Più entusiasmo per l’Iraq

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Un grande equivoco grava sul processo elettorale iracheno, che nel suo ultimo appuntamento ha portato alle urne 11 milioni di cittadini iracheni: oltre il 70 per cento della popolazione. Con un forte incremento sia rispetto all'elezione del primo Parlamento di transizione, dove votarono 8,5 milioni di iracheni, sia rispetto al referendum costituzionale di ottobre dove l'affluenza si era avvicinata ai 10 milioni.

Nei pochi commenti e nelle scarne cronache che in Italia e in Europa sono state dedicate all'evento, queste elezioni vengono giudicate più o meno in questo modo: «non si è trattato di un segno di amore degli iracheni verso la democrazia, come si illudono quelli che hanno voluto esportarla in questo impervio paese, ma semplicemente della volontà degli elettori di veder prevalere la propria fazione e di avere più potere nel futuro governo del paese!»

Ma scusate, che cosa è la democrazia nei nostri moderni ed evoluti paesi se non esattamente questo? Forse che i cittadini italiani, francesi, americani o tedeschi vanno a votare "per amore della democrazia" e non invece per veder prevalere la loro fazione, il loro partito, e avere così un governo che corrisponda meglio alle loro attese e ambizioni? Forse che nel voto americano o spagnolo o di qualsiasi altro paese democratico non c'entrano etnia e religione?

Che cosa è infine la democrazia se non quel sistema empirico che serve a regolare la vita, le passioni, gli interessi degli uomini nel migliore dei modi finora sperimentati?

La novità che andrebbe salutata con un po' più di entusiasmo è quella per cui in un'area del mondo dove queste questioni vengono normalmente regolate con la repressione e col sangue, ora c'è un paese che prova a farlo con le urne elettorali. E non è Israele.

Non è poco, vi pare?

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