Perché la Terza Repubblica sarà diversa

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Perché la Terza Repubblica sarà diversa

16 Aprile 2008

La rivoluzione del 1994 è finalmente arrivata a compimento.
In Italia, in un certo senso, è caduto definitivamente il Muro. Senza
la fine del comunismo, senza le sue ripercussioni sul sistema politico
italiano, assai probabilmente Berlusconi non sarebbe mai entrato in
politica. Dovette farlo in una situazione di emergenza, mettendo
insieme quello che insieme non immaginava nemmeno di poter stare: la
Lega al nord e l’Msi al sud. Non a caso, i suoi stessi alleati di oggi.

Quella improvvisazione fantasiosa che allora ci
salvò dalla gioiosa macchina da guerra e dall’innesto di processi
disgregativi, non fu indolore. In termini politici si scontò l’assenza
di una classe dirigente all’altezza della sfida. In termini
istituzionali, l’inesistenza di un contesto che potesse sostenere
l’uscita dal proporzionalismo e l’avvio di una compiuta rivoluzione
maggioritaria.

Questa situazione si è trascinata
per anni. I limiti di quanti avrebbero voluto innovare il sistema e la
strenua resistenza dei conservatori hanno prodotto come risultato una
transizione che pareva dovesse prolungarsi senza fine. Ma, come spesso
accade in queste situazioni, proprio dalla tetragona resistenza di
quanti non vogliono prendere atto del cambiamento è provenuto il colpo
di grazia all’ancien régime. Per quanto è accaduto il 13 e il 14 aprile
dobbiamo in qualche modo ringraziare Prodi e il suo dossettismo. Se non
ci fosse stato il tentativo di governare contro la realtà di un Paese
spaccato in due, con ogni probabilità non si sarebbe posto il problema
di dover scegliere: tornare indietro al periodo precedente al ‘94,
quando a contare erano soprattutto i partiti, oppure andare avanti,
superando i limiti di coalizioni rissose all’interno delle quali i
partiti cercavano disperatamente di riguadagnare la forza che il ’94
aveva loro sottratto.

La terza fase della
Repubblica ha avuto inizio da qui: dalla scelta obbligata di Veltroni
di presentarsi senza accordarsi con alleati con i quali il Pd aveva
litigato per due anni, e dal conseguente coraggio di Berlusconi di
“tagliare” ambedue le ali (Casini al centro e Santanchè a destra) per
presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, rappresentativo di
tutto il centrodestra.

La scelta ha riguardato il
sistema ancor più che la compatibilità di idee e programmi. Se si fosse
concesso all’Udc di coalizzarsi a livello nazionale mantenendo il
proprio simbolo, si sarebbero prodotti due effetti negativi: il Popolo
della Libertà si sarebbe configurato come partito di destra; e non vi
sarebbe stato il “cuscinetto” scudocrociato che di fatto ha impedito al
Pd di sfondare al centro. Oggi, pur non conoscendo ancora i flussi del
voto, si può già dire che Veltroni è riuscito a evitare la débâcle solo
per aver cannibalizzato la sinistra massimalista.

Per
Berlusconi vi sono tutti i presupposti della grande occasione. Coloro
che temono i rischi di un’alleanza con una Lega rafforzata sono quasi
sempre gli stessi che dicono anche di aver paura della presunta forza
eccessiva del Cavaliere. Ma una ipotesi di governo, quale che sia, non
può non trovare sul suo cammino ostacoli e vincoli. Il problema,
semmai, è avere le capacità per superarli. E, nel rapporto con la Lega,
i modi per oltrepassare le difficoltà sono stati da tempo sperimentati.

D’altra parte, Berlusconi e il Popolo della Libertà avranno la possibilità di giocare su altri
terreni, oltre che su quello del governo. Devono condurre in porto la
riforma dello Stato: ciò che non si è riusciti a fare nel secondo tempo
della Repubblica, dal 1994 ad oggi.

Solo per
fermarci ai rami alti, ci sono da approvare i nuovi regolamenti
parlamentari che razionalizzino “le Camere introvabili” che il 29
aprile si riuniranno per la prima volta (con soli tre gruppi al Senato
e quattro alla Camera); c’è da cambiare la legge elettorale; ci sono da
regolamentare per legge alcuni aspetti della vita interna di nuovi
partiti a vocazione maggioritaria che devono pretendere garanzie ed
essere in grado di fornirne. Infine, e contemporaneamente, nell’ambito
della riforma delle istituzioni bisogna finire di scrivere quelle tre
pagine che il Costituente nel 1947 lasciò incompiute: forma di Stato,
forma di governo, bicameralismo.

Vi è poi un
ultimo ambito nel quale il lavoro dei vincitori di oggi potrà risultare
determinante affinché il successo possa conquistare la durata. E’
quello del partito. Il Popolo della Libertà è nato da un’occasione
elettorale; bisognerà trasformarlo in qualcosa di permanente senza
cedere alla burocratizzazione del “partitismo classico”. A tal fine
servirà fantasia, ma ancor più applicazione. Servirà anche un rapporto
tanto rispettoso quanto schietto e disponibile con quanti, pur non
lontani sul piano dei principi e dei programmi, non hanno accettato di
abbandonare la logica della coalizione tra partiti per entrare a far
parte di un grande partito di coalizione. Bisognerà saper dimostrare
loro – con i fatti ancor più che con le parole – che non si tratta di
egemonia, ma del lascito che una generazione politica di moderati e
liberali deve provare a dare al proprio Paese.