Perché non possiamo permetterci due ministri che parlano lingue diverse
23 Novembre 2009
di Friedrich
Sul Sole 24 Ore Maurizio Sacconi tentava di ricomporre a suo modo la spinta riformista e la spinta conservatrice all’interno dell’esecutivo. Brunetta, dalle colonne del Corriere della Sera, smentisce: non è vero che nel governo regna la concordia.
Per Sacconi, il rigore tremontiano non chiude la porta ai cambiamenti – ma anzi li agevola. Il federalismo fiscale sarà la riforma delle riforme, il cambiamento dei cambiamenti. Per Brunetta, al contrario, il federalismo fiscale “se lo vareremo senza aver fatto le riforme economiche e quelle istituzionali, senza aver modernizzato le burocrazie e il sistema politico, non faremo che creare altri centri di spesa”. E quelli di Tremonti sono "veti conservatori".
Due ministri tradizionalmente allineati, entrambi figli spirituali dello stesso padre (Gianni de Michelis), parlano per la prima volta in modo radicalmente diverso.
Fra i fratelli coltelli, chi ha ragione e cosa ne verrà per il nostro Paese? Nel merito, è vero che Sacconi salva tatticamente Tremonti ma pare voler buttare il cuore oltre l’ostacolo lui pure, solo senza abbandonare la concretezza. Le riforme (nel lessico sacconiano: i cambiamenti) ci devono essere. Ma senza determinare aumenti di spesa. Il merito del Ministro dell’Economia, aver tenuto la barra dritta nella crisi, non è da poco – specie nel nostro, che è il Paese delle mille clientele.
Se però ci posizioniamo sul piano della retorica politica, che è parte essenziale di qualsiasi programma di governo, a Brunetta bisognerebbe andare a stringere la mano. Perché ai nostri ministri piace tanto parlare di “popolo”, ma stanno cominciando a parlare una lingua che è completamente sconosciuta al loro – di popolo. Nella campagna elettorale del 2006, era Giulio Tremonti a vantare come grandi meriti del governo Berlusconi che allora si presentava alle urne la riforma Maroni delle pensioni, e la legge Biagi. Riforme uscite in buona parte dalla penna dell’allora Sottosegretario Sacconi.
Oggi che quel Ministro dell’Economia difenda il posto fisso e dica che finché c’è lui le pensioni non si toccano è curioso. Come lo è che si investa tanto su una narrazione nella quale l’Italia è il Paese più solido del mondo, a dispetto di tre elezioni vinte dal centro-destra sulla promessa di metterlo a testa in giù, a cominciare dalle tasse.
La confusione delle lingue è destinata a regnare, nella sostanziale debolezza del Berlusconi di oggi, e forse a determinare i tempi del logoramento dell’esecutivo: ci vorrebbe un colpo di reni, uno scatto riformista, proprio per consolidare la posizione del premier e assieme dare unitarietà all’azione di governo.
Ma se Berlusconi resta debole, e Tremonti continua a “commissariare” l’esecutivo, cresceranno le tensioni – con gli altri ministri così come pure coi gruppi parlamentari. Tremonti può avere ragione, a non allargare i cordoni della borsa. Ma per essere rigorosi è necessario essere immobilisti? E per essere riformisti bisogna essere spendaccioni? Storicamente le cose andavano all’incontrario. Chi ha fatto le riforme ha anche pensato ai conti pubblici, chi preferiva tirare a campare anziché tirare le cuoia aveva altro per la testa.
Consegnandosi mani e piedi a quella sorta di “andreottismo coi conti a posto” che Tremonti sembra agognare, questo governo non sventerà congiure di palazzo e trame tecnocratiche. Finirà solo per dare ragione a quelli che pensano che la destra sia buona al massimo per reggere alla crisi, ma che non abbia né le idee né gli uomini per cambiare l’Italia. Perlomeno, che non ce li abbia per cambiarla in meglio.
