Polonia e Francia difendono l’identità

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Polonia e Francia difendono l’identità

22 Giugno 2007

Uno degli insuccessi più clamorosi dell’Unione Europea, o
piuttosto dei governi che si erano arrogato il diritto di parlare in suo nome,
fu indubbiamente quello che coronò il tentativo di mettere alla gogna l’Austria
quando i suoi cittadini osarono votare in gran numero per un partito che fu
subito bollato come “populista” perché aveva insistito nell’affermazione e
nella difesa dell’identità nazionale. I fulmini minacciati contro Vienna perché
gli austriaci si pentissero del voto democraticamente espresso, si rivelarono
alla prova dei fatti dei penosi mortaretti bagnati. In seguito, il partito
liberale di Haider perdette molto seguito, ma ciò fu dovuto ad uno dei normali
cambiamenti degli umori dell’elettorato e non certo ai rimbrotti ed alle vuote
minacce “europee”.

Da qualche settimana il nuovo bersaglio dei virtuisti
europei è diventata la Polonia dei gemelli Lech e Jarioslaw Kaczynski,
denunciati anch’essi per il loro anticomunismo, subito definito viscerale ed
anacronistico. Esso si sarebbe manifestato con la loro pretesa di indagare sul
passato spionistico dei funzionari pubblici e dei politici o sulla loro passata
collaborazione con gli organi di sicurezza comunisti e sovietici. Sembrerebbe
che tali indagini violerebbero i diritti di riservatezza, come se l’essere
stati al servizio della polizia politica di uno stato totalitario fosse un
fatto esclusivamente privato. Coloro che hanno denunciato i Kaczynski hanno
dimenticato evidentemente o fingono di ignorare che misure come quelle da loro
adottate furono prese in Francia ed in Italia nel dopoguerra e che in
conseguenza migliaia di persone perdettero per molto meno i loro diritti civili
e politici e addirittura i loro mezzi di vita.

Poiché i governi, ormai scottati dalla miserevole disfatta
sul Danubio, sembrano esitare nell’attaccare il governo di Varsavia, una larga
e variegata coorte di opinionisti si è mobilitata in tutta Europa per
denunciare il “populismo” dei polacchi, ed anche il loro patriottismo. Ma i
tempi sono cambiati. A Parigi non c’è più Jacques Chirac ma un oriundo
ungherese, che più di altri può capire la tragedia di popoli la cui identità è
stata calpestata, umiliata e negata per mezzo secolo. All’Eliseo vi è quel
Sarkozy che ha fatto una delle sue prime visite all’estero proprio in Polonia,
quasi a scusarsi delle grossolane parole che il suo predecessore aveva rivolto
al governo di Varsavia che si era schierato con gli Stati Uniti (“Avete perduto
una buona occasione per tacere”). Ed è stato lo stesso Sarkozy in campagna
elettorale a prendere l’impegno di congiungere strettamente l’immigrazione con
l’integrazione e l’identità nazionale. Anch’egli ha dovuto subire attacchi e
proteste per questa coraggiosa presa di posizione e non soltanto da parte dei
suoi avversari socialisti e dalla stampa francese e straniera, forse
indipendente ma certamente conformista.

Non è neppure mancata tra le critiche una voce proveniente
dalle Nazioni Unite. Non che si sia pronunciata proprio quella solenne ed
inutile istituzione, ma un suo funzionario “esperto in diritti dell’uomo”: il
senegalese Doudou Diene, secondo il quale il richiamo all’identità francese è
un insulto alle comunità degli immigrati. Naturalmente il parere di un
“esperto” – si tratta di un ex protetto del discusso ex direttore generale
dell’Unesco, Mbo, anch’egli senegalese – è stato preso per ciò che vale, cioè
zero, ed il governo francese ha già preparato un disegno di legge
sull’immigrazione “scelta e non subita dalla Francia”. Vi si prevede che i
candidati prima della partenza sostengano nel loro paese un esame per
dimostrare non solo di conoscere la lingua del paese di accoglienza ma anche la
loro volontà di accettarne i valori. L’esperto delle Nazioni Unite ed i vari
opinionisti, così solleciti della sensibilità di chi arriva, non si chiedono se
talvolta l’ostinazione degli immigrati a conservare oltre alla loro identità i
loro costumi e le loro abitudini non costituisca a volte un’offesa per le comunità
presso cui si stabiliscono.

D’altronde la parola “identità” fa venire i brividi oltre
che agli esperti dell’Onu anche a quelli di Bruxelles, i quali peraltro non
fanno che invocare come un’icona protettrice un’identità europea ancora da
costruire. Non si rendono conto che essa si potrà creare soltanto se sarà
fondata non sulle sabbie mobili del relativismo culturale e della tolleranza
nei confronti degli intolleranti, ma sulle ben più concrete realtà dei singoli
stati del continente.