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Piante antisiccità per un pianeta che ha sempre più sete

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L’insufficiente disponibilità idrica e, in casi estremi, la siccità, è un fenomeno che investe in misura crescente sempre più ampie aree del nostro pianeta.

I cambiamenti climatici, l’uso irrazionale delle risorse e una popolazione in espansione sono tra le cause principali di una serie di processi che portano ad una lenta e graduale riduzione dell’acqua a nostra disposizione.

L’impennata nei prezzi dei cereali cui abbiamo assistito recentemente è proprio un effetto legato a condizioni eccezionali di siccità che, nei paesi meno evoluti e dei climi più aridi, portano inevitabilmente a conseguenze ben più drammatiche.

La disponibilità d’acqua è in realtà uno dei fattori che maggiormente limita la produttività delle colture ed è quello che indubbiamente determina la distribuzione delle specie sulla superficie terrestre: cactus negli aridi ambienti desertici, foreste nelle zone umide e piovose.

Tuttavia, oltre il 35% della superficie del nostro pianeta è considerata essere arida o semiarida, cioè con una piovosità insufficiente per la maggior parte delle colture.

I paesi più “umidi” d’altra parte non devono stare poi così tranquilli, perché anche in queste zone le precipitazioni sono spesso concentrate in periodi limitati dell’anno, spesso non coincidenti con le esigenze delle coltivazioni. In pratica tutte le aree agricole del nostro pianeta prima o poi dovranno confrontarsi con fenomeni di siccità che nelle condizioni più gravi possono comportare perdite di produzioni fino al 50%. Sviluppare colture che possano tollerare il deficit idrico è quindi un obiettivo essenziale per garantire il progresso e/o la sopravvivenza dell’agricoltura nel XXI secolo.

Che le piante abbiano bisogno di acqua per poter crescere, svilupparsi e darci dei frutti è un dato di fatto, ma è anche vero che alcune piante hanno bisogno di meno acqua (anche se non tanto meno) di altre per espletare le stesse funzioni.

Questa constatazione, apparentemente così banale, racchiude l’essenza di un concetto fondamentale in agricoltura, noto agli esperti come Water Use Efficiency e su cui molti breeders hanno infruttuosamente dedicato gran parte della loro vita professionale. Perché infruttuosamente? Perché in realtà, con i metodi tradizionali di miglioramento genetico non si è mai riusciti a trasferire questo carattere a colture di interesse agrario per renderle “meno esigenti e più efficienti rispetto all’uso dell’ acqua”, tanto meno è stata compresa la base fisiologica e genetica che determina quanto una%0D pianta possa essere più o meno efficiente nel convertire questa risorsa sempre più rara e preziosa in “prodotto”.

In altre parole, per anni si è brancolati nel buio! Le biotecnologie sembrano aver invertito questo trend di insuccessi, e sono proprio di questi ultimi anni due scoperte che hanno aperto nuove ed incoraggianti prospettive verso la comprensione della base genetica della Water Use Efficiency.

Tutto risiede nel controllo della funzione di questi minuscoli pori (stomi) che consentono l’ingresso di anidride carbonica e la fuoriuscita di acqua dalle foglie.

La quantità di questi pori sulla superficie fogliare (Masle et al., 2005 - Nature 436: 866-870) ed il controllo del loro meccanismo di aperture e chiusura (Vahisalu et al., 2008 - Nature , doi:10.1038/nature06608) sono gli elementi chiave che determinano quanta acqua la pianta “perde” o “usa” per crescere e riprodursi.

Presto secondo alcuni ricercatori il metodo genetico per controllare l'acqua utilizzata dalle piante potra' essere commercializzato. Entro 20 anni quindi le piante antisiccità.


(http://www.agi.it/estero/notizie/200802282041-est-rt11137-art.html).

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