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Polonia e Francia difendono l’identità

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Uno degli insuccessi più clamorosi dell’Unione Europea, o piuttosto dei governi che si erano arrogato il diritto di parlare in suo nome, fu indubbiamente quello che coronò il tentativo di mettere alla gogna l’Austria quando i suoi cittadini osarono votare in gran numero per un partito che fu subito bollato come “populista” perché aveva insistito nell’affermazione e nella difesa dell’identità nazionale. I fulmini minacciati contro Vienna perché gli austriaci si pentissero del voto democraticamente espresso, si rivelarono alla prova dei fatti dei penosi mortaretti bagnati. In seguito, il partito liberale di Haider perdette molto seguito, ma ciò fu dovuto ad uno dei normali cambiamenti degli umori dell’elettorato e non certo ai rimbrotti ed alle vuote minacce “europee”.

Da qualche settimana il nuovo bersaglio dei virtuisti europei è diventata la Polonia dei gemelli Lech e Jarioslaw Kaczynski, denunciati anch’essi per il loro anticomunismo, subito definito viscerale ed anacronistico. Esso si sarebbe manifestato con la loro pretesa di indagare sul passato spionistico dei funzionari pubblici e dei politici o sulla loro passata collaborazione con gli organi di sicurezza comunisti e sovietici. Sembrerebbe che tali indagini violerebbero i diritti di riservatezza, come se l’essere stati al servizio della polizia politica di uno stato totalitario fosse un fatto esclusivamente privato. Coloro che hanno denunciato i Kaczynski hanno dimenticato evidentemente o fingono di ignorare che misure come quelle da loro adottate furono prese in Francia ed in Italia nel dopoguerra e che in conseguenza migliaia di persone perdettero per molto meno i loro diritti civili e politici e addirittura i loro mezzi di vita.

Poiché i governi, ormai scottati dalla miserevole disfatta sul Danubio, sembrano esitare nell’attaccare il governo di Varsavia, una larga e variegata coorte di opinionisti si è mobilitata in tutta Europa per denunciare il “populismo” dei polacchi, ed anche il loro patriottismo. Ma i tempi sono cambiati. A Parigi non c’è più Jacques Chirac ma un oriundo ungherese, che più di altri può capire la tragedia di popoli la cui identità è stata calpestata, umiliata e negata per mezzo secolo. All’Eliseo vi è quel Sarkozy che ha fatto una delle sue prime visite all’estero proprio in Polonia, quasi a scusarsi delle grossolane parole che il suo predecessore aveva rivolto al governo di Varsavia che si era schierato con gli Stati Uniti (“Avete perduto una buona occasione per tacere”). Ed è stato lo stesso Sarkozy in campagna elettorale a prendere l’impegno di congiungere strettamente l’immigrazione con l’integrazione e l’identità nazionale. Anch’egli ha dovuto subire attacchi e proteste per questa coraggiosa presa di posizione e non soltanto da parte dei suoi avversari socialisti e dalla stampa francese e straniera, forse indipendente ma certamente conformista.

Non è neppure mancata tra le critiche una voce proveniente dalle Nazioni Unite. Non che si sia pronunciata proprio quella solenne ed inutile istituzione, ma un suo funzionario “esperto in diritti dell’uomo”: il senegalese Doudou Diene, secondo il quale il richiamo all’identità francese è un insulto alle comunità degli immigrati. Naturalmente il parere di un “esperto” - si tratta di un ex protetto del discusso ex direttore generale dell’Unesco, Mbo, anch’egli senegalese - è stato preso per ciò che vale, cioè zero, ed il governo francese ha già preparato un disegno di legge sull’immigrazione “scelta e non subita dalla Francia”. Vi si prevede che i candidati prima della partenza sostengano nel loro paese un esame per dimostrare non solo di conoscere la lingua del paese di accoglienza ma anche la loro volontà di accettarne i valori. L’esperto delle Nazioni Unite ed i vari opinionisti, così solleciti della sensibilità di chi arriva, non si chiedono se talvolta l’ostinazione degli immigrati a conservare oltre alla loro identità i loro costumi e le loro abitudini non costituisca a volte un’offesa per le comunità presso cui si stabiliscono.

D’altronde la parola “identità” fa venire i brividi oltre che agli esperti dell’Onu anche a quelli di Bruxelles, i quali peraltro non fanno che invocare come un’icona protettrice un’identità europea ancora da costruire. Non si rendono conto che essa si potrà creare soltanto se sarà fondata non sulle sabbie mobili del relativismo culturale e della tolleranza nei confronti degli intolleranti, ma sulle ben più concrete realtà dei singoli stati del continente.

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