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Petraeus fa paura e gli effetti si sentono

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I fatti accaduti in Iraq nelle ultime 20 ore costituiscono una nuova sfida per il comandante della missione Iraqi Freedom, il Generale David Petraeus. Sostenitore di una linea d’azione diversa dai normali protocolli militari, adesso il “Professore Guerriero”, come lo chiamano in patria, dovrà affrontare nuovi disordini, proprio a ridosso dei giudizi positivi sui risultati finora ottenuti in Iraq. Infatti, dopo gli attentati di ieri sera nella zona sciita di Tal Afar (400 km a nord di Baghdad), dove l’esplosione di due camion e un’auto bomba ha ucciso 75 persone e ferito altre 190, all’alba un commando di poliziotti sciiti fuori servizio ha fatto irruzione in un quartiere sunnita di Tal Afar, giustiziando non meno di 45 persone con un colpo d’arma da fuoco alla testa, dopo averle e bendate e legate. Non solo, questa mattina altre due autobombe sono esplose a Falluja di fronte a una base militare americana, uccidendo 8 militari iracheni in servizio ad un checkpoint lì vicino, e innescando uno scontro a fuoco tra gli americani e i terroristi dove sono rimasti feriti tre civili. Momentaneamente la situazione sembrerebbe sotto controllo: gli agenti di polizia di Tal Afar sono stati costretti nelle loro basi, mentre i rinforzi in arrivo da Mosul sarebbero già operativi nell’area da bonificare, insieme all’esercito americano.

Sicuramente quello che succederà nei prossimi giorni sarà un banco di prova importante per l’operato di Petraeus, poiché le forze di polizia in arrivo da Mosul sono state addestrate proprio dal Generale americano subito dopo la caduta del regime di Saddam. Naturalmente un eventuale insuccesso di questi uomini non sarebbe imputabile a Petraeus, se però l’operazione avesse un riscontro positivo sarebbe una conferma importante per il marine di West Point, che sintetizza lo spirito del Nuovo piano per la Sicurezza in queste parole: «quando gli Stati Uniti appoggiano una nazione, il successo a lungo termine è arrivare a istituzioni che vanno avanti da sole», ivi comprese le forze dell’ordine.

Infatti, contrariamente ai suoi parigrado dislocati in altre aree, il neocomandante in capo dell’esercito statunitense non usa soltanto la mano dura, ma anzi tenta di “conquistare menti e cuori degli iracheni”. Punti chiave della sua strategia sono il dialogo, la collaborazione e la flessibilità di azione e reazione agli attacchi nemici. E i fatti finora sembravano dargli ragione: il numero degli omicidi è calato in modo sensibile, così come la pulizia settaria e gli episodi di violenza quotidiana, quantomeno nei dintorni di Mosul. Contrario alla debaathificazione voluta dal governatore Paul Bremer, da anni parla di contatto con la popolazione irachena.  “Se i reparti militari restano chiusi nelle caserme perdono il contatto con la gente – ha detto in più occasioni – comincia a sembrare che siano spaventati e che stiano lasciando l’iniziativa ai guerriglieri. Occorre fare pattugliamenti aggressivi per saturare la zona e imboscate contro gli avversari e allestire punti di osservazione e di ascolto. È necessario spartire il rischio con la popolazione e mantenere il contatto con loro”. Anche la strategia di comunicazione è una novità rispetto al normale approccio di un militare col nemico, infatti gli uomini di Petraeus hanno anche distribuito volantini in cui cercavano di spiegare il proprio lavoro, gli obiettivi e le finalità della presenza americana in Iraq. Non solo, lo stesso comandante incontrava regolarmente gli imam sunniti e sciiti. Forse questa prassi può sembrare stravagante per un generale dei Marines degli Stati Uniti, ma è importante non farsi trarre in inganno da questi metodi, poiché se lo stesso capo della polizia Wathiq al-Hamdani ha richiesto come supporto per risolvere la crisi a Tal Afar, proprio i soldati iracheni addestrati da Petraeus, un motivo ci sarà.

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