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A luglio l'inizio del ritiro

Petraeus annuncia progressi in Afghanistan ma è ancora troppo poco

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“Progressi significativi, ma fragili e reversibili”, con queste parole il Gen. Petraeus, comandante delle truppe alleate in Afghanistan, ha aperto la sua relazione alla Commissione Difesa del Senato americano, il 15 marzo scorso. Un’audizione importante perché permette di fare il punto della situazione su ciò che sta avvenendo nel paese degli aquiloni, e sullo stato non solo della guerra ai talebani ma anche della ricostruzione del paese. Le notizie che arrivano da Kabul sembrano, per la prima volta da molti anni, incoraggianti, non solo il momentum conquistato dai talebani è stato interrotto in tutto il paese e rovesciato in molte aree, ma i risultati raggiunti nel 2010 (e confermati nei primi mesi di quest’anno) “hanno consentito al Joint Afghan-NATO Transition Board di raccomandare l’avviamento della transizione del potere agli afghani in numerose province”.

I risultati raggiunti dovrebbero consentire anche di iniziare a ridurre il numero di militari americani coinvolti nelle operazioni, facendo rientrare una parte dei 30.000 soldati inviati con il surge dello scorso anno. Anche il numero delle vittime, per la prima volta in quasi dieci anni, è calato, come nota sul suo blog Gianandrea Gaiani. Una notizia incoraggiante, anche se il dato è parziale e dovrà essere confermato nei prossimi mesi, soprattutto se si considera che la strategia adottata aumentava il rischio di perdite umane, anche semplicemente in conseguenza del maggior numero di boots on the ground presenti in teatro.

Se poi si considera che contemporaneamente è cresciuto sia quantitativamente, sia qualitativamente, il numero delle truppe afghane (si parla di un incremento di oltre 70.000 unità), si capisce come il traguardo di un vero passaggio di consegne sembri essere un po’ più vicino. Lo rileva anche Max Boot in un recente articolo su Commentary: “A dicembre ho visitato Arghandab, un distretto a nord di Kandahar, un tempo rifugio sicuro dei talebani, che ora è stabilmente occupato dalle truppe alleate con il supporto di quelle afghane. La scorsa settimana sono stato a Zharay, ad ovest di Kandahar, un altro distretto dove i talebani un tempo imperversavano, ma ora non più, e come questi vi sono molti altri esempi nelle province dell’Helmand e di Kandahar”, come dimostra Marjah “un tempo hub dei talebani e dell’industria illegale della droga, ed ora controllata da un concilio eletto regolarmente all’inizio di marzo, con una partecipazione del 75 per cento degli aventi diritto”.

Il risultato di questo processo democratico lo descrive lo stesso Petraeus “I mercati dove un tempo si vendevano armi, esplosivi e droga, ora vendono cibo, vestiti e articoli per la casa”.

Ma il bilancio presenta anche ampie zone d’ombra. Innanzitutto la persistente presenza di numerosi santuari in Pakistan, dove la situazione non sembra migliorare nonostante i ripetuti inviti di Washington ad intervenire più incisivamente. Il governo di Islamabad sa benissimo dove si nascondo i talebani ma continua a non impegnarsi, ed è costretto a chiudere gli occhi perché ostaggio delle sue elite militari conniventi con gli insorti. Finché questa situazione non sarà risolta le sorti della guerra rischiano di venire rovesciate in tempi brevi.

Analogo discorso può essere fatto per la persistente corruzione che affligge le strutture governative afghane. I risultati raggiunti dalla task force anticorruzione del Gen. McMaster, voluta proprio dal Gen. Petraeus, sono solo una piccolo goccia nell’oceano, e servirà molto di più per risolvere un problema così esteso e che raggiunge i più alti livelli della politica e della burocrazia afghane. Un altro aspetto da tenere in considerazione è l’alto numero di vittime civili registrate ancora nel 2010. Secondo quanto riporta la BBC “oltre 2.700 civili hanno perso la vita nel 2010, il 15% in più rispetto all’anno precedente”. Un livello purtroppo elevatissimo ma che ci aiuta a ricordare per cosa combattiamo, per garantire non solo la nostra sicurezza ma anche quella di milioni di cittadini afghani.

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