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Perché la presenza Usa nel Golfo rende il mondo più sicuro

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Ci sono poche cose più importanti del petrolio, del Golfo Persico e della politica estera americana. Ma è anche vero che pochi argomenti sono così mal compresi. Infatti, anche un osservatore abbastanza acuto, attribuirebbe l'interesse americano nel Golfo Persico all'insaziabile sete di greggio, combinata con il tentativo di guadagnare lucrosi contratti per le compagnie petrolifere a stelle e strisce. Secondo questo punto di vista, gli Usa sarebbero una specie di Conte Dracula globale, che scandaglia il pianeta in cerca di corpi freschi, sperando di poterli prosciugare del loro prezioso sangue.  

Certo, è vero: la sicurezza delle forniture petrolifere americane sono un elemento del pensiero strategico nazionale dall’incontro tra Franklin Delano Roosevelt e il re saudita Abdul Aziz alla fine della seconda guerra mondiale. È anche vero che il governo statunitense non è mai stato indifferente nei confronti dei più grandi affari petroliferi. Ma la sicurezza delle forniture energetiche domestiche gioca in realtà un ruolo di secondo piano nel contesto della politica americana nel Golfo Persico, e gli interessi puramente commerciali delle compagnie americane non guidano certo la nostra strategia politica generale. 

Gli Usa ad oggi dipendono solo in piccola parte dal Medio Oriente per quanto riguarda le forniture energetiche.  L'America è ancora il terzo paese del mondo per produzione di petrolio nonché detentore di grandi miniere di carbone, ed è molto meno dipendente da fonti energetiche straniere delle altre grandi economie. Le importazioni ammontano al 35% del consumo energetico nazionale contro il 56% dell'Unione Europea e l'80% del Giappone. Circa la metà del%0D petrolio e di tutto il gas naturale importato dagli Usa arriva dall'emisfero occidentale, e l'Africa sub-sahariana provvede per la quasi totalità di tale bilancio. Soltanto il 17% delle importazioni di petrolio e meno dello 0.5% del nostro gas naturale arriva dal Golfo Persico; l'80% delle importazioni giapponesi, invece, provengono dal Golfo e, per il 2015, il 70% del petrolio della Cina arriverà dalla stessa fonte.

Mentre le importazioni di greggio degli Usa dovrebbero crescere in maniera significativa, la dipendenza del nostro paese dal Golfo Persico non dovrebbe crescere altrettanto e questo grazie ai previsti incrementi di produzione di petrolio nell'emisfero occidentale e nell'Africa sub-sahariana. Le importazioni energetiche americane dal Golfo dovrebbero rimanere al di sotto del 20% del consumo nazionale totale. È chiaro che, essendo il mercato del petrolio globale, se succedesse qualcosa alle forniture mediorientali, i prezzi crescerebbero di conseguenza in tutto il mondo e l'economia statunitense ne uscirebbe seriamente danneggiata. Ma il consumo energetico domestico non è comunque la chiave per capire gli interessi americani nel Golfo.  

Nel corso degli ultimi secoli si è andato lentamente formando un sistema politico ed economico globale sotto l'egida britannica prima e americana poi. Come elemento essenziale del sistema, il potere globale dominante – con l'aiuto degli alleati e di altri gruppi politici – vigila sulla sicurezza del mercato mondiale nei mari e nei cieli, mentre assicura che le transazioni economiche internazionali avvengano in maniera ordinaria e senza intoppi. Grazie alla protezione americana, la Germania, il Giappone, la Cina, la Corea e l'India possono permettersi di non utilizzare la forza militare e di non mandare le loro forze armate in Medio Oriente per difendere l'accesso alle risorse energetiche. Oltretutto, questi paesi non sono nemmeno obbligati a difendere le loro navi cargo di petrolio o gas liquido con l’impiego della marina militare.

Affinché questo sistema funzioni, gli americani devono impedire a qualsiasi potere di dominare il Golfo Persico e allo stesso tempo mantenere la loro capacità di proteggere il passaggio di navi nelle sue acque. In quest'ottica, i sovietici dovevano essere tagliati fuori dal Golfo durante la guerra fredda, e la sicurezza e l’indipendenza degli sceiccati del petrolio dovevano essere protette dall'ambizione di capi di Stato arabi come l'egiziano Gamal Abdel Nasser e l'iracheno Saddam Hussein. Durante la guerra fredda, ad esempio, gli americani hanno formato alleanze con la Turchia, Israele e (fino al 1979) con l'Iran, tre stati non-arabi che avevano i loro buoni motivi per opporsi sia ai sovietici che ad altri Stato pan-arabisti.

Quando, però,  la caduta dello Scia iraniano ha trasformato un alleato regionale di primo piano in un implacabile nemico, gli Usa hanno risposto stringendo alleanze ancora più strette sia con Israele che con la Turchia – mentre sviluppavano una relazione più profonda con l'Egitto, che nel frattempo aveva rinunciato all’obiettivo politico di Nasser di riunire tutte le nazioni arabe sotto la sua bandiera.

Oggi, gli Stati Uniti stanno costruendo una coalizione contro la pretesa di domino iraniano nel Golfo. Israele, una nazione che ha ragioni proprie per opporsi all'Iran, rimane una componente importante nella strategia americana, ma allo stesso tempo Washington deve anche fare i conti con i costi politici di questa relazione quando dialoga con gli stati arabo-sunniti. L'opposizione americana al programma nucleare iraniano, ad esempio, non riflette solamente le preoccupazioni riguardo alla sicurezza israeliana e la possibilità che l'Iran possa rifornire gruppi terroristi di materiale nucleare. Riflette anche l'interesse americano nel proteggere la sua abilità di mandare, volendo, l'esercito regolare nel Golfo. 

La fine della possibilità di difendere il Golfo e le tratte commerciali attorno ad esso da parte dell'America, sarebbe enormemente dannosa e non solo per noi americani. Il budget di difesa di ogni superpotenza crescerebbe drammaticamente e la politica mediorientale ne uscirebbe ulteriormente destabilizzata, perché ogni nazione a quel punto cercherebbe di aumentare la propria influenza politica nell’area per assicurarsi un accesso al petrolio in uno scenario di “tutti contro tutti”.

Il potenziale di conflitto e caos è reale. Un mondo fatto di superpotenze insicure e sospettose, impegnate in competizioni militari su interessi vitali non sarebbe certo un posto felice e sicuro. Ogni nave da guerra che la Cina dovesse costruire per proteggere il crescente numero di petroliere necessario a trasportare il greggio dal Medio Oriente negli anni a venire, rappresenterebbe allo stesso tempo una minaccia per la sicurezza delle risorse petrolifere del Giappone, così come di quelle dell'India e di Taiwan. La stessa cooperazione politica europea ne uscirebbe probabilmente danneggiata visto che i vari paesi cercherebbero di fare i migliori affari possibili con la Russia, gli stati del Golfo e altri paesi confinanti ricchi di petrolio, come l'Algeria.

La politica nel Golfo Persico, pertanto, rappresenta una dei modi principali con cui gli Usa stanno cercando di costruire un mondo pacifico dove esercitare la propria influenza, che guidata in ultima istanza dall'interesse nazionale americano, provvede al rifornimento di beni primari per la comunità globale. Per questo, il prossimo presidente americano, indipendentemente dalle sue convinzioni sull'intervento in Iraq voluto da George W. Bush, dovrà necessariamente fare della sicurezza degli stati del Golfo Persico una della più urgenti priorità di politica internazionale.


© Wall Street Journal

Traduzione di Andrea Holzer

Walter Russel Mead è membro del Council of Foreign Relations e autore del libro recentemente pubblicato dalla Knopf: “God and Gold: Britain, America, and the making of Modern World”.

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