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Perché non fare un grande accordo sulla Cultura?

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La domanda è "Perché no?". Se Matteo Renzi, nel suo discorso d'insediamento a premier, ha detto che non è più possibile che la cultura e il patrimonio storico-artistico siano in mano a strutture del secolo scorso incapaci di rinnovarsi come le soprintendenze e che non è più possibile che vi siano teatri stabili e fondazioni liriche in perenne deficit e in perenne carenza di grandezza e slancio artistico; se Angelino Alfano ha più volte sostenuto detto che non è più pensabile che Pompei, Brera, la Valle dei Templi e le migliaia di altri luoghi che sono patrimoni dei nostri territori rimangano in uno stadio così sonnolente di incuria e di conoscenza; se Silvio Berlusconi ha più volte ripetuto, sia da premier che in campagna elettorale, che la cultura debba aprirsi a manager ed economisti, così che se ne possa trarre lavoro, profitto e rendita; se le linee dei tre partiti (Partito Democratico, Nuovo Centro Destra e Forza Italia) sono chiaramente convergenti e appunto si uniscono nella consapevolezza che la cultura debba aprirsi a quelle migliaia di corpi sociali, quali fondazioni, aziende, imprese, associazioni, comitati, consorzi, che finora sono rimasti ai margini, la domanda è appunto questa: perché no? Perché non fare un'intesa, un accordo, un programma stringente e concreto, da votare nei prossimi mesi in Parlamento, e cambiare così, con una riforma davvero memorabile, l'asfittico sistema della cultura che è fermo da decenni? Renzi ha detto di voler fare "una violenta lotta alla burocrazia"; Berlusconi ha più volte detto che "la burocrazia è un cancro da estirpare"; Alfano ha detto "burocrazia zero per le nuove imprese". Bene: se condividono questa lotta, perché non mettere mano tutti e tre assieme nella burocrazia più paludata d'Italia, che è quella che incatena il patrimonio storico-artistico, le attività turistiche, le strutture ricettive per i visitatori, le manifestazioni culturali, che sono ciò che contraddistingue il Belpaese nella competizione mondiale? Se l'orizzonte di riferimento è lo stesso, ovvero accogliere il libero contributo dei privati e far arretrare lo Stato, per costruire attorno alla cultura lavori, impieghi, redditi, produzioni, sperimentazioni, ricerche, maggior attrazione turistica, mai congiuntura politica è più proficua di questa: Renzi e Alfano sono al governo insieme, Berlusconi fa opposizione, ma su certe riforme può dialogare. Dunque, se gli obiettivi sono gli stessi, perché non fare un accordo storico sulla cultura?  

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