Pirateria: dopo il fallimento dell’Onu adesso ci prova l’Europa

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Pirateria: dopo il fallimento dell’Onu adesso ci prova l’Europa

16 Dicembre 2008

Si chiama "Operazione Atalanta" ed è la missione navale dell’Unione Europea inviata nel Golfo di Aden per combattere i pirati somali che vi imperversano ormai da anni causando danni economici sempre più elevati: sia per i riscatti pretesi dai pirati per restituire le imbarcazioni e liberarne gli equipaggi (in tutto oltre 50 milioni di dollari), sia per le lunghe rotte alternative a cui sono costretti gli armatori, sia per l’aumento astronomico dei premi assicurativi, passati da 900 a 9.000 dollari al giorno.

Soltanto negli ultimi due mesi i pirati hanno attaccato 32 imbarcazioni e il loro raggio d’azione di recente si è esteso fino alle coste del Tanzania dove il 7 dicembre una nave da carico olandese ha respinto a stento un loro arrembaggio. L’Operazione Atalanta, per la quale sono stati stanziati 8,3 milioni di euro, dispone di sei navi da guerra e di tre aerei da pattugliamento marittimo a lungo raggio. Sostituisce dal 15 dicembre le tre unità della Nato che finora hanno pattugliato le acque del golfo per scortare le navi in transito, incluse quelle del Programma Alimentare Mondiale cariche di aiuti alla popolazione somala.

Le sue regole d’ingaggio, che il Rappresentante dell’UE per la politica estera e la sicurezza comune Xavier Solana ha definito “molto robuste”, consentono di adottare “tutte le misure necessarie, incluso l’uso della forza, per prevenire e impedire gli atti di pirateria”. I mezzi dell’UA possono quindi usare le armi contro le imbarcazioni dei pirati che finora le forze Nato si sono limitate a mettere in fuga e a ostacolare durante le operazioni di pirateria non essendo autorizzate ad aprire il fuoco e neanche a liberare le navi catturate e a colpire le basi terrestri dei pirati situate sulle coste del Puntland, il territorio somalo settentrionale proclamatosi indipendente dopo la caduta di Siad Barre nel 1991.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato la flotta europea a entrare in acque territoriali somale per inseguire i pirati e, in base alla Convenzione di Montego Bay del 1982, il diritto internazionale consente l’uso di forze militari contro la pirateria il che legittima ogni stato che abbia subito attacchi a proprie navi mercantili ad attaccare gli aggressori.

Su questo non tutti però sono d’accordo. “La pirateria non può essere risolta con una soluzione militare, dobbiamo indagare le cause sociali ed economiche di questo fenomeno”, così si è espresso il portavoce kenyano dell’Associazione dei marinai dell’East Africa presente ai lavori della conferenza internazionale dedicata al problema, svoltasi dal 10 al 12 dicembre a Nairobi per iniziativa delle Nazioni Unite. Obiettivo del vertice, che ha riunito 140 rappresentanti di 40 paesi, è stata la definizione di un quadro giuridico che consenta di portare davanti alla giustizia i pirati. A tal fine la conferenza ha proposto un programma del costo iniziale di 1,3 milioni di dollari da realizzare entro sei mesi e che prevede il rafforzamento degli strumenti legali a disposizione degli stati della regione – Kenya, Gibuti, Tanzania e Yemen – per avviare indagini e istituire processi.

Naturalmente si è parlato anche delle cause del fenomeno e immancabilmente, come accade sempre più spesso negli eventi internazionali organizzati dal Palazzo di Vetro, si è trovato il modo di puntare l’indice contro la “comunità internazionale” il che significa poi in sostanza contro Europa e Stati Uniti. “La comunità internazionale ha abbandonato la Somalia al suo destino, la pirateria è una delle conseguenze” ha affermato il diplomatico mauritano Ahmedou Ould Abdallah, rappresentante speciale dell’ONU per la Somalia, dimenticando che proprio le Nazioni Unite tra il 1992 e il 1995 hanno organizzato 2 missioni, Unosom I e Unosmo II, e hanno sostenuto la missione Unitaf degli USA. Nel frattempo, con una pressante attività diplomatica alla quale hanno collaborato alcuni stati, tra i quali l’Italia, e l’Igad, l’organismo regionale che riunisce sette paesi del Corno d’Africa, si era ottenuto di far sedere attorno a un tavolo i portavoce dei clan contendenti.

Nel 2004, dopo anni di negoziati svoltisi in Kenya mentre in Somalia la guerra continuava, sono state create le attuali istituzioni politiche di transizione, trasferite in patria l’anno successivo con l’unico effetto di dimostrare l’illusorietà degli accordi faticosamente raggiunti. Per salvare le istituzioni politiche di transizione minacciate dall’opposizione coalizzatasi nell’Unione delle Corti islamiche e per arginare l’infiltrazione del fondamentalismo islamico militante, alla fine del 2006 è intervenuta l’Etiopia, con l’appoggio degli Stati Uniti.

Da allora le truppe etiopi affiancano quelle somale nella lotta quotidiana per impedire alle Corti e ad altre formazioni antigovernative di riprendere il controllo dei centri urbani. Nel 2007 è stata inoltre inviata una missione dell’Unione Africana, la Amisom, che, pur avendo deluso le aspettative, ha ottenuto ad agosto il rinnovo del mandato da parte del Consiglio di Sicurezza ONU Nazioni Unite mentre un ultimo tentativo di pacificazione veniva promosso con la mediazione della comunità internazionale organizzando un ennesimo tavolo negoziale a Gibuti.