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La partita dell'energia

Perché l’ENI ha rivisto la sua strategia in Kazakhstan

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Se fosse una fiaba per bambini, l’incipit suonerebbe più o meno così: “C’era una volta un regno incantato che si trovava in acque poco profonde. Lì sotto si celavano ricchezze e potere per i molti che le cercavano; per raggiungerle gli eroi dovevano pagare un fio: sconfiggere i demoni del freddo e del caldo, depistare mostri gassosi posti a guardia nell’antro del regno, pur mantenendo saldo il loro spirito di gruppo”.

Nessuna favola, realtà, solo realtà. Il regno in questione si chiama Kashagan, e non si tratta di un posto magico, né tanto meno di una crasi fiabesca tra l’Eldorado americano e il mitico regno d’Atlantide. Kashagan è la più importante scoperta petrolifera degli ultimi trent’anni e la sua storia prende il nome da un poeta della vicina Aktau, in Kazakhstan. La saga del giacimento di Kashagan è un affresco dei tempi, dai riferimenti procedurali degni dell’Isola dei Famosi, sullo sfondo di un magnifico angolo paesaggistico, nel cuore selvaggio del bacino pre-caspico kazakho. La posta in gioco: tanto oro nero e affini gassosi. 

Alla ricerca di Kashagan? All’inizio degli anni Novanta, l’Impero sovietico è al collasso. Le sue rovine giacciono nelle fragili mani di Boris Eltsin. Il Kazakhstan, dopo più di duecento anni di dominazione russa, nel 1991 ottiene l’indipendenza da Mosca. Ad Astana, capitale della rinata nazione kazakha, a metà degli anni Novanta si cercano risorse economiche e finanziarie per uno Stato giovane e dall’equilibrio politico fragile. Il paese è enorme (il Kazakhstan ha una superficie pari a due terzi del territorio statunitense) e le sue risorse rimangono, in grande misura, ancora inesplorate. L’economia di Stato allora si orienta verso le due risorse più remunerative di cui la nazione disponga: petrolio e gas. Le elites kazakhe si guardano intorno e, dal 1993, favoriscono una fase di apertura economica verso le compagnie energetiche occidentali.

Nel novembre del 1997 il governo kazakho firma, assieme alle maggiori compagnie petrolifere interessate alla regione caspica, il North Caspian Production Sharing Agreement. Una sorta di contratto-quadro attraverso il quale il governo kazakho si dota di uno strumento di gestione delle operazioni politico-economiche che la presenza di tanti mastodonti nel cortile di casa ingenera. All’accordo aderiscono ENI, Total, Shell, Exxon-Mobil, Conoco-Phillips, British Petroleum e la norvegese Statoil. E ancora, British Gas e la giapponese Impex Masela Ltd. Dulcis in fundo anche la compagnia di Stato kazakha, KazMunaiGaz, fa il suo gioco.

Dopo soli due anni, nel novembre 1999, in un’area già ampiamente esplorata e in parte già sfruttata, il colpaccio: la più importante scoperta petrolifera dai tempi del giacimento statunitense di Prudhoe Bay, in Alaska, nell’anno orribile. Kashagan è sì un volgarissimo volume di materia scarsa, ma tanto, tanto grande. “Ad oggi, il pozzo petrolifero più prolifico esistente al mondo, dopo il sito di Ghawar in Arabia Saudita”, tanto per parafrasare il verbo entusiastico del patron di ENI, Paolo Scaroni.

Dov’è, cos’è, e quanto costa la ricchezza di Kashagan? Kashagan è un giacimento gas/petrolifero che copre una superficie di 3375 Km². E’ situato nel mar Caspio, e più precisamente a nord, nel bel mezzo del bacino pre-caspico. Individuato nel lontano novembre 1999 (scoperta resa pubblica solo nel 2000), secondo le stime pubbliche, Kashagan porta in dote ricchezze potenziali stimate in 38 miliardi di barili. La quantità di barili di greggio effettivamente estraibili, però, si aggira intorno ai 7–9 mld. (11-13 con re-iniezione di gas).

Nel bene e nel male, a Kashagan c’è tutto questo e anche di più: tanto, tanto gas: 489 cbm. (mld. di metri cubi) che pare non potrà essere estratto a breve, se non per una quota pari al 20 per cento sul totale, considerando i costi crescenti legati alla purificazione del gas, e i rischi ambientali che comporta lo stoccaggio a terra dell’acido solfidrico. Complicatissimo. Ma tant’è, di questo si parla. L’aspettativa estrattiva a regime è stimata in 1,5 milioni di barili giornalieri, forse raggiungibile nel 2019.

Kashagan, oltre ad essere un gigante volumetrico di ricchezza, è un giacimento dalle caratteristiche “molto peculiari” che lo rendono un impresa estrattiva più ardua del solito: immerso sotto acque basse (tra i 4 e 10 metri), è inserito in un ecosistema molto fragile, con temperature che nei mesi invernali raggiungono i meno quaranta gradi sottozero (con conseguente glaciazione delle acque) e che in estate salgono oltre i quaranta grada.

Il giacimento necessita di macchinari ad hoc non facilmente reperibili o addirittura non esistenti in serie: basti pensare a quel macchinario impiegato da ENI, recuperato da un sito estrattivo nigeriano, condotto attraverso l’Atlantico a New Orleans, per modifiche tecniche, ed infine trasportato via mare, sino alla città di Astrakan e da lì fino al sito di Kashagan. Di più: a Kashagan si lavora solo da aprile a ottobre (solo da pochi mesi è stato previsto la presenza di container invernali). Ma le difficoltà non sono solo in superficie: Kashagan è un mostro di sovra-pressione, CO, altissimi livelli di idrogeno solforato, acido in forma gassosa difficilmente stoccabile.

Si dirà: “A Kashagan vale la pena, tutto sommato!”.  Purtroppo per il momento le cifre estrattive suonano come un bel pagherò o una cambiale che dir si voglia. Nel 2000 si prevedeva una spesa di sviluppo del sito attorno ai 57 mld di dollari (44 mld. di euro).  Dopo quasi otto anni di gestione “monocratica” Agip KCO, le previsioni sono esplose, sino a raggiungere l’importo da capo giro di 136 mld. di dollari (106 mld. di euro). Tanto per rapportarci al nostro cortile di casa, l’annuncio di investimenti infrastrutturali per 16 mld. dollari annunciato dal Cav. qualche giorno fa, in confronto, non può che apparire terribilmente povero.

ENI operatore unico. Nel 2001 Agip KCO, la sussidiaria ENI nella regione, diventa operatore unico del progetto di sviluppo del giacimento di Kashagan, grazie a un metodo elettivo fatto passare proprio dagli “uomini del laghetto”. Il metodo utilizzato funziona più o meno in questo modo: ogni parte del consorzio avrebbe potuto candidarsi al ruolo di operatore unico del sito di Kashagan. Una volta messe in campo le candidature, il ciclo di votazioni avrebbe avuto inizio, al grido highlandico del “ne rimarrà solo uno”. Con votazioni plurime (ultimo arrivato, escluso dalla seguente votazione) sarebbero rimaste in piedi solo due candidature. E così è andata: all’ultima votazione sono rimaste in piedi solo i candidati Agip KCO e di Exxon-Mobil. Agip KCO vince, spaccando il fronte statunitense del consorzio e facendo infuriare gli uomini Exxon. Da quel momento in poi ha inizio un calvario manageriale Agip KCO durato ben più di sette anni e che si è concluso solo il 31 Ottobre scorso. 

Con Agip KCO in veste di operatore unico, la britannica BP e la norvegese Statoil, decidono di sfilarsi dal progetto, vendendo le proprie quote ai consorziati rimasti. Nel 2003 è la volta di British Gas che tenterà di approfittare dell’interessamento cinese della China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) e della SINOPEC. Scattato il diritto di prelazione, i cinesi restano fuori la porta, e le compagnie occidentali ingurgitano le quote dell’ultimo, smilzo, attore energetico britannico, con le spalle troppo piccole per giocare la partita.

Agip KCO vince. Pregi: il “catering”. I contratti alla Saipem del gruppo ENI sono solo una minima dimostrazione di quello che andiamo dicendo. “Catering” a parte, però, i ruoli sono rimasti quelli di sempre: tra il 2001 e il 31 Ottobre 2008 (gli anni di Agip KCO operatore unico, per intenderci), la francese Total ha continuato ad avere un ruolo decisivo (se non esclusivo) nella gestione dei trasporti. Per Agip KCO aver vinto la partita è stato prestigioso sia sul piano politico che sul piano delle prebende dispensabili, ma al di là di questo il ruolo di pivot ha portato con sé tutta una serie di altri problemi.

Primo fra tutti quelli di redistribuzione del consenso intrinsecamente legato a vizi di governance consorziale. La scelta di un operatore unico rispondeva legittimamente a un’esigenza gestionale tesa a maggiore efficienza e rapidità decisionale. Niente di più distante da quello che è accaduto in seguito. Infatti una governance unanime, come quella di Kashagan, spinge inesorabilmente verso decisioni a rischio basso, o inesistente, in una dinamica lenta e costosa (per esempio un piano operativo è stato rifatto per ben tre volte). ENI o non ENI, con una governance di questo tipo i costi non sarebbero esplosi comunque. 

ENI ritorna dietro le quinte. Fino allo scorso 31 Ottobre le partecipazioni azionarie al consorzio rispettavano le seguenti proporzioni: ENI, Exxon/Mobil, Shell, Total al 18,52 per cento, Conoco Phillips al 9,26 per cento, la kazakha KazMunaiGaz e la giapponese Impex Masela all’8,33 per cento. Il battere dei pugni sul tavolo del governo kazakho duranti gli ultimi due anni ha dato i suoi frutti: la partecipazione di KazMunaiGaz al consorzio è aumentata, portando l’operatore energetico kazakho dall’8,33 per cento al 16,81 per cento del consorzio, al pari delle grandi presenti (ENI, Exxon, Total, Shell). Non si tratta in verità di una rimonta del patriottismo economico kazakho, quanto di una remunerazione tardiva alle perdite che continui ritardi e costi crescenti hanno provocato alle casse di Astana.

Ecco perché, dopo il nuovo e ‘definitivo’ accordo (sic) reso pubblico il 31 Ottobre scorso, lo scettro torna finalmente (e onestamente) in una più trasparente (e inefficiente) dimensione assembleare: è stata costituita l’ennesima società ad hoc. ENI esce di scena e Total canta vittoria. La neonata North Caspian Operatine Company avrà, in questa fase, un uomo Total al suo vertice, affiancato da un deputy manager di KazMunaiGaz con l’obiettivo 2014 per l’inizio delle operazioni di estrazione. Total esprimerà anche la struttura manageriale della nuova società ( per capirci gli uomini saranno loro).

Sul piano operativo, ognuno farà la sua parte, sia oggi che in futuro: Shell si occuperà delle operazioni di produzione che saranno rilevate, in una seconda fase, dalla kazakha, KazMunaiGaz. Exxon-Mobil sarà responsabile della trivellazione. Mentre, nella seconda fase, Shell si occuperà dello sviluppo in mare aperto e ENI dello sviluppo degl’impianti a terra.

Sotto i nostri occhi abbiamo un ENI dal peso politico ridimensionato, ma dalla schiena più leggera. L’anomalia non è  tanto che ENI abbia perso lo status di operatore unico, quanto il fatto che lo avesse avuto alla testa di un consorzio tanto riottoso. Otto anni alla testa di un consorzio ove si concentrano le grandi sorelle occidentali. Per alcuni si tratta sicuramente di un risultato. Per noi, che non ci accontentiamo, vediamo un vertice Agip KCO non all’altezza, e un progetto non alla portata del gruppo.

Comunque pochi rimpianti per ENI: il grosso del “catering” è stato distribuito. Al contrario di certi quotidiani nostrani che vedono nel nuovo corso del progetto una vittoria, ci sentiremo piuttosto da dire che per il momento si sia trattata di una matura ritirata strategica del “colosso del Laghetto”. Non si tratta di vittoria, né di una sconfitta per Scaroni. Se gli uomini Agip KCO avessero fatto il loro, il presidente di ENI non si sarebbe dovuto scomodare tante volte verso Astana. Ancor meno, sia chiaro, è stata la vittoria della diplomazia della “pacca sulla spalla” del nostro presidente del Consiglio. Restando pienamente nel consorzio, ENI incomincerà un giorno a raccogliere il frutto di molto lavoro e ingenti investimenti, al pari e in quota parte, delle altre parti al consorzio.

Il dato è che ENI si ritira dalla gestione politica del regno Kashagan, con il pensiero sibillino di essersi tolta dal fianco una spina che rischiava di far concentrare tante risorse e energie in un progetto valido e forse remunerativo (nel 2030) ma non indispensabile. Insomma: il mondo è un posto pericoloso, ma anche molto grande.  E al laghetto hanno un mappamondo!

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