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Perchè Putin si è scelto il ruolo di difensore dell’Iran

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L’ultimo inquilino del Cremlino a visitare Teheran fu Stalin nel 1943, quando con Churchill e Roosevelt disegnò le future sfere di influenza in vista della sconfitta nazista. Il viaggio di Putin a Teheran ha almeno un tratto in comune con la situazione di 60 anni fa: oggi come allora la Russia si svincola da un temporaneo matrimonio di interessi con l’Occidente per perseguire i suoi fini, e lo fa con l’abilità di un consumato giocatore di scacchi.

Le voci di un possibile attentato circolate, casualmente, prima del viaggio di Putin in Iran hanno giovato al presidente rafforzando presso l’opinione pubblica interna la sua immagine di uomo di polso che sfida comunque il pericolo. Giunto a Teheran con un giorno di ritardo sul programma originale, Putin ha iniziato una fitta serie di colloqui con le autorità iraniane al centro dei quali non poteva non essere il dossier nucleare. La Russia è, de facto, il principale protettore dell’Iran nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu in quanto ha rallentato, attenuato o addirittura bloccato l’adozione di sanzioni economiche contro il regime di Teheran, e inoltre fornisce all’Iran macchinari per l’impianto nucleare di Bushher. Tuttavia il governo iraniano ha lamentato il ritmo troppo lento proprio nei lavori a Bushher, accusando Mosca di cedere così alle pressioni occidentali. La diplomazia russa ha risposto, con la sua consueta disinvoltura, che i rallentamenti dei lavori sono dovuti ai ritardi dei pagamenti dovuti da Teheran.

Dietro tale surreale schermaglia diplomatica vi sono probabilmente due ordini di motivi. Il primo, di tipo bilaterale, sta nel fatto che vi è un contenzioso aperto tra Iran, Russia e gli altri stati che si affacciano sul Mar Caspio in merito alle acque territoriali di quest’ultimo. La delimitazione dei confini marittimi è particolarmente importante per l’utilizzo delle risorse energetiche dei fondali marini, nonché per i tracciati delle pipeline in fase di progettazione. A Mosca perciò conviene tenere un po’ sulla corda Teheran sulla questione nucleare, per ammorbidire la posizione iraniana nella disputa sul Mar Caspio, e alla fin fine si può anche sacrificare un cavallo per mangiare una torre avversaria. La seconda ragione rientra nella visione strategica che Mosca sta ridefinendo negli ultimi anni. Putin non aiuta certo Ahmadinejad per simpatia personale, ma per avere un ulteriore carta da giocare sui vari tavoli negoziali con americani ed europei. L’uso di “bastone e carota” nei confronti di Teheran dipende probabilmente più da quello che succede sull’Atlantico che dalla situazione dell’Asia centrale. Non a caso prima di volare in Iran Putin in meno di 48 ore ha avuto incontri, non proprio galanti, con il cancelliere tedesco e con il segretario di Stato americano. 

Il vertice russo-tedesco si è svolto a Wiesbaden a margine del Dialogo di Pietroburgo, un forum lanciato nel 2000 da Schroeder con l’intento di aumentare i contatti e i legami tra le società civili dei due paesi. Alla vigilia dell’incontro la Merkel ha ribadito che vi sono tra Berlino e Mosca dei problemi in merito allo stato di diritto, ma oltre alla nobile causa dei diritti umani violati in Russia il Cancelliere tedesco ha motivi ben più sostanziali per diffidare delle offerte di Mosca. A primavera Putin, continuando con gli europei la sempreverde strategia del divide et impera, ha offerto alla Merkel una partnership privilegiata tra Gazprom e le compagnie energetiche tedesche per lo sfruttamento del giacimento siberiano di Shtokamn. Merkel, contrariamente a quanto avrebbe fatto il suo predecessore socialdemocratico ora sul libro paga della Gazprom, ha rifiutato. L’International Herald Tribune del 15 ottobre riporta che “secondo alcuni diplomatici tedeschi il Cancelliere non vuole stabilire una ‘special relationship’ che potrebbe rendere la Germania ancora più dipendente dall’energia russa: più di un terzo del fabbisogno energetico nazionale è già soddisfatto dalla Gazprom”. Anzi la Merkel ha sostenuto il progetto di una normativa comunitaria che tuteli la proprietà delle reti energetiche europee dalle mire di compagnie straniere a forte controllo statale, proprio come la Gazprom. Il Cancelliere, come Sarkozy, ha compreso che l’energia è oggi un’importante arma strategica, e che le compagnie russe statalizzate rispondono a ben altre logiche rispetto a quelle del mercato. Putin è ovviamente allarmato dalla contromossa franco-tedesca, e come nota il Financial Times del 15 ottobre ha subito “messo in guardia contro quello che Mosca considera un crescente protezionismo dell’Unione Europea. La Russia è irritata dalla proposta di leggi comunitarie che crede discriminino Gazprom”.

Il contrasto sull’energia non è l’unico fronte aperto tra Russia e Germania. Durante la conferenza stampa congiunta con Putin la Merkel, come già il ministro degli Esteri francese Kouchner di fronte al suo omologo russo Lavrov la settimana scorsa, non ha avuto remore a ribadire con forza che “se il dialogo con l'Iran non darà risultati, saranno necessarie nuove sanzioni”. Berlino si è schierata così sulla linea di fermezza adottata da Parigi, avvicinandosi alle posizioni americane e allontanandosi da quelle russe. Putin da bravo scacchista le ha sorriso, ha risposto con tono pacato, e 24 ore dopo ha sorriso allo stesso modo ad Ahmadinejad e ha firmato con lui una dichiarazione che ribadisce “il diritto di tutti i firmatari del Trattato sulla non proliferazione delle armi atomiche di sviluppare la ricerca, la produzione e utilizzo dell’energia nucleare a scopi pacifici”. Con la sua mossa ha dato così un duro colpo ai propositi euro-americani di isolamento internazionale dell’Iran, che segue l’altro colpo assestato al progetto statunitense di scudo missilistico. Pochi giorni fa infatti la delegazione americana, guidata dal segretario di Stato Rice e dal segretario alla Difesa Gates, è giunta a Mosca offrendo in cambio dell’assenso di Putin al progetto che funzionari russi visitino e addirittura risiedano sia nei nuovi siti in questione, e persino nelle istallazioni missilistiche negli Stati Uniti. Come nota l’IHT del 13 ottobre, “il piano di una nuova architettura congiunta della difesa missilistica regionale è descritta dalla delegazione americana come la più avanzata ed articolata proposta di cooperazione in merito tra Washington e Mosca”. Il ministro degli Esteri Lavrov ha gentilmente risposto che la proposta sarebbe stata presa in considerazione, ma già Putin aveva aperto l’incontro commentando ironicamente che “ovviamente noi potremo decidere un giorno di installare un qualche sistema anti-missilistico, da qualche parte sulla Luna”.

Di fronte alla posizione russa gli americani non potevano che ricorrere all’arrocco, e rispondere che gli Stati Uniti continueranno i negoziati con Polonia e Repubblica Ceca per l’istallazione del sistema antimissilistico. La partita a scacchi tra Putin e l’Occidente continua, e purtroppo i russi sono sempre stati molto bravi in questo gioco.

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