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Lo sviluppo e la crescita

Politica industriale, un pensiero forte per il Centrodestra

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La posizione geostrategica del nostro Paese è probabilmente una delle più apprezzabili in Europa: siamo una potenziale piattaforma logistica al centro del Mediterraneo, protesa verso il grande continente africano e a due passi dal Medio Oriente, un vero e proprio crocevia posto al centro di importanti direttrici Nord-Sud ed Est-Ovest.

 

Lo sviluppo economico nazionale ci ha posizionato fra le maggiori potenze manifatturiere del mondo, un fattore, questo, che al pari delle nostre potenzialità logistiche avremmo dovuto proteggere e sostenere. Come importantissimo sarebbe stato perseguire una politica e strategia industriale, in forte connessione con la ricerca, in grado di vivere il presente ma nel contempo di leggere il futuro per evitare di rimanerne travolti.

 

Non può che lasciare perplessi, allora, il fatto che un Paese con queste caratteristiche sia, nel contempo, la nazione europea con una delle dipendenze energetiche maggiori dall’estero e con uno dei maggiori deficit infrastrutturali. Si tratta di una contraddizione stridente, visto che non si può parlare di tutela e difesa della nostra sovranità nazionale per poi continuare a dipendere per il novanta per cento del nostro fabbisogno energetico dall’estero.

 

Una situazione destinata se possibile a peggiorare dopo le ultime scelte fatte dal Parlamento in materia di politica energetica, per esempio con l’emendamento che ha vietato esplorazioni e sfruttamento delle risorse di gas e petrolio entro le 12 miglia marine (oltre venti chilometri dalla costa), e in attesa di conoscere il risultato del Referendum previsto il prossimo 17 aprile. E’ evidente che prestandosi a scelte del genere la classe politica italiana mette il Paese nelle peggiori condizioni possibili, non capendo che gli idrocarburi rappresentano invece una risorsa, in termini di investimenti sostenibili e occupazione.

 

Proprio la mancanza di una seria politica industriale impedisce dunque agli italiani di prendere realmente coscienza delle sfide sempre più globali del Ventunesimo secolo, che vanno in una direzione completamente opposta a quella della cosiddetta  “decrescita felice”. Il mito della decrescita, lascito delle visioni decliniste figlie di quell’ambientalismo ideologico maturato tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, è del tutto scollegato dal presente, dalla imprescindibile – per l’Italia – politica energetica in un quadro integrato europeo, come pure dal fatto che i grandi Paesi occidentali, proprio su questioni come l’energia, vanno avanti come treni. Si pensi agli Stati Uniti che puntano ormai a raggiungere la piena autosufficienza energetica.

 

Tutto questo per dire che, ad uno sguardo minimamente attento, balza agli occhi una assenza di pensiero strategico e di capacità di operare in una logica di sistema, un’assenza assolutamente inconcepibile. La mancanza di una chiara politica industriale è oggi uno degli handicap più gravi del nostro Paese.

 

Ci agitiamo intorno ai problemi più astrusi, ma non affrontiamo mai i nodi di fondo che stanno alla base delle nostre difficoltà. Con una ulteriore aggravante politica. Avere un piano industriale dovrebbe essere uno dei punti più qualificanti di una politica riconducibile a un pensiero e ad una proposta di una destra seria e credibile. Un centrodestra altro rispetto a quello capace soltanto di produrre urla e strepiti, che non si riduca solo a retorica e slogan, mostrandosi incapace di prospettare percorsi credibili per realizzare quanto enfaticamente affermato.

 

In questo senso, proprio nel Centrodestra oggi manca un pensiero forte, che dia sostanza, spessore e differenza a una visione, a un progetto del sistema-paese alternativo a quanto sembra perseguire una sinistra oscillante tra decrescita felice e sviluppo tutto mandolino e pummarola. Un pensiero forte che dia credibilità e dignità a un centrodestra per troppo tempo appannaggio di saltimbanchi, giocolieri e arruffapopoli, che uscendo una volta per tutte dagli equivoci e superando gli errori del passato avvii un profondo processo rifondativo , nel merito e nei metodi. Di questo l’Italia ha urgente bisogno.

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