Perché l’Europa deve incominciare a pensare al medio e lungo periodo

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Perché l’Europa deve incominciare a pensare al medio e lungo periodo

11 Maggio 2010

Risolti i problemi immediati l’Europa deve incominciare a pensare al medio e lungo periodo. Il problema principale è lo stato della finanza pubblica, ovvero di un debito pubblico che è esploso a causa della crisi e di una spesa sociale molto difficile da ridurre.

Per riportare i debiti pubblici ai livelli pre-crisi si stima necessario un processo di aggiustamento fiscale che potrebbe durare oltre un decennio (forse due) e richiedere tagli di spesa o aumenti di tasse pari a circa punto di Pil all’anno. Una sfida politica molto difficile, se non viene inserita in un contesto strategico più ampio. In molti continuano a sostenere che ciò si potrà fare con le “riforme”. Su questo punto è necessario essere molto chiari.

Le riforme, anche se sono giuste e necessarie, costano. Se hanno successo, esprimono i propri benefici solo dopo anni dalla loro realizzazione. I sistemi economici e amministrativi, infatti, sono entità molto complesse. Le rigidità giuridiche e la resistenza al cambiamento dei comportamenti e delle abitudini non si modificano da un giorno all’altro. Credo che sia quindi utile fare una pausa di riflessione sulla reali potenzialità del “riformismo” e della sua retorica politica. Si tratta molto spesso di espressioni dell’ottimismo della volontà, a cui sembra opportuno contrapporre – magari con un eccesso di realismo –  il pessimismo della ragione. E quindi? Con una crescita che difficilmente riuscirà a superare il 2 per cento per il prossimo decennio, cosa si può fare?

Va ricordato che l’Europa è ricca. Lo stato sociale è ampio. E la sua capacità di tenuta non è mai stata così forte. E questo è merito delle politiche nazionali europee che si sono espresse con indiscusso successo ovunque del secondo dopoguerra in poi. Ora la risposta politica deve passare dagli Stati all’Europa, e dall’Europa al G-20.

È arrivato il momento di pensare in grande e forse di “volare alto”. Ma cosa significa in concreto? Significa riportare al centro della riflessione il nostro modello di sviluppo globale. E su questo fronte la risposta non può essere solo economica. Deve essere innanzitutto politica. Ci troviamo di fronte ad una contrapposizione di poteri. Il grande potere economico e finanziario contro il potere politico e giuridico degli Stati. Il Capitale contro la Società. Il primo sta cercando di impossessarsi del secondo. Questa nuovo disequilibrio (“Stati deboli in mercati forti”) è la principale ragione della crisi della democrazia moderna. Se non si riuscirà ad invertire, almeno parzialmente, le forze in gioco, sarà difficile uscire dalla crisi.

Ciò significa mettere in discussione non solo le “regole” ma anche i “principi”. Passare, quindi, da un “riformismo per settori” ad un “riformismo per principi”. Ma anche da un riformismo per principi nazionale ad un riformismo per principi europeo e globale. Proprio in questa direzione va il lavoro sui Global Legal Standards avviato dal nostro Ministro dell’Economia insieme all’Ocse.

L’idea è quella di definire alcuni principi unanimemente condivisi su cui costruire un nuovo governo democratico dell’economia globale. Quali principi? Le Conclusioni del G-20 di Pittsbourgh, che contengono gli ingredienti necessari per un modello di sviluppo globale basato su una “crescita forte, equilibrata e sostenibile”, rappresentano già un canovaccio piuttosto completo su cui costruire le fondamenta della nuova Carta Globale. Come procedere dal punto di vista operativo? Il percorso più rapido potrebbe essere il seguente.

Nel prossimo G-20 ci si accorda sulla necessità di avviare il processo in sede Ocse. Si costituisce un Gruppo di Lavoro G-20/Ocse che stila una Carta di Principi. Successivamente ciascun paese membro è libero di firmare un accordo bilaterale con l’Ocse di adesione alla Carta. In questo modo si potrebbe arrivare, entro tempi ragionevolmente brevi, ad una specie di Costituzione Economica Globale a cui potrebbe potenzialmente aderire fino all’80 per cento del Pil mondiale. Solo parole e buone intenzioni? Parole e buone intenzioni hanno spesso cambiato il mondo. Ed ora, più che mai, ne abbiamo bisogno. D’altra parte il Padre Eterno quando ha avuto bisogno di “cambiare il mondo” ha dato a Mosè le Dodici Tavole. In un altra occasione per cambiare il mondo, se ricordo bene, ha provocato il Diluvio Universale. Proviamo con le Tavole intanto, sperando che non arrivi il Diluvio. Solo così si allontaneranno gli “squilli di tromba” che qualcuno ha già creduto di udire, per fortuna ancora molto in lontanza.