Perché in Italia manca una “religione civile”

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Perché in Italia manca una “religione civile”

Perché in Italia manca una “religione civile”

03 Agosto 2007

I ricorrenti
attacchi del neotradizionalismo cattolico al Risorgimento italiano e ai suoi
artefici, a cominciare da Giuseppe Garibaldi – v. la libellistica
antigaribaldina di Angela Pellicciari, di Massimo Viglione, di Antonio Socci,
di Vittorio Messori etc. purtroppo presa sul serio anche da talune componenti
culturali di “Forza Italia”’ produce nello studioso, che ancora si ostina a
ispirarsi alla grande lezione di Max Weber, un profondo disagio. Quello di essere
costretto a una sorta di “cerchiobottismo teoretico” indotto dalla sua ferma
determinazione a non voler proiettare nel passato passioni e programmi d”azione
del presente. La crociana “storia come pensiero e come azione” è diventata,
ormai, una rappresentazione dei conflitti politici e ideologici del nostro
tempo con gli abiti di scena di ieri o di avant’ieri. Non stupisce, pertanto,
che un difensore (peraltro benemerito) di Garibaldi come Mario Isnenghi – v. il
suo libro Garibaldi fu ferito, ed.
Donzelli – tragga pretesto dai detrattori dell’eroe dei due mondi per parlare,
non solo, del vuoto lasciato dalla fine delle ideologie (un paese che non crede
più a niente non può che provar fastidio per chi consacrò la sua vita all’ideale)
ma, altresì, della conversione monarchica di uomini come Francesco Crispi o
Agostino Depretis, presentandoli quasi nelle vesti degli intellettuali
militanti d”antan passati al servizio
del Cavaliere.

In tal modo, tra
la Scilla del rinato sanfedismo cattolico e la Cariddi del moralismo laicista –
che dal gobettismo, attraverso l’azionismo, arriva sino a Pannella e all’ideologia
rosapugnona – viene ancora una volta rimosso quello che fu il dramma effettivo
del Risorgimento italiano e poi dell’Italia unita: l’assenza di una autentica religione civile e la sua sostituzione o
con la religione politica (fascista o
comunista) o con una ideologia teocratica nutrita di antimodernismo. Poiché
storici superficiali come Emilio Gentile hanno contribuito a intorbidare questa
complessa tematica, è necessario introdurre qualche utile distinzione
concettuale. La religione civile è il
sostegno simbolico che il sistema politico riceve da tutte le confessioni
religiose presenti nel paese, che idealmente partecipano, ogni giorno all’alzabandiera
negli spazi pubblici e pregano, ciascuna nel suo linguaggio, il gran Dio dell’universo
perché protegga la patria e le sue leggi. La trascendenza rimane trascendenza
e, persino, nel caso del “popolo eletto”, non viene mai asservita (del tutto)
alla ragion di stato e alle sue logiche potenzialmente imperialistiche. Tant’è
vero che il “Padre che è nei cieli” può punire i suoi figli che hanno
disobbedito ai suoi comandamenti e riversare su di essi la sua collera. “Tremo
al pensiero della giustizia divina” confessava il mite illuminista Thomas
Jefferson parlando della schiavitù.

La religione
politica
è altra e diversa cosa: è l’immanente che si fa trascendente, la
comunità politica che assurge a entità divina, l’oltremondo che si fa mondo, l’Eden
che non sta al di là ma deve essere realizzato nell’al di qua. La “grande
divisione” liberale tra etica, politica, religione, economia è annullata: c’è un
solo dovere, quello di cooperare con lo Spirito dell’Ideologia al compimento
della promessa; c’è una sola immortalità, quella riservata ai caduti nella
guerra contro i nemici esterni o nella lotta contro gli avversari di classe: ”chi
per la patria muor vissuto è assai!” ma anche gli eroi del popolo avranno i
loro santuari della memoria.

Nelle grandi
democrazie atlantiche, la constantiana “libertà dei moderni” è nata, per così
dire, dalla secolarizzazione di abiti e credenze religiose profondamente
radicate nel sentire collettivo: lo spirito cartesiano e razionalista non vi ha
svolto alcun ruolo significativo. Come insegnano i grandi sociologi e pensatori
politici dell’Ottocento e del Novecento – da Alexis de Tocqueville al citato
Max Weber – è dalle parrocchie che sono nati i “costumi” e dai costumi sono
nate le costituzioni, che oggi diremmo, “materiali”. Il culto dell’interiorità,
i valori dell’ordine e dell’autodisciplina, il senso dell’onore e della
rispettabilità, l’esaltazione del lavoro, il privilegiamento dell’onestà e
della rettitudine e la riprovazione di qualità “mediterranee” come l’astuzia e
l’arte dell’arrangiarsi, costituiscono da sempre la sostanza etica della
democrazia anglosassone. La “religione civile”, in queste aree, è anche il
compendio di disposizioni morali che rappresentano per lo Stato risorse
preziose ma, altresì, possibili “tribunali spirituali” intesi a ricordare
costantemente ai governanti i loro doveri e ai governati i loro diritti – v. il
ruolo dei ministri del culto delle “Grandi Pianure” nei movimenti di protesta
contro le tentazioni autoritarie dei leader politici di Washington (Es. il maccartismo).

La tragedia
italiana (ma anche francese e iberica) può riassumersi nella scissione tra la
dimensione religiosa e quella etico-politica: il cattolicesimo – parlo della
sua “sociologia” non della corretta interpretazione dei testi sacri, su cui non
ho competenza – non ha prodotto “costumi” utilizzabili dalla democrazia
liberale e la “modernità ha compiuto il suo cammino senza di esso anzi, spesso,
contro di esso. Di qui il nobilissimo tentativo mazziniano (a torto irriso o
malcompreso dagli spiriti superficiali) di “dare una ”anima alla nazione” avendo
intuito giustamente che le repubbliche non possono costruirsi senza una qualche
base nel “divino” – e sia pure in un divino che si è ritirato dal mondo ma vi
ha lasciato un’impronta indelebile nei valori diffusi e, in primis, nel senso del dovere e del sacrificio. Ma di qui, pure,
l’inevitabile fallimento del progetto giacché nessun uomo e nessun partito, per
quanto di spiriti profetici dotati, possono supplire al lavoro dei secoli e di
agenzie spirituali che, pur non immuni, come tutte le cose umane, dalla
corruzione e dalla violenza, hanno eretto cattedrali e conventi, “spedali” e
università, hanno animato missioni e fondato istituti di carità.

Come si legge in
un meditato editoriale di “Civiltà Cattolica” di alcuni anni fa, Unità d’Italia e laicità dello Stato (2002,
III, quad. 3653),”gran parte dei patrioti italiani, Mazzini compreso,
auspicavano la creazione di un nuovo tipo di religiosità laica in qualche modo
concorrente – anche se non contrapposta con quella tradizionale cattolica, alla
quale la stragrande maggioranza degli italiani si sentiva intimamente legata.
|…| Questa religiosità patriottica (della “santa carità della Patria”) aveva
come fine dichiarato l’adempimento di una missione quasi salvifica – di altro
valore spirituale e morale (cioè ideale) – alla quale tutti gli italiani liberi
erano chiamati a cooperare per dar vita alla tanto attesa unità nazionale”.

Disancorata da
un’istituzione religiosa che “stava nel mondo” ma che guardava oltre il mondo,
la religione patriottica mazziniana rischiava o di trasformarsi in una “religione
politica” (come il nazionalismo e il fascismo), con la perdita secca dell’universalismo
illuministico dell’Apostolo genovese, o di diventare l’ideologia di un’élite intellettuale laicista,
anticlericale (le sue ultime propaggini sono l’azionismo di ieri e il
rosapugnonismo di oggi) priva di rapporti organici con le masse, con la perdita
dello spiritualismo arco portante dei Doveri
dell’uomo
.

Contro la Chiesa la costruzione della “democrazia
in Italia” si faceva sulla sabbia ma con la Chiesa non si faceva affatto,
avendo Pio IX inalberato il vessillo della Controrivoluzione e di una lotta a
oltranza contro lo spirito del liberalismo che nessuna esegesi revisionistica
del Sillabo riuscirà mai a
ridimensionare o a “storicizzare”. La vera anomalia italiana è tutta qui.