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PMI: la marcia indietro di Montezemolo

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Il discorso di Luca Cordero di Montezemolo alle assisi, del 30 e 31 marzo a Genova, dei piccoli e medi imprenditori, segna il completamento della ritirata dall’iniziale impostazione che lo stesso Montezemolo aveva dato alla “sua” Confindustria nel 2004.
Lo scenario in cui aveva preso il potere l’allora (e ancora) presidente della Ferrari era da lui descritto come un cumulo di macerie: l’Italia era in crisi catastrofica per competitività  perché abbondavano le fabrichette e mancavano grandi società e gruppi capaci di dare un tono all’industria. L’export non funzionava perché non c’era il sistema Paese. Delle Grandi opere la Confindustria montezemolizzata quasi non parlava. Sul centrodestra si diceva che era essenzialmente la perdita di un’occasione. Il rimedio era fare squadra con il sindacato, con la sinistra, con l’intellettualità progressista e fare le riforme di un sistema, che solo potevano salvare la Nazione.

Qualche anno dopo e le imprese, sia pure solo per propria capacità – secondo Montezemolo, marciano ed esportano. Le piccole e medie sono il traino dello sviluppo. Le riforme che hanno aiutato la ripresa, la legge Biagi e quella Maroni sulle pensioni (che ha stabilizzato in prospettiva il debito pubblico), non si devono toccare. Le Grandi opere vanno privilegiate. C’è il problema che il sindacato “combatte la flessibilità” e “una parte della maggioranza è ostile all’impresa”. Quanto a far squadra con un governo che fa acqua, gli accenti non sono più quelli del 2006. Al convegno dei piccoli, non se ne parla, ma qualche giorno fa il presidente di Confindustria se l’è presa con quei ministri che vogliono sostituirsi agli imprenditori nelle telecomunicazioni, nelle autostrade e così via. A Genova Montezemolo è tornato pappa e ciccia con Pierluigi Bersani, qualche giorno fa sembrava criticarlo. La lunga marcia indietro dell’inventore dello slogan  “fare squadra”  è cominciata nella primavera del 2006 quando la contestazione di Vicenza insieme agli applausi della platea per Silvio Berlusconi, riportarono sulla terra la presidenza confindustriale. Oggi la ritirata è andata molto avanti e ha aiutato il presidente a riacquistare un, sia pur diffidente, rapporto con i “piccoli”.

Adesso dopo la più o meno riconquista di una qualche simpatia della base, viene il problema di una più complessa riflessione strategica. Anche perché i guasti della strategia di “Montezemolo 1”  sono ben evidenti di fronte a tutti: la ritornata centralità della Cgil, la crescita della pressione fiscale, il non taglio della spesa pubblica, i sentimenti anti-impresa, la nouvelle vague di dirigismo. Di questa “riflessione” non sarà tanto protagonista Montezemolo, che invece dovrà decidere se usare o meno in politica l’esperienza fatta in questi anni, quanto i candidati alla futura presidenza. Il punto sarà, innanzi tutto, come mantenere il rapporto con i piccoli che è stato al centro del lavoro di recupero montzemoliano: rappresentarli direttamente? Su questo obiettivo lavora Emma Marcegaglia che vuole apparire una vera e propria paladina dei piccoli. Puntare su una presidenza molto industrialista che rappresenti più le istanze sindacali che quelle di diretta rappresentaza delle imprese minori? Su questa linea punta Alberto Bombassei, che è il candidato di Sergio Marchionne: non quello di Montezemolo che sulla stessa linea preferirebbe Andrea Moltrasio (peraltro molto legato a Bombassei). Rappresentarli con una presidenza più politica, che recuperi appunto anche politicamente (e dunque con una qualche sintonia con il centrodestra) alcune scelte della precedente presidenza D’Amato (magari in accordo con una sorta di montezemolismo pentito). Questo indirizzo potrebbe essere interpretato da Giancarlo Cerruti. Il peso dei piccoli sembra escludere la corsa di una candidato ambizioso e tenace come Luigi Abete. Come si è visto a Genova, i “piccoli” contanto sempre di più. Come peseranno, ve lo spiegheremo nelle prossime puntate.

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1 COMMENT

  1. Montezuma
    In altre parole, l’imperatore Montezuma HA SBAGLIATO POLITICA. Il leader di Confindustria, tre anni fa indicava il centrodestra come il colpevole del declino italiano. Che il declino (ammesso e non concesso che REALMENTE la situazione fosse tale) fosse un fatto SOLO italiano era un assioma dell’erede Agnelli che evidentemente si era sempre nutrito dei salvataggi statali facendo pagare a tutti i debiti e tesaurizzando da solo i guadagni.
    Dopo tre anni Luca Cordy fa retromarcia e blandisce le PMI, vero asse portante dell’italianità nel mondo e le blandisce probabilmente per suoi fini politici futuri, dal momento che la grande industria è rimasta da sola a difendere la corte dei miracoli che ci governa.
    Un imperatore che sbaglia, paga. Ha indicato una strada sbagliata, forse in malafede. Un dirigente d’azienda se commette un tale errore di strategia deve negoziare subito la sua buona uscita. Altrimenti non è un dirigente, ma qualcos’altro….

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