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Perché quello del call center di Padova è un caso a sé

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I lavoratori dei call center che prestano servizio nella struttura di una società hanno diritto ad un contratto di lavoro subordinato dal momento che utilizzano attrezzature e materiale aziendale e non possono essere considerati, dal datore, come lavoratori autonomi. Lo ha sottolineato la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 9812 della sezione lavoro.

Con questo verdetto la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Solidea sas, una società di Padova che aveva un call center nel settore pubblicitario. Si è chiusa così una lunga vicenda giudiziaria che aveva percorso tutti i gradi del giudizio di merito prima di arrivare alla sentenza che ha chiuso il caso.

La notizia, anticipata con notevole evidenza da un grande quotidiano, è subito rimbalzata al Ministero del Lavoro.

Il ministro uscente (e non rientrante per un bel numero di anni) Cesare Damiano, ha rilasciato una dichiarazione con la quale attribuisce a se stesso il merito dell’esito positivo della vertenza e del contenzioso. Pur senza negare a Cesare quel che  spetta a Cesare è bene tentare sinteticamente qualche ulteriore considerazione, prima che il caso della ditta padovana venga arruolato nelle crociate contro il precariato che da anni ammorbano l’aria (ce le troviamo nei libri e al cinema, nei talk show televisivi) senza portare – a conti fatti – molta fortuna elettorale ai tanti predicatori.

Va ricordato, innanzi tutto, che le sentenze – anche quelle della Cassazione – "fanno stato" solo nella concreta fattispecie condotta in giudizio.

Si vede, allora, che nel caso concreto di quei lavoratori ricorrenti, la Corte ha individuato le caratteristiche di un rapporto di lavoro dipendente. E doverosamente ha condannato l’azienda ad assumere in modo corretto quel personale, con tutte le conseguenze retributive e previdenziali previste. Nulla da dire. Salvo ricordare un principio generale del diritto secondo il quale ogni tipo di lavoro può essere eseguito avvalendosi di un rapporto lavorativo differente.

Pertanto sono soltanto quei lavoratori,  occupati in quel particolare call center ad esser stati considerati alle dipendenze. Non è detto, così, che la medesima qualificazione valga per tutti coloro che svolgono tale attività (da noi sono circa 220mila, anche se la sinistra ne parla con la stessa foga che quarant’anni or sono dedicava a  milioni di tute blu).  Chiamati nuovamente a pronunciarsi i giudici sarebbero tenuti ad interpretare le leggi vigenti applicandole al caso concreto, senza pregiudiziali di alcun tipo.

La seconda considerazione chiama in causa le circolari citate dal ministro Damiano nella sua dichiarazione. Tali direttive – solitamente rivolte ai servizi ispettivi ministeriali e a quelli degli enti previdenziali -  non sarebbero mai state possibili in mancanza della legge Biagi, che ha fornito i criteri per riconoscere e combattere le collaborazioni fasulle. La medesima opportunità è valsa certamente per la Suprema Corte.

Torna ad essere provato così che la legge n.30 del 2003 tutela il lavoro regolare e contrasta quello sommerso, mentre cerca di disciplinare correttamente i rapporti ‘grigi’, a metà strada tra il lavoro dipendente e quello autonomo, che esistevano ben prima dell’avvio, nel 1997, della moderna legislazione del lavoro.  Si tratta di tipologie lavorative, diffuse ovunque, che non sono nate  dalla perfidia delle norme volute dai governi ‘nemici dei lavoratori’, ma dal mercato e dall’esigenza di liberarsi il più possibile dei soliti lacci e laccioli. Una riflessione conclusiva  sui problemi posti dalla sentenza ci induce ad intervenire a ‘gamba tesa’ nel dibattito aperto sulla questione del lavoro precario.

Diceva George Danton che le persone sono titolari soltanto di quei diritti che esse sono capaci di difendere. E come si può far valere un diritto nel mondo del lavoro?  In diversi modi, ma solo in quelli: col negoziato sindacale sostenuto dall’esercizio del diritto di sciopero oppure rivolgendosi al proprio giudice naturale (“ci sarà pure un giudice a Berlino?” si chiedeva quel contadino ai tempi di Federico il Grande). Tertium non datur. Nemmeno per i lavoratori precari, per fortuna dei quali le norme poste a loro tutela esistono. Basta solo farle valere, magari individuando forme e strumenti di una giustizia più rapida ed efficiente. Infine, verrà pure il giorno nel quale i call center italiani finiranno in Romania. Dopo tutti saremo felici. Magari con qualche posto di lavoro (ancorché "maledetto" e precario) in meno.

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1 COMMENT

  1. CALL CENTER DI PADOVA
    L’articolo mi pare sfacciatamente fazioso ed elettoralistico. Si vede che l’estensore del testo non si è minimamente informato di come funzionano la maggior parte di certe strutture.
    Se il buongiorno si vede dal mattino…

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