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Perché Padre Bossi non è come le due Simone, la Sgrena e Mastrogiacomo?

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Vorrei capire meglio quali siano in Italia le logiche editoriali, politiche o di mercato che portano il direttore di una testata giornalistica ad approvare un certo tipo di impaginazione o nel dare maggiore risalto ad una notizia rispetto ad un'altra. Abbiamo ancora tutti ben presente davanti agli occhi la mobilitazione straordinaria che tutto l'apparato mediatico italiano profuse quando vennero rapite Simona Pari e Simona Torretta, le due volontarie di “Un ponte per...” a Baghdad; così come Giuliana Sgrena, la corrispondente del “Manifesto” nella capitale irachena; e da ultimi il fotoreporter Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo, giornalista di “Repubblica” inviato in Afghanistan. Prime pagine di giornali, servizi ed approfondimenti all'interno, santificazione delle opere dei rapiti, appelli per la loro liberazione da parte di intellettuali, politici, scrittori, ed altra varia umanità “a la page”, girotondi, cortei, striscioni fuori dal Campidoglio e chi più ne ha più ne metta: tutto fa brodo.

Invece, per avere notizie sul rapimento nelle Filippine di Padre Giancarlo Bossi, devo sforzarmi nel trovare sui giornali nazionali un trafiletto nelle pagine degli “esteri”, o rinunciare all'illusione di poter usufruire del servizio che una stampa moderna dovrebbe fornirmi, ed affidarmi al sempre ottimo sito asianews.it di Padre Bernardo Cervellera. Siamo nell'era della globalizzazione, viviamo circondati da slogan che ci invitano a “think globally”, pensare globale, ma non riusciamo ad uscire dal provincialismo della nostra Italietta. Perchè le due Simone, la Sgrena o Mastrogiacomo fanno tanto rumore e Padre Bossi è sequestrato nel silenzio? Dov'è la differenza tra le vite umane ed il loro valore? Perchè per alcuni sequestri è lecito (e conveniente, soprattutto) darsi da fare ed organizzare sit-in, mentre per altri vale la pena solo il dare la notizia giusto per dovere di cronaca?

Se analizziamo prospettive personali ed obiettivi professionali, le due Simone erano volontarie di una ong che avevano deciso, forse annoiate dalla stanca routine romana, di impegnarsi per “gli altri” a Baghdad. La Sgrena e Mastrogiacomo sapevano bene in quali zone ad alto rischio stavano operando e fino a dove si spingevano per i loro reportage, cercando di spostare il limite sempre un po' più in là.

Padre Giancarlo aveva invece semplicemente obbedito. Un'obbedienza al superiore generale del Pontificio Istituto Missioni Estere, che è il dovere di ogni sacerdote nei confronti del proprio superiore. Perchè proprio come ha insegnato Gesù lavando i piedi ai suoi discepoli ed accettando la volontà del Padre, il fine ultimo è l'avvento per tutti del Regno di Dio attraverso l'umile ed obbediente servizio, e non la glorificazione in terra di un soggetto o di una figura personale. Nessun sacerdote cerca la ribalta mediatica, anche se vi assicuro per esperienza vissuta direttamente che le innumerevoli opere di molti di loro (e che restano sconosciute ai più), meriterebbero davvero una maggiore visibilità.

Padre Giancarlo Bossi, 57 anni, opera nelle Filippine dal 1980, a parte una pausa in Italia dal '96 al '99,  e da due mesi era divenuto parroco della parrocchia di Payao, nel sud del Paese. Il rapimento del missionario è avvenuto domenica mattina subito dopo la celebrazione della Santa Messa nel villaggio costiero di Bulawan, nella zona di Zamboanga, nell’arcipelago meridionale di Mindanao. Padre Bossi è il terzo sacerdote italiano ad essere rapito nella zona negli ultimi dieci anni. Nel  settembre 1998, padre Luciano Benedetti (PIME) è stato sequestrato nei pressi di Sebuco, a Zamboanga del Norte, sull'isola di Mindanao ed è stato rilasciato dopo 68 giorni di prigionia. Nell’ottobre del 2001 venne rapito padre Giuseppe Pierantoni, missionario del Sacro Cuore di Gesù, mentre celebrava messa a Dimantaling, Zamboanga del Sud. Sarà rilasciato solo sei mesi dopo. E gli ultimi due martiri della centocinquantenaria storia del PIME, che hanno dato la vita per la testimonianza di Cristo, sono stati assassinati proprio nelle Filippine: Padre Tullio Favali nel 1985 a Tulunan, e Padre Salvatore Carzedda a Zamboanga nel 1992.

Questa regione del sud dell'arcipelago filippino è da tempo il teatro d'azione dei guerriglieri musulmani del Moro Islamic Liberation Front (Milf), che dal 1978 conducono una sanguinosa guerra civile con l'esercito nazionale per ottenere l’indipendenza di Mindanao da Manila e della quale pagano il prezzo più alto civili e religiosi. E proprio sugli attivisti del Milf si concentrano maggiori sospetti a riguardo degli autori del rapimento, che potrebbe essere stato organizzato allo scopo di ottenere la liberazione di alcuni compagni detenuti a Manila, o anche per semplici fini estorsivi utili al finanziamento delle loro attività.

Purtroppo, sull'onda dei numerosi sequestri perpetrati negli ultimi anni dal Milf, non è da escludere che la povertà e la miseria nella quale vivono le popolazioni locali abbiano alimentato un circuito di criminalità comune, emulativa del Milf, dedita a sequestri di persona di cui sono spesso vittime i missionari, i turisti, operatori internazionali occidentali, ed anche gli stessi filippini; con il solo obiettivo di ottenere riscatti in denaro.

In questo scenario, non scelto personalmente ma affidatogli in missione, opera Padre Bossi. Un servizio incessante (come quello di altre migliaia di missionari nel mondo) ed assolutamente gratuito affinché annunziando la parola di Cristo ai popoli che ancora la ignorano e fondando la Chiesa laddove non è ancora presente, sia possibile offrire una alternativa di sviluppo spirituale, culturale, sociale ed economico delle comunità locali, specie per le più povere. Da sempre il servizio missionario della Chiesa di Cristo è una opzione che viene “proposta” e mai “imposta”. Ma ovunque al mondo questa proposta sia stata accolta ed abbia attecchito ha migliorato il livello d'istruzione e cultura delle popolazioni locali nel rispetto delle loro tradizioni, ha introdotto o implementato le infrastrutture utili alla vita nei villaggi (scuole, biblioteche, pozzi, strade, chiese, centri di ritrovo, fognature...), ha migliorato l'organizzazione della società civile (parità nei diritti uomo-donna, diritto all'istruzione per i bambini e campagne contro il lavoro minorile...).

Che piaccia o no ai suoi detrattori, da oltre cinque secoli l'opera missionaria della Chiesa significa inequivocabilmente progresso. Il tutto nel più assoluto silenzio dei media, con buona pace di Gino Strada e delle numerose e chiassose ong tinte arcobaleno. Padre Giancarlo, siamo tutti con te!

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1 COMMENT

  1. DIFENDIAMO IL CRISTIANESIMO
    Condivido in pieno il giudizio espresso da Carlo Meroni. Il cristianesimo è sotto attacco da diversi anni. E purtroppo la nostra classe politica, di destra e di sinistra non se ne rende conto e non fa nulla per difenderlo nelle sedi intenazionali più opportune. Papa Benedetto XVI è sicuramente una figura di alto spicco ma da solo non può far tutto. Dinanzi ai musulmani ci prostriamo in nome della libertà e del loro diritto di professare la loro religione: ma perchè non ci si batte allo stesso modo per difendere i nostri diritti, all’estero ma purtroppo anche in Italia. Perchè essere timorosi delle nostre radici, della nostra cultura, delle nostre tradizioni???!!!
    La mia idea sul perchè non ci sia il giusto riconoscimento e la giusta attenzione per le vicende simili a quelle di Padre Bossi sta nel fatto che gran parte del mondo culturale e mediatico risente della tradizione comunista e di sinistra e quindi si agita e sbraita quando suoi membri ne vengono colpiti (che si chiamino Torretta o Sgrena). I cristiani paradossalmente non hanno questi santi in paradiso ed allora …… FORZA CRISTIANI. DIFENDIAMO SEMPRE UNITI E TUTTI INSIEME QUELLO CHE SIAMO!
    Grazie a lei Meroni per aver offerto questo contributo e questo commento. E grazie a tutti coloro che si inseriranno lungo questa strada.
    Dott. Vincenzo Carrieri

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