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Il paradosso della costruzione europea

Perché parliamo tedesco

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Da più di due anni l’Ue somministra alla Grecia un doloroso fallimento a rate dettato, ancor prima che dalla difesa di specifici interessi materiali, dall’intento di punire su scala collettiva una serie di inganni contabili inflitti dai politici locali alle istituzioni Ue. Nel 2011, oltre alla Grecia, vari altri Stati, tra cui l’Italia, hanno visto messa sotto tutela la propria politica economica mediante cogenti strumenti di indirizzo attivati da organi Ue (direttive della Commissione, lettere della Bce). Nello stesso periodo, mentre si acuiva il rischio percepito sui debiti sovrani di alcuni Paesi dell’area a moneta unica, è stato più volte reiterato il rifiuto di introdurre strumenti, quali gli eurobond, per la gestione comune di parte del debito pubblico esistente nell’eurozona. E’ ormai lunga la lista di sintomi, alcuni molto  vistosi, che in questo ultimo triennio di crisi sembrano indicare una rottura di continuità con la tradizione giuridica e politica formatasi negli anni 50, agli albori dell’impresa comunitaria – quasi una mutazione genetica nell’impianto strutturale e nel modo di esistere dell’Unione.

Dal Trattato di Roma fino al 2002 si possono identificare almeno tre costanti nel metodo di costruzione europea. In primo luogo il motore dell’integrazione risiede stabilmente nelle istituzioni sovranazionali, fuori dal perimetro degli Stati: la Corte di giustizia con le sue sentenze consolida e via via amplia lo spazio economico europeo; la Commissione, con le sue presidenze più progettuali, arricchisce la trama di attività e organismi che mettono in comune parti sempre più rilevanti della vita economica e sociale. In secondo luogo, e come conseguenza, le cessioni di sovranità sono attuate a favore delle istituzioni motrici e non di organismi politici di coordinamento fra Stati. Si presta infatti – ed è la terza linea di tendenza – molta cura a organizzare i rapporti fra gli Stati membri in chiave complementare e solidarista.

Nella fase attuale, dominata dalla crisi, emergono invece criteri d’azione differenti. Aumenta l’incidenza degli organi, in molti casi creati ex novo, che si costituiscono come diretta espressione degli Stati: si estende l’influenza del Consiglio europeo, che diventa il centro nevralgico dell’Unione, è potenziato l’Eurogruppo, che si pone come snodo cruciale delle decisioni in campo economico, nasce l’Euro Summit con il compito di organizzare periodici vertici dei capi di governo nei quali si definiscono “gli orientamenti strategici per la condotta delle politiche economiche”. 

Al contempo cresce l’importanza e l’efficacia di parametri normativi, stabiliti per lo più entro il Consiglio, che indirizzano in modo cogente la strategia economica dei governi: l’Ue ormai si modella non più su politiche decise in comune e interpretate, ai propri livelli, dalle istituzioni comunitarie e dai governi nazionali, ma si determina in base a regole o addirittura algoritmi decisi secondo i rapporti di forza in Consiglio e adempiuti con crescenti gradi di coercizione dai governi. Domina il principio d’interferenza: rating e scrutini di conformità diventano il motivo dominante nel concerto europeo. La Germania detesta la TransferUnion e si batte per evitarla, ma al suo posto edifica una RatingUnion non meno spiacevole.

Diminuisce infine, o per effetto sistemico o per debolezza di leadership, l’influenza di alcune istituzioni sovranazionali (Commissione in primo luogo), mentre è contenuta per ragioni strategiche l’efficacia di altre (Bce): sbiadisce così quella duplice preziosa funzione di mediazione e di integrazione che le specifiche istituzioni Ue hanno svolto fin dall’inizio della storia comunitaria.

I vari tratti della congiuntura attuale si rafforzano l’uno con l’altro stringendosi in un solo nesso. Grazie al sostegno ratificante dell’ortodossia numerica e alla riduzione di peso delle istituzioni comuni la dispari distribuzione di potere fra gli Stati si rivela il reale fattore strategico dell’Unione e ne corrode lo sviluppo: il processo d’integrazione avviato nel secondo dopoguerra si differenziava dalle prove di egemonia continentale tentate nei secoli passati – e in ciò costituisce una novità straordinaria - soprattutto perché procedeva per bilanciamenti politici sorretti da una visione di unificazione paritaria (o quasi).

Diverse linee di sviluppo convergono verso questo esito che non è quindi facile da contrastare. Opera anzitutto un processo che risale alla fine del blocco sovietico e al conseguente affievolimento delle grandi alleanze che disciplinavano i comportamenti degli Stati: negli anni 90 il mondo appare ora unipolare ora multipolare, compaiono nuove organizzazioni mondiali, come la Wto, che regolano specifiche attività, ma alla fine il dato che conta è il crescente rilievo che assume lo Stato nazionale, soprattutto quando, come nel caso eclatante dei Bric, è sostenuto dalle grandi dimensioni spaziali e umane. Il multipolarismo indebolisce il vincolo atlantico e anche nel continente europeo si amplia, in proporzione alle dimensioni, lo spazio di manovra dei singoli Stati. Il Trattato di Maastricht, che innesta in uno sviluppo dell’architettura europea un evento di preponderante caratura nazionale come la riunificazione tedesca, vela in una prima fase la tendenza, ma ben presto l’impianto strutturale dell’accordo, che delimita severamente il raggio strategico della Bce, il principale istituto comunitario creato nell’occasione, e introduce l’uso regolatorio dei parametri numerici (il 3% di deficit; il 60% di debito), manifesta la sua valenza centrifuga, non integrante, e spinge a una crescente focalizzazione nazionale. L’opzione militare di Bush, rispetto a cui i Paesi europei si dividono nettamente, e gli effetti depressivi derivanti dallo scoppio della bolla dot.com accentuano la tendenza a scelte decise in base al (presunto) interesse nazionale. I rapporti atlantici diventano sempre più laschi in una fase che vede gli Stati Uniti teorizzare la centralità del Pacifico e tentare la riorganizzazione dell’area petrolifera: in Europa si riaffacciano impulsi egemonici su piccola scala.

Il secondo processo da considerare è l’espansione comunitaria che avviene sia sull’asse geografico con l’allargamento a Est del 2004, fino ai confini della Russia (con l’inclusione di territori già sovietici), sia sull’asse tematico con il progressivo incremento – o attraverso accordi o per evoluzione spontanea come conseguenza della moneta comune – delle materie di competenza: si estendono insieme l’area comune e l’eterogeneità dei soggetti che vi partecipano. La combinazione è una buona ricetta per avere crampi nel funzionamento organizzativo: l’avvio del nuovo secolo è un susseguirsi di riforme dette costituzionali, revisioni tecniche, bocciature popolari e pezze di aggiustamento. L’esito di questo bricolage è un repertorio di strumenti, procedure, istituti di non facile gestione che si presta a impieghi difformi da quelli immaginati all’origine: in un contesto di nuovo centrato sull’interesse nazionale possono diventare armi improprie in vista degli scopi più vari: ostruzionismo, veti, primato ideologico, vantaggi materiali.

Infine c’è l’evoluzione della Germania che, dopo aver spuntato nel negoziato per Maastricht uno schema di governo della moneta modellato su quello del marco, all’inizio del nuovo secolo, sotto la guida di Schroeder, riorganizza con efficacia la produzione e raggiunge un’elevata capacità competitiva sulla scena globale. Gli algoritmi derivati da Maastricht la rafforzano e le danno un netto vantaggio sui partner europei: invece della progressiva convergenza prevista dagli architetti dell’Unione, le performance dei vari Paesi segnano una divaricazione sempre più netta. La Germania con il suo successo diventa il catalizzatore della separazione fra le diverse traiettorie degli Stati europei .  

La crisi che parte nel 2007 e si fa drammatica nel 2011 compone, accelera e amplifica i tre processi. Quel che in tempi normali non incide sul corso degli eventi, in tempi eccezionali può innescare catastrofi. In condizioni standard la credibilità dei Paesi maggiori trasferisce fiducia all’intero sistema, la moneta comune non ha bisogno di difese speciali e la convergenza dei diversi Paesi, che dovrebbe conseguire nel medio periodo da una comune virtù, non è pressata dall’urgenza: il debito degli Stati è sostenuto da un capitale di fiducia così ampio che nessuno chiama il bluff. Nelle condizioni eccezionali del dopo-Lehman la fiducia si disperde, il dubbio investe anche il debito degli Eurostati e l’esercizio della virtù, che agisce da garanzia ultima, è sottoposto a scrutinio: il rating diventa ratio. Quasi per contrappasso i Paesi aggregati dalla moneta unica sono esposti in forma individuale alle turbolenze connesse alle ingenti masse di liquidità in movimento.

I Paesi forti si consolidano grazie al duplice vantaggio di avere una moneta sottovalutata (causa il legame con i deboli) e di schivare i costi di una gestione coordinata del debito pubblico inerente all’area di cui sono parte. I paesi deboli si scoprono single e inermi, immersi in condizioni destinate a peggiorare: la loro virtù non è più presupposta e il credito sfugge, il tempo si accorcia, l’ideologia monetaria dominante vieta azioni strategiche di sostegno. In un contesto dove l’urgenza prevale i parametri numerici discriminano: indeboliscono i perdenti, cui impongono tempi incongrui di rientro negli standard ortodossi, rafforzano chi è in vantaggio. Dalla Libia al fiscal compact le divisioni si allargano. Su questo terreno attecchiscono facilmente visioni e strategie autocentrate: preoccupa soprattutto il consolidamento, nell’opinione pubblica di Germania, dell’idea secondo cui l’ortodossia degli algoritmi è l’unica forma accettabile di esistenza dell’Unione e gli effetti sociali disgreganti che si producono nel resto d’Europa altro non sono che l’esito di colpevoli negligenze. Si scorge sullo sfondo la sagoma di quel disprezzo dell’Altro da Sé che dal XVI secolo, a intermittenza, oscura la storia tedesca.   

La crisi, che ha l’aria di essere lunga e socialmente dirompente, minaccia la costruzione europea – almeno nella forma che abbiamo conosciuto. La continua addizione di organi, patti e meccanismi decisionali, motivata dall’urgenza di esibire una coesione strutturale che i fatti negano, e la crescente introflessione competitiva degli Stati rischiano di trasformare le istituzioni europee in un campo di tensione economica e politica. Condizioni di vita minacciate e opinioni pubbliche impaurite alimentano divergenze nell’Unione e ripiegamenti locali. Per rovesciare questa spirale, che i tempi paiono incoraggiare, l’ingegneria istituzionale o la diplomazia degli Stati non sono forse le ricette più sicure: occorre ricostituire presupposti politici che nel tempo si sono allentati. E’ difficile superare gli opportunismi egemonici in Europa se non è restaurato un nesso solido tra l’Unione e gli Stati Uniti che da tempo sembrano dediti ad altre priorità.

Il circuito della fiducia, la cui dissoluzione sta all’origine della crisi, è stato minato da falle concettuali della regolazione e da crampi dell’economia reale – oltre che da una tecnologia finanziaria cresciuta di potenza troppo rapidamente: tocca quindi alla politica pensare a una cornice istituzionale, normativa e pratica che ne riattivi il pieno funzionamento. L’azione comune delle sponde atlantiche ne è la premessa indispensabile. Oggi l’Europa ha bisogno di progetti di largo respiro strategico, come per esempio gli Euro Union Bond proposti da Prodi e Quadrio Curzio, ma gli sforzi per mobilitare energie verso obiettivi comuni rischiano di essere frustrati o di agevolare ricadute nazionali se non esiste una cornica politica che vincoli anzitutto i grandi attori politici dell’Occidente.

(tratto da Il Foglio)

 

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