Perché la presenza Usa nel Golfo rende il mondo più sicuro
07 Gennaio 2008
Ci sono poche cose più importanti del petrolio, del Golfo
Persico e della politica estera americana. Ma è anche vero che pochi argomenti sono
così mal compresi. Infatti, anche un osservatore abbastanza acuto,
attribuirebbe l’interesse americano nel Golfo Persico all’insaziabile sete di
greggio, combinata con il tentativo di guadagnare lucrosi contratti per le
compagnie petrolifere a stelle e strisce. Secondo questo punto di vista, gli
Usa sarebbero una specie di Conte Dracula globale, che scandaglia il pianeta in
cerca di corpi freschi, sperando di poterli prosciugare del loro prezioso sangue.
Certo, è vero: la sicurezza delle forniture petrolifere
americane sono un elemento del pensiero strategico nazionale dall’incontro tra
Franklin Delano Roosevelt e il re saudita Abdul Aziz alla fine della seconda
guerra mondiale. È anche vero che il governo statunitense non è mai stato
indifferente nei confronti dei più grandi affari petroliferi. Ma la sicurezza
delle forniture energetiche domestiche gioca in realtà un ruolo di secondo
piano nel contesto della politica americana nel Golfo Persico, e gli interessi
puramente commerciali delle compagnie americane non guidano certo la nostra
strategia politica generale.
Gli Usa ad oggi dipendono solo in piccola parte dal Medio
Oriente per quanto riguarda le forniture energetiche. L’America è ancora il terzo paese del mondo
per produzione di petrolio nonché detentore di grandi miniere di carbone, ed è
molto meno dipendente da fonti energetiche straniere delle altre grandi
economie. Le importazioni ammontano al 35% del consumo energetico nazionale
contro il 56% dell’Unione Europea e l’80% del Giappone. Circa la metà del%0D
petrolio e di tutto il gas naturale importato dagli Usa arriva dall’emisfero
occidentale, e l’Africa sub-sahariana provvede per la quasi totalità di tale
bilancio. Soltanto il 17% delle importazioni di petrolio e meno dello 0.5% del
nostro gas naturale arriva dal Golfo Persico; l’80% delle importazioni
giapponesi, invece, provengono dal Golfo e, per il 2015, il 70% del petrolio
della Cina arriverà dalla stessa fonte.
Mentre le importazioni di greggio degli Usa dovrebbero
crescere in maniera significativa, la dipendenza del nostro paese dal Golfo
Persico non dovrebbe crescere altrettanto e questo grazie ai previsti incrementi
di produzione di petrolio nell’emisfero occidentale e nell’Africa
sub-sahariana. Le importazioni energetiche americane dal Golfo dovrebbero
rimanere al di sotto del 20% del consumo nazionale totale. È chiaro che,
essendo il mercato del petrolio globale, se succedesse qualcosa alle forniture
mediorientali, i prezzi crescerebbero di conseguenza in tutto il mondo e
l’economia statunitense ne uscirebbe seriamente danneggiata. Ma il consumo
energetico domestico non è comunque la chiave per capire gli interessi
americani nel Golfo.
Nel corso degli ultimi secoli si è andato lentamente
formando un sistema politico ed economico globale sotto l’egida britannica
prima e americana poi. Come elemento essenziale del sistema, il potere globale
dominante – con l’aiuto degli alleati e di altri gruppi politici – vigila sulla
sicurezza del mercato mondiale nei mari e nei cieli, mentre assicura che le
transazioni economiche internazionali avvengano in maniera ordinaria e senza
intoppi. Grazie alla protezione americana, la Germania, il Giappone, la Cina,
la Corea e l’India possono permettersi di non utilizzare la forza militare e di
non mandare le loro forze armate in Medio Oriente per difendere l’accesso alle risorse
energetiche. Oltretutto, questi paesi non sono nemmeno obbligati a difendere le
loro navi cargo di petrolio o gas liquido con l’impiego della marina militare.
Affinché questo sistema funzioni, gli americani devono
impedire a qualsiasi potere di dominare il Golfo Persico e allo stesso tempo
mantenere la loro capacità di proteggere il passaggio di navi nelle sue acque.
In quest’ottica, i sovietici dovevano essere tagliati fuori dal Golfo durante
la guerra fredda, e la sicurezza e l’indipendenza degli sceiccati del petrolio
dovevano essere protette dall’ambizione di capi di Stato arabi come l’egiziano
Gamal Abdel Nasser e l’iracheno Saddam Hussein. Durante la guerra fredda, ad
esempio, gli americani hanno formato alleanze con la Turchia, Israele e (fino
al 1979) con l’Iran, tre stati non-arabi che avevano i loro buoni motivi per
opporsi sia ai sovietici che ad altri Stato pan-arabisti.
Quando, però, la
caduta dello Scia iraniano ha trasformato un alleato regionale di primo piano
in un implacabile nemico, gli Usa hanno risposto stringendo alleanze ancora più
strette sia con Israele che con la Turchia – mentre sviluppavano una relazione
più profonda con l’Egitto, che nel frattempo aveva rinunciato all’obiettivo
politico di Nasser di riunire tutte le nazioni arabe sotto la sua bandiera.
Oggi, gli Stati Uniti stanno costruendo una coalizione
contro la pretesa di domino iraniano nel Golfo. Israele, una nazione che ha
ragioni proprie per opporsi all’Iran, rimane una componente importante nella
strategia americana, ma allo stesso tempo Washington deve anche fare i conti
con i costi politici di questa relazione quando dialoga con gli stati
arabo-sunniti. L’opposizione americana al programma nucleare iraniano, ad
esempio, non riflette solamente le preoccupazioni riguardo alla sicurezza
israeliana e la possibilità che l’Iran possa rifornire gruppi terroristi di
materiale nucleare. Riflette anche l’interesse americano nel proteggere la sua
abilità di mandare, volendo, l’esercito regolare nel Golfo.
La fine della possibilità di difendere il Golfo e le tratte
commerciali attorno ad esso da parte dell’America, sarebbe enormemente dannosa
e non solo per noi americani. Il budget di difesa di ogni superpotenza
crescerebbe drammaticamente e la politica mediorientale ne uscirebbe
ulteriormente destabilizzata, perché ogni nazione a quel punto cercherebbe di
aumentare la propria influenza politica nell’area per assicurarsi un accesso al
petrolio in uno scenario di “tutti contro tutti”.
Il potenziale di conflitto e caos è reale. Un mondo fatto di
superpotenze insicure e sospettose, impegnate in competizioni militari su
interessi vitali non sarebbe certo un posto felice e sicuro. Ogni nave da
guerra che la Cina dovesse costruire per proteggere il crescente numero di
petroliere necessario a trasportare il greggio dal Medio Oriente negli anni a
venire, rappresenterebbe allo stesso tempo una minaccia per la sicurezza delle
risorse petrolifere del Giappone, così come di quelle dell’India e di Taiwan.
La stessa cooperazione politica europea ne uscirebbe probabilmente danneggiata
visto che i vari paesi cercherebbero di fare i migliori affari possibili con la
Russia, gli stati del Golfo e altri paesi confinanti ricchi di petrolio, come
l’Algeria.
La politica nel Golfo Persico, pertanto, rappresenta una dei
modi principali con cui gli Usa stanno cercando di costruire un mondo pacifico dove
esercitare la propria influenza, che guidata in ultima istanza dall’interesse
nazionale americano, provvede al rifornimento di beni primari per la comunità
globale. Per questo, il prossimo presidente americano, indipendentemente dalle
sue convinzioni sull’intervento in Iraq voluto da George W. Bush, dovrà
necessariamente fare della sicurezza degli stati del Golfo Persico una della
più urgenti priorità di politica internazionale.
© Wall Street Journal
Traduzione di Andrea Holzer
Walter Russel Mead è membro del Council of
Foreign Relations e autore del libro recentemente pubblicato dalla Knopf: “God
and Gold: Britain, America, and the making of Modern World”.
