Perché Obama ha sbagliato a non incontrare Berlusconi al G20
10 Aprile 2009
L’incredibile tsunami diplomatico che ha imperversato per l’Europa durante la scorsa settimana sta ormai per esaurirsi. Il G20 di Londra, il vertice Usa-Ue, gli incontri bilaterali, il tour di Barack Obama, il vertice Nato, possono ormai essere letti attraverso i sedimenti rimasti in vista dopo il riflusso dell’ondata mediatica che li ha accompagnati.
Ci sono almeno due elementi che riguardano la posizione dell’Italia e il ruolo di Sivio Berlusconi che meritano una rilettura a distanza e un approfondimento sulle loro connessioni e conseguenze.
Il primo è la foto che ritrae Silvio Berlusconi che sovrasta, abbraccia e congiunge Obama e Medvedev, con il presidente americano che alza il pollice in segno di successo e il presidente russo che sorride compiaciuto. Se, come dicono gli sherpa più smagati, un buon vertice si giudica dalle “photo opportunity” che produce, l’opportunità creata da Berlusconi ha costituito il marchio visivo del G20 di Londra. Il giorno dopo quella foto era sulle prima pagine di tutti i giornali del mondo assieme a titoli che parlavano del “successo” del vertice, quando in realtà la foto stessa era uno dei pochi successi registrabili di quell’incontro. Ed è ciò che del vertice si ricorderà l’opinione pubblica mondiale.
L’aver creato le condizioni per quella foto è merito di Berlusconi e del suo peculiare modo di comportarsi in questo genere di occasioni. In un contesto dove pochissimo è lasciato all’improvvisazione e quasi tutto è predisposto in anticipo sin nei minimi dettagli, persino il comunicato stampa finale, Berlusconi di solito è capace di creare uno scarto virtuoso, un imprevisto, frutto dell’intuito del momento e di una scarsa soggezione alle regole e a i protocolli. Quel guizzo, quell’apparente strappo alle consuetudini è esattamente il valore aggiunto che il Cav. è spesso capace di offrire agli ingessati riti della diplomazia globale. Ed è esattamente ciò che i sussiegosi giornalisti stranieri – opportunamente avvertiti dai colleghi italiani – raccontano come gaffe o mattana.
L’altro elemento da mettere in evidenza è invece una palese sconfitta della diplomazia italiana: tra i 14 incontri faccia a faccia che Obama ha avuto con i leader internazionali nei giorni del suo viaggio europeo, non c’è stato quello con Mr. Berlusconi. Lo staff del presidente americano ha risposto in modo imbarazzato a chiunque chiedesse ragione di una tale omissione: il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, interrogato ha risposto: “non lo so, dovrei fare un’indagine”. David Axelrod, lo spin doctor di Obama, se l’è cavata dicendo: “durante i summit di questi giorni si sono comunque incrociati”. Per finire con Denis McDonough, vice consigliere per la Sicurezza Nazionale, che ha addotto la più banale delle scuse: “è stato un problema di agende: i due leader erano entrambi molto impegnati”. Anche l’invito a Washington che Berlusconi ha annunciato come compensazione per il mancato “bilaterale” è ancora lontano dall’essere definito.
E’ evidente che le esitazioni e gli imbarazzi di parte americana nascondono problemi più seri, per certi versi comprensibili ma non del tutto convincenti.
A cominciare con quello che con più frequenza trapela dall’entourage obamiano e ha a che fare proprio con quella stessa esuberanza berlusconiana che abbiamo appena descritto come una sua dote. Infatti, le radici della diffidenza affondano ancora nella battuta sull’abbronzatura fatta nel novembre 2008 a Mosca. Berlusconi e i suoi consiglieri hanno a lungo sottovalutato gli effetti di quell’episodio, attribuendo alla sola malevolenza della stampa internazionale l’eco incredibile che ne scaturì. Qui non si dubita che le intenzioni del Cav. fossero più che amichevoli, ma quell’allusione alla razza ha lasciato una traccia negativa, magari non su Obama stesso, certamente però nel giro stretto del presidente. Dal canto suo Obama, che ha una sorta di ossessione per il controllo, teme l’imprevedibilità berlusconiana e non sa bene cosa aspettarsi da un incontro faccia a faccia.
Ovviamente tutto questo non basta. Così come la naturale simpatia che intercorreva tra Bush e Berlusconi non si sarebbe trasformata in una solida relazione politica se non fosse stato per il fortissimo impegno italiano in Iraq, così c’è anche la politica a raffreddare il già algido Obama.
E in questo caso la politica si chiama Russia. Washington rimprovera da tempo all’Italia di avere un atteggiamento troppo compiacente e comprensivo verso Mosca. In certi casi Berlusconi si è spinto un po’ troppo oltre nello sposare appieno la retorica putiniana della “provocazione” occidentale contro la Russia quando si tratta di scudo antimissile o di nuove partnership Nato per i paesi dell’ex area sovietica. Il presidente del Consigli italiano, così pronto a rievocare e difendere lo “spirito di Pratica di Mare”, non si accorge di tradirlo proprio con quelle affermazioni. Nel vertice 2002 infatti, entrambi quegli elementi erano presenti e condivisi. Solo molto dopo e per motivi in gran parte propagandistici Mosca ha deciso di trasformarli in “provocazioni” americane e occidentali. Oggi, sullo scacchiere internazionale, la Russia rappresenta una delle principali sfide per gli Usa, per questo hanno bisogno di mandare segnali precisi a quegli alleati con non offrono sufficienti garanzie di tenuta. Tanto più se pretendono di offrirsi come mediatori.
Detto e ammesso tutto questo, se Obama facesse una riflessione complessiva sui risultati del suo tour europeo si accorgerebbe di aver commesso un errore strategico nei confronti dell’Italia e di Silvio Berlusconi e di aver perso un’occasione. Vediamo perché.
Nei vari incontri bilaterali con i principali leader europei Obama ha ottenuto molto poco. Sul fronte delle possibili risposte alla crisi economica, dell’impegno nella Nato a sostegno dell’Afghanistan, per non parlare del “contenimento” della Russia, l’America ha salvato le apparenze solo facendo sostanziali passi indietro rispetto alle sue richieste iniziali. Gli incontri con Sarkozy o con la Merkel saranno stati inappuntabili sul piano del protocollo ma certamente insoddisfacenti su quello dei risultati.
Non solo, i “big player” europei hanno letteralmente sbattuto la porta in faccia a Obama, quando, nel suo discorso più impegnativo davanti al parlamento turco, ha chiesto con forza l’adesione della Turchia nella Ue. Eppure quella presa di posizione del presidente americano è stato uno dei punti focali del suo tour de force diplomatico. L’America sa bene che tenere la Turchia legata al fronte occidentale è un elemento chiave della strategia nei confronti della Russia. Se Ankara dovesse rafforzare i suoi legami con Mosca, tutta l’area caucasica, a cominciare dalla Georgia, si troverebbe stretta in una morsa. E ogni ipotesi di trovare fonti energetiche alternative alla Russia per i paesi europei diventerebbe molto più ardua, lasciando la Ue sotto il permanente scacco politico-energetico di Gazprom e dintorni.
Se invece la Turchia trova una stabile collocazione occidentale ed europea, la posizione Russa nel Caucaso si indebolisce, le minacce verso l’ex cortile di casa saranno meno credibili e rotte energetiche alternative, come quella dell’Azerbaijan, si possono sbloccare.
In questo quadro, se Obama ha una sponda in Europa è proprio Berlusconi, unico tra i leader di peso a non osteggiare apertamente l’ingresso della Turchia nella Ue e a godere di un rapporto privilegiato con il premier Erdogan (come si è visto nella trattativa per sbloccare la nomina di Rasmussen alla Nato). Forse Berlusconi non è pronto a fare la voce grossa con Mosca (ma lo è forse la Merkel?), di certo però è in grado di giocare la partita con la Turchia meglio di molti suoi colleghi europei.
In questi giorni poi, il governo turco sta timidamente avviando dei colloqui con l’Armenia per provare a dirimere una volta per tutte la questione del genocidio. Una soluzione di questa tragica e annosa vertenza consentirebbe a Erdogan di rimuovere un macigno nei suoi rapporti con gli Usa, dove il Congresso potrebbe essere sul punto di approvare una risoluzione, a lungo rinviata, di condanna della Turchia. Una pressione amichevole su Ankara per trovare un accordo preventivo sarebbe nel pieno interesse di Obama (che quando era senatore prese dure posizioni anti-turchee e filo armene) e dell’America.
Va aggiunto che anche sulla cruciale questione dell’intervento in Afghanistan, su cui Obama ha incassato molto poco (5000 soldati in più e solo fino alle elezioni) e su cui si gioca la futura credibilità se non addirittura l’esistenza della Nato, l’Italia potrebbe rivelarsi un partner più attento di molti altri grandi paesi europei.
Infine, anche nei rapporti diretti con Russia le posizioni dell’America e dell’Italia sono meno distanti di quanto appiano. L’amministrazione americana ha più volte sostenuto di voler spingere il “reset button” nei rapporti con Mosca per farli ripartire da zero dopo gli attriti dell’era Bush. D’altro canto anche Berlusconi ha un po’ raffreddato il suoi slanci verso “l’amico Putin”. A ben guardare la posizione americana sulla Russia oggi somiglia un poco di più a quella italiana e viceversa.
Se Obama avesse inserito in agenda un incontro Berlusconi, avrebbe forse dovuto fare buon viso a qualche “joke” improvvisato e a qualche pacca sulla spalla imprevista, ma si sarebbe accorto di avere un alleato prezioso e sarebbe tornato in patria con la sensazione che in Europa non tutto è perduto.
