Perché solo per gli italiani l’identità è ancora un problema?

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Perché solo per gli italiani l’identità è ancora un problema?

Perché solo per gli italiani l’identità è ancora un problema?

30 Dicembre 2007

Il
problema dell’identità è presente dovunque, ma suscita discussioni
incandescenti solo da noi. Sul New York Times troviamo articoli sulla
frontiera col Messico e sull’espansione dello spagnolo negli States. Cosa
accadrà all’identità americana, si chiedono editorialisti e giornalisti del
NYT, quando lo spagnolo supererà l’inglese con tutti questi ispanici prolifici e
attaccati alla famiglia? L’identità è al centro anche del Guardian
e  del Times. Laburisti e
conservatori sono euroscettici  e gli
europeisti  di entrambi i partiti
desiderano una Ue che non eroda le sovranità degli stati nazionali. Quando si
parla di Ue scatta il problema della Britishness.

Sull’ultimo TLS spicca
il nome del filosofo Roger Scruton, critico della cittadinanza globale o
cosmopolita, perché la cittadinanza è radicata nel territorio e nella lealtà
nazionale. Scruton denuncia i critici dell’imperialismo americano e li accusa
di puntare a un imperialismo ancora più pericoloso, perché invisibile: quello
in atto in Europa, la patria dello stato nazionale, che l’Ue vuole distruggere
per creare una federazione transnazionale. Scruton è convinto che nonostante
questo processo non sia auspicato da nessuna nazione, ha già creato un
superstato burocratico e autoritario, che impone i propri diktat alle
democrazie europee espropriandole della sovranità.

La Britishness è una
faccenda seria. Un anno fa, Gordon Brown ha proposto in un discorso alla Fabian
Society di istituire il giorno del British pride: il Regno Unito è il paese più
multiculturale e Brown ha chiesto alle diverse comunità etnico-religiose di
accettare i valori civili della Britishness. In ottobre il Times ha
pubblicato un articolo di Jonathan Sacks, il rabbino capo della comunità
ebraica britannica dal titolo significato Wanted: a national cultural. Multiculturalism is a disaster. Chissà cosa sarebbe
accaduto se fosse stato pubblicato in Italia. Come minimo si  sarebbe gridato al fascismo. Per tutta la
campagna elettorale Sarkozy ha rivendicato i valori dell’identità francese e
insieme all’avversaria Royal ha sbandierato Giovanna D’Arco, il simbolo più
forte della nazionalità francese, mentre Barbara Spinelli gridava alla
rinascita del fascismo e al tradimento dell’Europa. Per non parlare della
Russia di Putin: il nuovo superzar  ha
chiesto perdono dei crimini del comunismo ai compatrioti in una cerimonia enfatizzata
dai media, dove è apparso rispettoso e deferente accanto al primate della
chiesa ortodossa russa.

Sono tempi duri per Jürgen
Habermas, il filosofo e sociologo della scuola di Francoforte, teorico della
cittadinanza, divulgata in Italia da intellettuali di sinistra come Gian Enrico
Rusconi e Danilo Zolo, critici dell’identità nazionale affrontata dalla collana
del Mulino L’identità italiana diretta da Ernesto Galli della Loggia.
Paradossalmente, Habermas, filoamericano prima della caduta del muro di
Berlino, dopo l’11 settembre e l’intervento americano in Afghanistan e in
Iraq,  è approdato con Rusconi e Zolo
all’antiamericanismo. Nel 2005 nell’Occidente diviso, Habermas ha
auspicato un’identità europea contrapposta a quella americana e in nome del
cosmopolitismo kantiano e del diritto internazionale ha proposto di combattere
“l’unilateralismo egemonico americano” e la costruzione di un esercito
europeo  per difendere il nucleo
universalistico della democrazia e i diritti umani. Habermas è stato invece
favorevole alla guerra della Nato contro la Serbia, l’ha considerata un
intervento anticipatore del nuovo ordine giuridico e umanitario della
cittadinanza cosmopolita, secondo i principi del diritto internazionale
derivati da Kant, per i quali è necessario proteggere i cittadini del mondo da
regimi criminali. La Germania è stata il primo stato a riconoscere la Croazia
al tempo della secessione insieme alla Slovenia dalla Jugoslavia, uno degli
atti che hanno condotto allo smantellamento della ex-Jugoslavia. Forse la
teoria della cittadinanza cosmopolita di Habermas è soprattutto una retorica
funzionale all’affermazione dell’identità tedesca in Europa.

Per l’Italia è tutto più complicato
da antagonismi secolari e da vicende storiche che hanno diviso il paese in
filoamericani e filosovietici, poi in filoamericani e in  antiamericani favorevoli a un’Europa sotto
l’egida franco-tedesca.  Rusconi, lo
storico e il politologo italiano più filotedesco, favorevole alla guerra del
Kosovo e a un’Europa a guida tedesca, dopo la guerra in Iraq, nel 2003, ha
dichiarato che solo un’Europa armata fino ai denti potrà contrastare gli Stati
Uniti.  Zolo, nato a Fiume nel ’36, ha
condannato la guerra in Iraq, ma si è opposto alla tesi di Habermas della
necessità dell’intervento in Kosovo in nome del diritto cosmopolita e
umanitario e ha criticato il principio di guerra umanitaria, perché
utilizzabile anche dagli americani. Da noi, agli inizi degli anni ’90, Rusconi
ha teorizzato la cittadinanza come risultato della nuova comunità politica nata  dalla Resistenza, ovvero dalla guerra civile
dei partigiani alleati con gli anglo-americani contro i tedeschi nel 1943-45.
Ora, la maggior parte dei tedeschi rimase con Hitler, ma  Rusconi, 
intransigente antifascista e laico ha un occhio speciale per la
Germania e il dramma tedesco del “doppio tradimento italiano” nel libro su
Italia e Germania del 2003. Se la resistenza antifascista fu, come sostiene
Tony Judt nel suo Dopoguerra edito da Mondatori nel 2007, soltanto una
guerra civile, risultato  di un più ampio
conflitto storico tra italiani, nella posizione di Rusconi sulla Germania –
considerata ormai affrancata dal passato, mentre il fascismo invece da noi non
passa mai e gli pare risorto con Berlusconi – si esprime la strumentalità di
tanto antifascismo “laico” e i problemi storici della fragile identità
italiana.

Rusconi, che in fondo considera un mezzo tradimento anche la prima
guerra mondiale dell’Italia alleata con l’Intesa contro la Germania, è a favore
di un’Europa tedesca che inglobi l’Italia e magari annulli il Vaticano.
Contrario al superstato Europa e alla retorica della cittadinanza, che
considera lo stato nazione una specie di Satana dal cui ventre è sempre pronto
a rinascere il fascismo, Roger Scruton è inglese, è fiero di esserlo e non gli
passa neppure per la testa di passare per fascista a rivendicare la
Britishness, come neppure al laburista Gordon Brown. Autore nel 2002 di The
West and the Rest
, Scruton osserva come gli italiani abbiano una cura
particolare per le loro città e questa attenzione simboleggia rispetto e
fedeltà alla patria. Diversamente da quanto pare a Scruton, abbattere edifici e
quartieri senza alcun problema e ricostruirne altri, come accade negli Stati
Uniti, una nazione altamente patriottica, che non restaura quasi niente, può
anche essere il simbolo della vitalità di una civiltà o di una mentalità
diversa da quella dell’Europa del secondo dopoguerra. L’ossessione italiana di
conservare e restaurare ogni frammento del passato  può anche rappresentare la difficoltà a
proiettarsi nel futuro e la cristallizzazione nel passato della propria città,
la sostituzione della città alla patria. Le continue discussioni sul passato
che non passa confermano questa situazione di crisi di identità.

La cura degli italiani per le loro città e
l’impegno quasi maniacale per il restauro – la prima repubblica non ha
costruito nessun edificio o monumento significativo, tranne le autostrade – per
Scruton sono la testimonianza dell’amor di patria, un amore però complicato
dalle vicende storiche, presente forse perfino nei cosiddetti anti-italiani, in
fondo ipercritici per una forma di amore impazzito per il proprio paese e forse
anche in coloro che negano la nazione o si irritano (talvolta anche per un po’
di invidia) per la bella collana L’identità italiana di Ernesto Galli
della Loggia.  Gradualmente, la sinistra
italiana ha abbandonato falce e martello, la bandiera rossa, l’internazionale.
I colori del simbolo del Pd sono quelli del tricolore, considerati fascisti fino
a qualche anno fa, ma sull’identità italiana pesa ancora il grave conflitto col
cattolicesimo, considerato all’estero uno dei suoi pilastri. Nel ’99 Rusconi,
teorico del “patriottismo costituzionale”, è approdato all’esigenza di una
“religione civile” che si ricolleghi a Mazzini, convinto che il maggiore
ostacolo alla nascita dello stato italiano fosse il papa. E’ vero che Habermas
ha un feeling speciale con Ratzinger e, chissà, può darsi lo trasmetta a
Rusconi, che magari finirà per sognare la rinascita del Sacro Romano Impero,
ovviamente con un imperatore tedesco.

Per le infinite discussioni italiane
sulla guerra poi, può essere utile la rilettura del libro-intervista di Robert
McNamara, The Fog of War, dove il segretario della Difesa statunitense
dal ’61 al ’68 chiede perdono per le crudeltà commesse in Vietnam. Il perdono
chiesto da McNamara è un  discorso
politico realistico sulla guerra: la guerra è crudele, sostiene McNamara, e il
vincitore è chi è stato più crudele. Per dimostrarlo, ricorda i crimini di
tutte le guerre americane, cominciando dalla guerra civile americana (o guerra
di secessione o guerra degli Stati) e cita il generale Sherman, che prima di
dare l’ordine di incendiare Atlanta ormai sconfitta, disse: “La guerra è
crudele. La guerra è crudeltà”. McNamara parla anche della seconda guerra
mondiale e dei crimini degli alleati – p.e. la decisione di bombardare le città
tedesche, giapponesi e italiane, anche se era noto che non vi erano soldati od
obiettivi bellici, ma soltanto civili – e dichiara che questi crimini furono
necessari per vincere e che se gli americani non li avessero commessi sarebbero
stati loro a essere impiccati a Norimberga. La guerra è l’espressione di quel
“legno storto” di cui è fatto l’uomo, di cui era ben cosciente Kant, tanto
caro a Habermas & C. L’identità italiana ha quindi problemi diversi da
quella di altri paesi e potrà ricostituirsi o ricrearsi solo trovando un modo
per uscire dalla crisi che da più di sessant’anni assilla un paese oggi
sull’orlo del declino.