitoli di consumo: il settore più colpito è quello abitativo (comprensivo dei costi energetici), con un tasso inflattivo pari al 6,1%, ma riflettere gli squilibri derivanti dai subprime nell’area italiana è un errore da non commettere, data la marginale esposizione che i gruppi bancari nostrani hanno dimostrato di avere, finora. Infatti i comparti più in difficoltà sono l’alimentare (+5,6%) ed i trasporti (+5,1%), proprio quelli che influiscono maggiormente sui bilanci quotidiani. In controtendenza, invece, la variazione negativa del settore delle comunicazioni, che calano del 2,7%, sintomo che la concorrenza serrata fra i vari provider sta aiutando il consumatore.

 

Sono meno rosee le previsioni di Bank of England che ha ammesso che il tasso d’inflazione dell’area-euro potrà raggiungere quota +4% entro la fine dell’anno a causa della crisi petrolifera mondiale che sta spingendo il costo del greggio oltre i 130$ al singolo barile. Ma non solo, dato che le preoccupazioni derivano anche dall’incidenza nei bilanci dei maggiori costi d’importazione dei prodotti per via della forza della moneta europea. La Bce recentemente ha deciso di mantenere invariato il tasso di sconto al 4% proprio a causa dei timori riguardanti l’inflazione galoppante, dimenticandosi tuttavia che parte di essa è da ritenersi importata e che la crescita congiunturale risulta ancora sostenibile. E proprio questa misura sta raccogliendo consensi, considerato che il dato tendenziale dell’indice dei prezzi al consumo calcolato da Eurostat è calato ad aprile, arrivando al 3,3% dal 3,6% di marzo. Anche il commissario agli Affari Economici e Monetari, Joaquin Almunia, sembra ottimista ed afferma che «L’inflazione Ue si dirigerà verso il 2% nel corso dei prossimi trimestri». Questo perché la forza dell’euro sta aiutando tutto il mercato comunitario a ripararsi dalle influenze negative del deprezzamento del dollaro.

 

Diametralmente opposta la situazione italiana, in cui è in atto una tendenza molto particolare, quella della stagflazione, cioé la persistenza di stagnazione della crescita ed inflazione in aumento. Un fenomeno di difficile soluzione, data l’impossibilità di agire sulla leva monetaria in modo efficace. La Bce, dal canto suo, non può di certo operare in modo arbitrario per aiutare l’Italia, dato che tutto il resto dell’Eurozona si può considerare ancora in positivo, ed in ogni caso il suo mandato le impedisce di fare ciò. Se aggiungiamo l’instabilità politica che l’ha fatta da padrona negli ultimi sei mesi, il quadro italico è completo. Inutile scrivere soltanto dei dati macro, ignorando quelli micro. Le persone che vivono quotidianamente la loro lotta con i propri vincoli di bilancio lo sanno. E sanno anche che molto spesso gli aumenti dei prezzi che i beni al consumo subiscono sono il frutto solo di mere speculazioni che fanno leva sui trend decantati dai giornali. Spesso, purtroppo, con troppa sommarietà.

 

La realtà è appunto un difficile mix di rallentamento dei consumi (in parte dovuto allo stato dei salari, fermi da troppi anni), crescita sempre minore (secondo Confindustria sarà dello 0,3% per il 2008) ed inflazione reale ben oltre i dati diramati dagli istituti di statistica. L’imperativo per i primi cento giorni del nuovo esecutivo dovrà essere in primis quello di ridare fiducia ai settori istituzionali impegnati nel gioco economico nazionale. Come? Attraverso le misure previste dal programma del Pdl come la detassazione degli straordinari e l’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Ma non bastano, dato che il problema è molto più profondo e di difficile comprensione. Quindi è necessario applicare in modo deciso la ricetta liberista al mercato italiano: più incentivi reali per le imprese, accesso al credito migliorato, liberalizzazione dei mercati chiusi (come quello dell’energia), apertura verso nuove tipologie di mercato, sistema fiscale in grado di competere con quelli del resto d’Europa. Tutte misure che vanno nella direzione di fornire nuovamente credito all’Italia ed alla sua economia, per rinnovarla e renderla appetibile anche per investitori esteri.

 

Il compito è gravoso e non bisogna commettere l’errore del precedente Governo, quello di Romano Prodi, ovvero non riconoscere lo stato di salute della nostra economia. Dopo mesi di minimizzazione, si è giunti ad una stagflazione di fatto. Uscirne non sarà facile, ma le carte in regola per farlo ci sono tutte, basta saperlo.