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Verso la riforma

Più efficienza e meno autonomia, è questa la strada giusta per riformare la Corte dei Conti?

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La riforma della Corte dei Conti che verrà messa in atto nei prossimi giorni dal ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, sta creando una serie di polemiche molto rumorose. E sono rumorose non perché sono state urlate ad alta voce, ma perché provengono dagli stessi esponenti della Corte dei Conti, il supremo organismo di controllo dell’amministrazione italiana. L’articolo 9 del disegno di legge incriminato (l’atto Camera numero 2031) introduce alcune disposizioni relative all’organizzazione e al funzionamento della Corte dei Conti.

Le principali innovazioni riguardano tre aspetti specifici: i controlli, il Presidente della Corte e il Consiglio di Presidenza. In particolare, sono previsti l’introduzione di una nuova tipologia di controllo di gestione, avente per oggetto le gestioni pubbliche statali in corso di svolgimento, il rafforzamento dei poteri del Presidente della Corte e la modifica della composizione e dell’organizzazione del Consiglio di presidenza. I componenti del Consiglio di presidenza hanno affidato a un documento approvato a maggioranza, la richiesta di modificare o addirittura di bloccare la riforma in questione. Due sarebbero i punti da rivedere o meglio da cancellare: il rafforzamento dei poteri del Presidente della Corte e l’eccessiva dipendenza dalle direttive del Governo. Il primo perché si creerebbe un solo centro di responsabilità decisionale e il secondo perché verrebbe lesa l’autonomia della Corte.

Ecco qui le principali novità in tema di controllo di gestione contenute nel disegno di legge Brunetta:

- la facoltà concessa alla Corte dei Conti e alle sezioni regionali (per i soli enti regionali e locali) di effettuare controlli su gestioni pubbliche statali in corso di svolgimento;

- la trasmissione al ministro competente del decreto motivato del Presidente dove si accertano le gravi irregolarità;

- la facoltà del ministro a disporre la sospensione dell’impegno di somme stanziate.

Il Presidente, in seguito alla riforma, stabilirà l’indirizzo politico-istituzionale dell’organismo e assegnerà e revocherà gli incarichi extraistituzionali. Questa ultima facoltà è stata messa in discussione poiché i magistrati della Corte tendono ad acquisire incarichi esterni ottimamente remunerati che spesso distolgono dalle esigenze di servizio della Corte stessa. L’ultima parte dell’articolo 9 configura un nuovo assetto del Consiglio di presidenza: non più 13 magistrati contabili, più quattro esperti nominati dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica, ma 11 (i giudici eletti dalla categoria passeranno da 10 a 4 e faranno il loro ingresso il segretario generale della Corte e il capo di gabinetto). L’opposizione è stata molto critica e ha chiesto la soppressione dell’intero articolo 9 perché stravolgerebbe la coerenza del sistema costituzionale dei controlli e delle funzioni della Corte dei Conti (con la previsione di controlli a richiesta del Consiglio dei Ministri). E ancora di più perché il rafforzamento dei poteri del Presidente della Corte, che oggi è un primus inter pares, minerebbe il principio costituzionale che governa i rapporti tra magistrati, distinti solo per diversità di funzioni.

In segno di protesta il centrosinistra ha abbandonato i lavori delle Commissioni Affari costituzionali e Lavoro durante l’esame del Ddl Brunetta, lamentando che la maggioranza pretenderebbe la mera ratifica senza discussione del lavoro già fatto al Senato. Certamente l’aria che si respira nei corridoi della sede di viale Mazzini non è delle migliori, ma non si può prescindere dalle parole del Presidente della Corte, Tullio Lazzaro: “Una riforma è assolutamente necessaria e urgente perché il mantenimento e la difesa dello status quo significherebbe condannare la Corte all’estinzione”. A noi non resta che dire: “Lunga vita alla Corte dei Conti”.

 

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