Perché la partita tra Casini e il Cav. non è chiusa

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Perché la partita tra Casini e il Cav. non è chiusa

Perché la partita tra Casini e il Cav. non è chiusa

28 Novembre 2007

In questi giorni si è parlato
molto, anche all’interno degli ambienti di Forza Italia, della necessità di
tornare a dialogare con Fini. A poche ore dall’incontro del leader centrista
con Veltroni, c’è da chiedersi se lo stesso ragionamento si possa fare anche
con Pierferdinando Casini, che con Fini emette ora comunicati congiunti.

Magari provandosi a rovesciare il
tema: perché bisogna che Casini torni a dialogare con Berlusconi. Se Berlusconi
ha “sdoganato” Fini togliendo il MSI dal ghetto nel quale era rinchiuso, con
Casini ha fatto ancora di più: nel 1994, come Mosè lo ha salvato dalle acque,
imbarcandolo, da naufrago, 
sull’ammiraglia chiamata Forza Italia che lo ricondusse nel porto del
Parlamento. 

Da allora la collaborazione è
stata costante, nella buona e nella cattiva sorte, e ha avuto benefici effetti
anche per Berlusconi, cui anche i buoni uffici di Casini (e, più ancora, di
Buttiglione) hanno spalancato le porte del Partito Popolare Europeo, sottraendo
Forza Italia a certe caratteristiche un po’ naif.

Poi, la nascita dell’UDC ha messo
fine ad una fase convulsa, con una scelta precisa di campo, quella di
centrodestra, ritenuta più congeniale anche per lo svolgimento delle proprie
peculiarità politiche ed ideali.

Un’ora dopo le ultime elezioni
perse per un soffio, l’UDC ha dichiarato finita l’esperienza della Casa delle
Libertà. Che bisognasse affrontare senza indulgenze le ragioni della sconfitta,
porre l’alleanza su basi nuove era del tutto evidente, ma rispondere a questo
con una sorta di splendido isolamento, battendo il tasto sulla propria
diversità, è andato forse oltre le legittime aspirazioni di ogni partito della
coalizione di crearsi una propria nicchia.

E qualche riflessione andava
fatta anche intra moenia, se è vero
che il primo segretario dell’UDC, Marco Follini, si è dimesso da segretario,
accusando le caratteristiche plastiche di un partito  che aveva forgiato lui, e scoprendo le
contraddizioni di un governo dopo esserne stato per sei mesi silente
vicepresidente.

Il suo approdo alla corte di
Veltroni pone qualche dubbio sulla riaffermata fedeltà al centrodestra da parte
di coloro che, prima di prenderne il posto, erano suoi consiglieri o
ispiratori.

Di fronte alla mossa di
Berlusconi, davanti all’UDC si aprono due strade. La prima è quella proposta da
Tabacci e Baccini,  la via centrista
della Cosa bianca. Disegno non privo
di fascino ma impalpabile e vacuo, per il quale il ritorno della proporzionale
è condizione necessaria ma non sufficiente. Manca qualsiasi sponda sull’altro
versante. Persino persone particolarmente sensibili alla questione decisiva
oggi – quella antropologica – non hanno fatto una piega e si sono
tranquillamente accodate alla corte di Walter Veltroni, dimostrando di esserne
culturalmente subalterni o politicamente impotenti.

In questo contesto l’evocazione
di Sabino Pezzotta come demiurgo corrisponde all’invocazione del mago
Othelma,  a meno che non si ritenga  l’ex sindacalista in grado di trascinare su
questo progetto il milione di persone del Family Day.

Non si vede nemmeno come questa
prospettiva contribuisca a ridimensionare le estreme, problema che affligge
soprattutto il versante sinistro dello schieramento.

L’altra strada è quella di
accettare la sfida di Berlusconi, che della presenza di Casini sarebbe costretto
a tener conto, sfrondando il progetto da possibili venature populiste e
radicandolo in un percorso democratico di garanzia per tutti, nell’alveo sicuro
del Ppe.

Liquidare chi, come Giovanardi,
sostiene questa strada,  come una “quinta
colonna altrui”, (intervista a Repubblica del 22 novembre) invitandolo
semplicemente a togliersi dai piedi, significa evidenziare in sé quelle  caratteristiche autoritarie che si vogliono
denunciare.

Gli elettori dell’UDC hanno fatto
una scelta di campo ormai precisa e potrebbero percepire nella riottosità di
Casini a misurarsi con un grande progetto una esaltazione del “piccolo è bello”
che contrasta con l’immagine di leader autorevole non ha paura a misurarsi con
grandi progetti.

Ciò potrebbe essere oltremodo
pericoloso nell’ipotizzato sistema proporzionale con un’alta soglia di
sbarramento.

Ecco perché partecipare da
protagonisti al processo di riaggregazione del centrodestra è un percorso che
ha una sua dignità e coerenza. Forse più che seguire le vaghe stelle dell’orso (bergamasco).