Petraeus viene a Roma per mettere pace ma in Pakistan si spara ancora

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Petraeus viene a Roma per mettere pace ma in Pakistan si spara ancora

18 Ottobre 2010

Nel weekend una serie di sparatorie a sfondo politico-elettorale ha sconvolto la città di Karachi, circa 30 le vittime accertate, oltre 60 gli arresti. Il Pakistan fa i conti con una nuova ondata di violenze nel momento in cui ad appoggiare la guerra nel vicino Afghanistan – essenziale per i destini di Islamabad – è rimasto solo il 37 per cento degli americani. L’onusiano de Mistura ha avvertito che non c’è una soluzione militare al conflitto, solo “il dialogo, la conciliazione, l’accordo”, ed è questo quadro che il generale Petraeus incontra oggi a Villa Madama gli alti rappresentanti della diplomazia afghana, Nato, Onu e Ue (c’è anche un uomo di Teheran), per verificare la possibilità del cosiddetto processo di “reintegrazione e conciliazione” politica con l’insorgenza. Per il ministro Frattini, il dialogo è auspicabile solo se Talebani daranno garanzie sui diritti umani, il disarmo e un taglio con Al Qaeda.

Ci avevano già provato i sauditi qualche anno addietro ma l’abboccamento era fallito. Ora invece Obama non vede l’ora di sloggiare dall’Afghanistan per rivendersi la missione compiuta alle presidenziali del 2012 (l’inviato speciale Holbrooke ieri ha dichiarato che nel 2011 comincerà una "riduzione molto graduale delle forze americane"), Karzai ha capito che deve fare i conti non solo con i talebani afghani ma anche con quelli pakistani, gli Studenti di Dio negli ultimi due anni hanno preso tante di quelle legnate da essere scesi a più miti consigli. A mostrarsi disponibile a un compresso è addirittura la Quetta Shura, il gran consiglio talebano, con la promessa, sembra, di garantirsi qualche posto in futuri governi e soprattutto un esilio dorato per il leader storico del regime, il Mullah Omar. Petraeus in persona sembra supportare l’iniziativa diplomatica di Karzai anche se l’architetto delle guerre di Washington sa che il “surge” deve essere ancora completato per produrre tutti i suoi effetti, che l’esercito pakistano ha fatto il suo dovere nella FATA e nelle province del Nord-Ovest, e che il training e la formazione delle forze armate e di sicurezza afghane procede secondo i tempi stabiliti (il ministro della Difesa La Russa ha dichiarato che l’anno prossimo le zone sotto controllo italiano potrebbero essere le prime a sperimentare il passaggio di consegne). Tutto questo lo spinge a incunearsi fra le diverse sigle dell’insorgenza talebana per far venire allo scoperto le divisioni interne.

La vecchia guardia, infatti, quella più rigorista, sta cedendo il passo ad altrettanto inestirpabili clan tribali che dei talebani sono sempre stati amici ma da un po’ di tempo giocano una partita per conto loro, puntando al rialzo sulla scia di Al Qaeda (kamikaze, autobomba, eccetera). Ed è qui che ancora una volta entra in gioco il Pakistan, convitato di pietra agli incontri di Roma ma protagonista assoluto nelle sorti del vicino Afghanistan. E’ nella regione pakistana del Nord-Waziristan che si è radicato il clan Haqqani, padre e figlio: il primo, Jalaluddin, il patriarca, dato per malato e ormai lontano dai riflettori, e il secondo, Sirajuddin, “Siraj”, la cui ascesa al potere ha coinciso con una recrudescenza di attacchi terroristici sferrati in territorio afghano – quello contro l’hotel Serena di Kabul nel 2008, contro la base della Cia a “Camp Chapman” l’anno successivo, ma anche scuole e bambini, tutti nel mirino. Sono mesi che i Predator americani martellano il Waziristan colpendo i vertici del clan – in un attacco sarebbe morto Mohammad, il fratello di Siraj –, l’ultimo venerdì scorso ha fatto quattro vittime, ma gli Haqqani per tutta risposta hanno rifiutato di sedere al tavolo del negoziato con Karzai. Il presidente afghano non demorde e sabato le agenzie stampa parlavano di “contatti” avviati fra Kabul e il clan, con il benestare di Washington, un approccio che risalirebbe già all’estate scorsa, nel tentativo, qualcuno dice disperato, di coinvolgere l’intera "Shura" nel processo di pace.

Siraj ha confessato a un reporter di Al Jazeera che non condivide il dogmatismo fanatico degli studenti divini; per lui è molto più facile seguire l’esempio di Bin Laden e colpire il vecchio alleato dei mujaheddin, l’America, con azioni di fuoco spettacolari e imprevedibili. Il patriarca, Jalaluddin, è stato un veterano della resistenza antisovietica e una volta Charlie Wilson, il congressista americano “plenipotenziario” di Washington nell’armare l’islam contro il comunismo, ebbe a dire di lui: “E’ come una divinità scesa in terra”. Gli Haqqani somigliano più ai personaggi di Kipling che ai fedeli servitori della fede di Kandahar. Furono i sauditi e la Cia a finanziare la milizia privata di Jalaluddin che, dopo il ritiro dell’Armata Rossa, l’ascesa e la caduta dell’Emirato talebano, è giunta a contare dai quattro ai dodicimila miliziani. Un piccolo esercito. Oggi sulla testa del 37enne Siraj pende una taglia di 5 milioni di dollari emessa dal dipartimento di giustizia americano, e secondo WikiLeaks attualmente l’uomo sarebbe il primo obiettivo nella lista del controterrorismo americano.

L’atteggiamento che mostreranno di avere verso gli Haqqani le autorità di Islamabad, il governo Gilani, l’esercito, i servizi segreti, è cruciale per il destino di questo versante della guerra. Fonti incontrollate provenienti dall’Afghanistan indicano che di recente ci sarebbe svolto un incontro segreto fra il presidente Karzai, il generale Kayani, il capo dei servizi segreti militari di Islamabad, ed esponenti del clan, una notizia smentita dal governo pakistano e dallo stesso Karzai. Fatto sta che in Nord Waziristan gli Haqqani hanno campi di addestramento paramilitari e si occupano di raccogliere le tasse e far rispettare la legge. La mobilitazione bellica di Islamabad nell’ultimo anno e mezzo è stata fondamentale per il contrasto del terrorismo e della insorgenza al confine tra i due Paesi ma sembra aver raggiunto il suo punto critico e potrebbe non andare oltre. Se il premier Gilani rifiuterà di lanciare nuovi attacchi in Nord Waziristan, opponendosi alle richieste degli americani, i suoi servizi segreti avrebbero forse l’occasione di gettare un’esca agli Haqqani, per spingerli a rinunciare allo stragismo terrorista. Il clan parteciperebbe quindi al tavolo chiesto più volte da Karzai e ormai appoggiato apertamente da Washington e Londra.

Diversamente, il Presidente Obama reagirà con durezza. Nei giorni scorsi, un bombardamento Nato ha portato alla morte di tre soldati pakistani scambiati per miliziani e la ritorsione di Islamabad è stata immediata: la chiusura delle grandi arterie di rifornimento dell’Alleanza verso l’Afghanistan (riaperte successivamente). Gilani si trova quindi davanti a una scelta difficile: inasprire o addolcire i toni con l’alleato Usa? Nel primo caso, non sarebbe un buon abbrivio per il prossimo mega-assegno che Washington staccherà per gli aiuti umanitari e per rilanciare l’economia del Paese che si sta faticosamente riprendendo dopo il brusco stop degli ultimi anni. La “conciliazione” da questo punto di vista sembra un passo quasi obbligato. Tanto più che gli Usa guardano sempre di più all’India come al partner strategico nell’area per i prossimi decenni.

Stabilizzare il confine conviene sia all’Afghanistan che al Pakistan e probabilmente i generali di Islamabad lo hanno capito. Recentemente hanno lanciato un avvertimento preciso – non tagliateci fuori dalle trattative – arrestando il comandante in seconda del Mullah Omar, il Mullah Barader, che era divenuto il tramite fra la Quetta Shura e i mediatori sauditi. Ora tocca agli Haqqani i quali, nonostante il terrorismo, sono stati dipinti come dei possibili interlocutori dall’ex comandante in capo delle truppe Usa Afghanistan, l’esautorato McChristal, e dagli alti papaveri dell’esercito inglese. Con buona pace dell’Alleanza del Nord che ha servito e serve nel governo e nelle forze della sicurezza di Karzai. I membri dell’Alleanza sono convinti che se i talebani tornassero sulla scena l’Afghanistan precipiterebbe di nuovo nel caos.

L’impressione è che per uscire da questo ginepraio ci vorrebbe un altro Charlie Wilson, qualcuno capace di solleticare il “pragmatismo” degli Haqqani e rassicurare i vertici del potere politico-militare pakistano sulla stabilità dell’alleanza fra Islamabad e Washington. Pacificare le grandi rotte dei traffici commerciali ed energetici dell’Asia Centrale è uno scenario a cui tutti e due i Paesi possono guardare con speranza per rilanciare le rispettive economie. In Afghanistan però l’ex pupillo degli americani Karzai deve difendersi dalle accuse di nepotismo e corruzione, mentre in Pakistan il presidente Zardari naviga anche lui in acque difficili essendo ai ferri corti con il potere giudiziario. Un elemento stabilizzatore, ancora una volta, potrebbero rivelarsi i militari: sotto la guida di Kayani l’esercito sembra affrontare con maggiore concretezza le responsabilità di questa delicata fase storica nella vita del Paese. Ma lo stato maggiore pakistano non ha gradito la Legge Kerry-Lugar del Senato americano, pensata per legare l’attribuzione di fondi alla garanzia di interrompere qualsiasi linkage con l’estremismo, semplicemente perché quel legame viene aspramente negato dal Pakistan (l’opposizione parlamentare di Sharif appoggia la posizione dei militari). Fino a quando a Islamabad il potere politico, quello militare e giudiziario non si muoveranno con una unità d’intenti, garantendo l’ordine e la sicurezza interna, sarà difficile chiudere all’incasso la partita diplomatica aperta con Washington e Kabul nelle trattative con l’arcipelago talebano.