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Rilancio?

Poco per tutti: così l’Italia non riparte

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Il decreto di Giuseppi è arrivato.  Dopo lunghe giornate di attesa – quasi fossimo all’interno di un thriller metapolitico – la squadra si è presentata compatta, con tanto di pianto teatrale e sipario. Una partitura narrativa perfetta, non c’è che dire. Poi permane la realtà: Il governo – soprattutto per le frizioni interne tra Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle, che risultano inutili e deleterie in relazione al drammatico stato di salute economico del Belpaese, ci ha messo qualche mese ma pazienza. Tempo al tempo, che il tempo non dà tempo a te. Almeno non con una pandemia in corso.

 

Come quando si acquista una busta sorpresa dell’ultimo minuto per fare un regalo ai figli piccoli dei parenti meno congiunti, quando insomma non ci si vuole presentare a mani vuote, conviene ormai vedere cosa c’è dentro. Ci tocca questo. Il decreto di spinta sarebbe dovuto arrivare a marzo, con tempestività assoluta rispetto allo scenario che si sta inesorabilmente delineando. Quello della miseria che si allarga a macchia d’olio. Siamo al 13 di maggio. Questo sarebbe già dovuto essere il tempo della ricostruzione. Oggi il governo si propone di porre le fondamenta. Maggio sarebbe dovuto essere il mese del tetto. Serviva insomma un decreto contenente interventi finalizzati alla fase successiva a quella della ripartenza, che invece forse inizia soltanto adesso. Forse, perché quanto c’è non basta. O meglio: basta magari per alcuni, ma per altri di sicuro no. Perché le disposizioni governative sono sproporzionate tanto dal punto di vista settoriale quanto da quello geografico. E vedremo perché.

 

Pariamo dalle imprese: la sospensione dell’Irap è un atto dovuto, ma non è sufficiente. Le imprese non possono far altro che finanziarsi a debito. E quindi il governo non poteva che disporre qualcosa del genere. La logica non prevede altre possibilità. Non c’era alternativa nel breve periodo. Essendo passati tre mesi, però, l’esecutivo giallorosso avrebbe potuto osare di più: rivedere, riformare, ristrutturare la stessa Irap, che rimane nella nostra interpretazione – quella del centrodestra – una tassa pesantemente ingiusta nei confronti del settore produttivo ed imprenditoriale. Ma certo questa maggioranza, prescindendo dagli annunci, non è mai stata contraddistinta da coraggio riformista e da ratio liberali. A parte le iniziative spot, e ne parleremo lungo andando.

Dalle imprese si passa con estrema facilità a quanto immaginato per terziario, comprendendo in questo discorso anche il turismo e l’ambito della ristorazione. Ecco, se per le imprese è stato predisposto qualcosa di “dovuto”, per questi altri emisferi della nostra economia non c’è manco quello. Sì i bonus, sì gli incentivi, sì le detrazioni, ma non registriamo la sussistenza di provvedimenti strutturali. In questo senso il timore è che il Sud non regga, virus o no, alla prova della ripartenza, e manco a quella della ricostruzione. La disparità – così come la pochezza – evidente. Se non altro perché, per le fattispecie appena indicate, c’è davvero troppo poco. E non c’è molto altro da dire, se non che l’assistenzialismo resta il paradigma mediante cui i giallorossi intendono continuare a gestire la sofferenza precedente alla pandemia e i dolori che seguiranno nel Meridione allo stato pandemico.

 

Capitolo regolarizzazione dei braccianti: siamo proprio sicuri che le persone regolarizzate siano degli agricoltori provetti? Se così fosse, non ci sarebbe nulla da eccepire. Ne va dei nostri raccolti annuali. Ma siccome la terra non è un cliente così semplice come si pensa, sarebbe meglio essere sicuri che i braccianti regolarizzati corrispondano davvero a quel profilo professionale esperto che funge da garanzia nei confronti del lavoro agricolo. Un’alternativa valida? Aprire i cosiddetti “corridori verdi” per consentire ai lavoratori specializzati d’Europa di poter raggiungere l’Italia. Non ci hanno pensato. Non hanno voluto. Cambia poco. Ci teniamo il pianto della Bellanova e la speranza che i braccianti regolarizzati siano davvero quello che occorre al sistema-paese.

Il giudizio finale, comunque, non può che essere negativo: il governo mette in campo troppo poco. E quel poco che mette in campo risultava già dovuto. Non c’è una visione complessiva della situazione. Non c’è un pensiero politico in grado quantomeno di disegnare una parabola ipotetica per uscire dal guado. C’è qualcosina, sì, ma non basterà a ripartire.

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