Petraeus non ha mai detto che i soldati degli Usa muoiono per colpa d’Israele
15 Aprile 2010
L’atteggiamento di Israele e l’irrisolta questione mediorientale mettono a rischio la vita dei soldati americani al fronte. Così, in maniera molto sbrigativa, giornali e blogger americani avevano riassunto la deposizione del Generale David H. Petraeus davanti al Senate’s Armed Services Committee della settimana scorsa, scatenando una bagarre mediatica che si è conclusa soltanto quando il Comandante del CENTCOM è intervenuto per smentire ogni addebito e ricordare che “Israele è, è stato, e sarà, un importante alleato strategico degli Stati Uniti”.
Nella vicenda che ha coinvolto il Generale possiamo distinguere un aspetto meramente giornalistico, che è legato al modo in cui i cronisti riportano le notizie, rischiando di deformarne il senso; e un aspetto più “politico”, che riguarda invece il posizionamento di Petraeus all’interno del mercato elettorale americano, e la sua possibile candidatura alle prossime elezioni americane come sfidante di Obama.
Nel primo caso, i giornali hanno ripreso – decontestualizzandolo – un passaggio del report presentato da Obama alla commissione del Senato. La citazione, che appare in forma scritta nel documento ma non è mai stata pronunciata dal Generale, dice: “Le ostilità persistenti fra Israele e alcuni Paesi vicini rappresentano delle sfide evidenti per gli Stati Uniti. Le tensioni fra israeliani e palestinesi si trasformano sovente in violenza e in scontri armati di vaste dimensioni. Il conflitto provoca un sentimento anti-americano a causa dell’opinione che gli Usa sostengono Israele….”.
Parole che possono essere facilmente fraintese se, come ha spiegato Petraeus, non si tiene conto di altri fattori che il Generale aveva citato nel report – ovvero le tante cause della situazione in Medio Oriente, in primis l’Iran che minaccia di estirpare lo stato ebraico dalla faccia della terra. “Ci sono diversi fattori – dice Petraeus – ma solo uno è stato estratto da un documento lungo 56 pagine, e non era neppure un passaggio che avevo letto durante la mia deposizione”. Risultato: il Generale è stato costretto a una telefonata riparatrice con il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, per spiegare in che modo erano state distorte le sue parole e rassicurarlo sui rapporti tra Usa e lo Stato ebraico.
C’è poi la questione politica legata alla vicenda. A sentire Mark Perry, uno degli ex consiglieri di Arafat e autore di Talking to Terrorist: Why America Must Engage with Its Enemies, tutto nasce da una presentazione in power point tenuta dai funzionari del CENTCOM durante un briefing con l’Ammiraglio Mullen al Pentagono, con cui Petraeus avrebbe cercato di avocare a sé le politiche Usa in Medio Oriente. La presentazione, secondo Perry, avrebbe avuto l’effetto di una bomba alla Casa Bianca, dando l’impressione che a Washington le relazioni con Israele sono tenute certo in grande conto ma non hanno la stessa importanza delle vite dei soldati americani.
In realtà, secondo la ricostruzione offerta da Max Boot sul blog di Commentary, ad essere “scorretta” è proprio la versione di Perry, visto che Petraeus non ha mai chiesto esplicitamente di occuparsi della questione mediorientale né ha detto che gli insediamenti sono l’ostacolo più grande per il raggiungimento della pace con i palestinesi. Questo, se mai, lo pensano, e certe volte lo dicono, gli obamiani. Quello del Generale è stato un discorso realistico, non un discorso antiebraico. La relazione di un militare, non gli slogan di un politico. Secondo gli ambienti vicini all’Ammiraglio Mullen, quest’ultimo non sarebbe rimasto per niente scioccato dalle dichiarazioni di Petraeus, come invece hanno riferito i giornali.
Petraeus è uno dei “papabili” sfidanti di Obama per il partito Repubblicano. Non sono in pochi i commentatori e i funzionari americani a pensare che, dietro episodi come questo, ci sia qualche testa fina dell’amministrazione, che avrebbe estrapolato di proposito le dichiarazioni del Generale dal loro contesto per darle in pasto alla stampa.
