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Due pesi e due misure

Perché l’Occidente attacca la Libia, ma non la Siria? Ecco cinque risposte

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Perché gli Stati Uniti e l’Europa stanno attaccando Tripoli con le bombe e Damasco con le parole? Perché si stanno sforzando così tanto per abbattere il brutale tiranno della Libia e appaiono così timidi nei confronti del suo altrettanto spietato omologo siriano?

Partiamo dalla spiegazione più comune e più errata: il petrolio. La Libia ne possiede molto di più rispetto alla Siria. Pertanto, la vera ragione per aggredire militarmente la Libia sarebbe quella di prendere il controllo dei suoi campi petroliferi. Il problema di questa ipotesi è che, se l’Occidente avesse voluto un accesso sicuro al petrolio libico, Gheddafi sarebbe stato molto più affidabile rispetto al caos e ai risultati incerti dell’intervento armato della NATO. Le compagnie petrolifere occidentali hanno operato senza particolari problemi con Gheddafi: non è un errore pensare che, dal loro punto di vista, non ci fosse alcuna necessità di un cambiamento così radicale.

Il secondo modo più  diffusa di liquidare la questione è affermare che si tratta solamente di un altro esempio dell’ipocrisia americana: Washington non è estranea all'utilizzo di "due pesi e due misure" e di contraddizioni nelle sue relazioni internazionali. Questo ragionamento, d'altro canto, non è molto utile a farci capire le cause di tali contraddizioni.

Perciò, perché proteggere il carnefice di Damasco invece di riservargli lo stesso trattamento rivolto al suo collega libico? Le motivazioni umanitarie che hanno legittimato l’attacco a Gheddafi sono valide altrettanto – se non di più – per la situazione siriana.

La brutalità genocida della famiglia di Assad è tanto clamorosa quanto il coraggio quasi suicida del popolo siriano. Da due mesi scendono per strada a sfidare carri armati e proiettili, senza alcun’altra arma se non il loro desiderio di cambiamento. I dimostranti vengono massacrati e torturati, le loro famiglie gettate in prigione, ma ciò nonostante non si sono ancora dati per vinti. Persino nelle città devastate dalle atrocità dell’esercito e della milizie civili (le temibili “Shabeeah”) e dichiarate da Damasco sotto il controllo del governo, la gente continua a scendere in strada a protestare. con il solo risultato di farsi sparare ancora.

Mentre ciò accade, la reazione degli Stati Uniti e dell’Europa è, a voler essere benevoli, anemica. Di nuovo: perché? Ecco cinque risposte.

La prima: l’esercito siriano è di gran lunga più forte di quello libico. La forze armate siriane sono tra le più numerose, meglio equipaggiate e addestrate del Medio Oriente. La Siria, inoltre, è in possesso di armi chimiche e biologiche e le sue armate paramilitari sono tra le più consistenti del mondo. Al contrario, Gheddafi ha mantenuto l’esercito libico frammentato, male equipaggiato e scarsamente addestrato.

La seconda: la guerra è faticosa. La Libia ha esaurito lo scarso appetito rimasto agli Usa per iniziare guerre che non sono giustificate da minacce esplicite ai loro interessi vitali. I dissidenti siriani stanno subendo le conseguenze delle lunghe e dispendiose guerre in Afghanistan e in Iraq e del recente raid in Libia. L’appoggio dell’esercito americano per cause non primarie sarà d’ora in avanti più limitato e selettivo. E, per quanto riguarda le guerre, l’Europa non agirà senza Washington. E così gli eroici dissidenti siriani si ritrovano abbandonati al proprio destino.

La terza: i vicini spinosi. La Libia ha l’Egitto da un lato e la Tunisia dall’altro – i gioielli della Primavera araba. La Siria confina con una delle miscele di Paesi più instabili del mondo: Libano, Israele, Iraq, Giordania e Turchia.

La quarta: nessun alleato. Gheddafi non ha amici e persino i suoi stessi figli vogliono emarginarlo. Con una mossa senza precedenti, la Lega Araba ha fornito sostegno all’instaurazione di una no-fly zone sulla Libia che fosse rispettata rigorosamente. Al contrario, Bashar al-Assad ha alleati potenti all’interno e all’esterno della regione – a partire dall’Iran (e, di conseguenza, Hezbollah e Hamas). Non è neanche chiaro se Benjamin Netanyahu e il governo israeliano accoglierebbero una transizione caotica in Siria. Persino la rivista Vogue ha subito il fascino di questa famiglia e ha pubblicato un articolo celebrativo su Asma Assad, “la più fresca e magnetica delle first lady", con "occhi castani, così come i capelli, che gli scendono ondulati all’altezza del mento, un collo affusolato e una grazia piena di energia”. È difficile bombardare una persona così.

La quinta: chi sostenere? Recentemente, due alti funzionari della Casa Bianca hanno dichiarato al New York Times che la debole risposta del governo agli eventi siriani è in parte dovuta alla mancanza di interlocutori tra le fila dell’opposizione. Non si ha idea di chi contattare. E un altro alto funzionario statunitense – che ha richiesto di rimanere anonimo – mi ha rivelato che secondo lui il caos in cui è caduto il regime di Assad e la carneficina che ne ha fatto seguito sarebbero molto peggiori di quanto lo siano state negli altri Paesi arabi in cui si è avuta una transizione.

Forse le cose stanno così. Ma ai coraggiosi Siriani che continuano a scendere in strada non sembra gliene importi molto. Vogliono che il loro dittatore se ne vada. A ogni costo.

*Senior associate al Carnegie Endowment for International Peace

(Tratto da Huffington Post)

Traduzione di Stefano Fiori

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