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La preghiera

Pioggia e Silenzio per tornare a casa. Papa Francesco benedice la Città ed il Mondo

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Svegliati Signore, perché abbiamo paura. Siamo fuggiti e abbiamo lasciato vuota quella Piazza, che è l’ombelico del mondo, del nostro di mondo, della nostra di Civiltà. O forse lo era, scansata da altri spazi, virtuali, sfuggenti ed incredibilmente vuoti anch’essi.

Ma alla fine parla solo la durezza dei fatti e, ancor meglio, la potenza di un’immagine, di un simbolo che riappiccica insieme i mille frammenti di noi stessi. Il legno della Croce, un vecchio Crocifisso e sulla Vittima si vede il sangue del costato, ma si vede anche l’acqua, quella reale, che scende da un cielo plumbeo, illuminato dall’ultima impercettibile luce del giorno.

Sotto la pioggia c’è un uomo, vestito di bianco, che prega sotto il peso dei suoi anni, forse, ma anche dei nostri, i secoli di una Chiesa, di un Popolo, di una Fede.

Ci dice che nella tempesta sappiamo di essere indifesi, inermi, disarmati, altro che “superuomini”! Ma là, sotto la pioggia, non siamo soli. La tempesta colpisce tutti, perfino Dio ne partecipa, che la carne l’ha sperimentata.

E c’è allora il Silenzio, che avvolge tutto come fosse materia viva. Ci costringe, ci soffoca, ma in un abbraccio ci esalta. Perché il Sacro esige contemplazione. Esige che facciamo tacere noi stessi, per ascoltare Lui. Anche il Silenzio è un atto di coraggio: significa accettare di mettersi di lato. Stare nudi, senza potersi nascondere nel frastuono intorno a noi. E allora, in quel momento, in quel preciso istante, ci possiamo di nuovo convincere che possediamo limiti e confini, che subiamo la storia tanto quanto subiamo la geografia. E l’evidenza di questa pandemia sta smantellando in maniera tremenda e spaventosa l’idea, tutta artificiale, che siamo sufficienti a noi stessi.

Piove ancora, ma i raggi dorati del Sacramento sono lì, caldi e luminosi, saldi e magnifici. Ed il suono delle campane, le sirene urlanti, anticipano il momento in cui, correndo, torneremo a Casa.

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