Pool di senatori presenta un manifesto e chiede al Pdl “un cambio di passo”
02 Ottobre 2009
Regole, struttura, territorio, partecipazione. Parole chiave del “manifesto” messo a punto da un gruppo di senatori del Pdl (buona parte dei quali ex An) che al partito chiedono “un cambio di passo”. Quattro gli obiettivi indicati nel documento che verrà presentato martedì durante il seminario sulla forma partito promosso dal gruppo di Palazzo Madama e al quale partecipano i coordinatori nazionali Bondi, La Russa e Verdini.
Primo obiettivo: accelerare la costituzione degli organi statutari dando il via alla campagna di tesseramento, con tempi certi per uscire dalla fase di transizione e aprire così la stagione
dei congressi. Secondo: mettere in moto un confronto ampio nel partito per ripensare alcune norme statutarie. In particolare, si chiede che la scelta dei coordinatori regionali avvenga su base elettiva e non per nomina. Terzo: maggiore raccordo fra governo e organismi dirigenti del partito. Quarto: predisporre in tempi brevi una conferenza programmatica e organizzativa che serva a definire le regole e i luoghi del confronto interno e le modalità di selezione della classe dirigente.
“Nessuna corrente, tantomeno fronde interne o schermaglie” assicurano in conferenza stampa Mario Baldassarri, Andrea Augello, Giuseppe Valditara, Pasquale Viespoli, Massimo Baldini, EnricoMusso, Giuseppe Menardi, i portavoce dell’iniziativa sostenuta anche dal sottosegretario Carlo Giovanardi e dai deputati (finiani) Maurizio De Angelis e Nino Lo Presti , bensì la volontà di “smuovere all’interno del partito un dibattito costruttivo” a partire proprio dalla riunione di martedì durante la quale – è l’auspicio – “le istanze del nostro manifesto vengano recepite in un ordine del giorno che poi sarà sottoposto a votazione”. E che l’intento non abbia secondi fini, argomentano i promotori, sta nel fatto che “intendiamo sollecitare un confronto su questioni politiche alla luce del sole e nei luoghi deputati, non contro qualcosa o qualcuno ma per dare un contributo per un Pdl più forte” che “si strutturi per durare”; tant’è che “abbiamo informato il presidente e il vicepresidente del gruppo al Senato dell’iniziativa che intendiamo portare al dibattito della prossima settimana”, aggiunge Baldassarri.
Lo Presti suggerisce un coinvolgimento del gruppo alla Camera nella riunione di martedì e insiste su un punto: “Occorre accelerare sull’elezione dei coordinatori regionali, anche per evitare quella confusione politica che si è creata ad esempio nella mia regione, la Sicilia”. Insomma, ripetono i promotori, “da martedì inizia un processo serio di discussione non solo dentro il partito ma anche sul territorio”. Fin qui le dichiarazioni d’intenti.
Ma il “manifesto” dei senatori non nasce oggi (già a luglio il pool degli eletti pidiellini avrebbe cominciato a riunirsi, mercoledì il manifesto girava a Palazzo Madama in cerca di adesioni) e si può leggere come un ulteriore segnale di movimentismo, specie dopo le sollecitazioni del presidente della Camera Gianfrando Fini a Gubbio su gestione e struttura del partito. E il fatto che gran parte degli aderenti al documento provenga dalle file aennine può rappresentare un ulteriore indizio. Anche perché, in conferenza stampa non sono mancati riferimenti alle due visioni di partito delineate da Berlusconi e da Fini, la prima proiettata sul modello di un grande movimento popolare di massa e su una leadership carismatica; la seconda più incline ai canoni tradizionali di un partito strutturato nel territorio, con tesserati e congressi, inteso come strumento e luogo di mediazione delle diverse anime che lo compongono.
Non a caso, tra i punti del manifesto, c’è la prospettiva di una regionalizzazione del Pdl che passa anche attraverso la celebrazione dei congressi per “scegliere dal basso” chi nei comuni, nelle province e a livello regionale designare alla guida del partito. Viespoli repinge le etichette e sottolinea come "sarebbe da frondisti non affrontare la questione, la fronda semmai la fa chi non solleva il problema”. Giovanardi ribadisce, invece, la necessità che “tutte le anime del Pdl abbiano un ruolo nelle dirigenze locali del partito”, anche perchè “non si può decidere tutto da Roma, come accadeva forse nel Pci del centralismo democratico”.
C’è tuttavia un altro aspetto che può destare qualche sospetto: perché proprio ora, con a ridosso la partita per le candidature alle regionali e il completamento dei vertici nei coordinamenti regionali, provinciali e comunali? Niente di strano, osserva il senatore Menardi, perché l’intento è quello di ottenere fin d’ora “date certe per i congressi e l’avvio della regionalizzazione del partito che ovviamente dovranno essere celebrati dopo l’appuntamento elettorale di marzo. Intanto, però, avviamo la discussione affinchè il Pdl sia radicato anche a livello periferico; cosa che oggi non è”. Non solo: le norme transitorie, necessarie nella fase costituente del partito non possono durare in eterno, avvertono i senatori pidiellini.
Da Palazzo Madama a Montecitorio il percorso di confronto interno non cambia. Ne è convinto il deputato De Angelis che nota come proprio all’interno del gruppo alla Camera, molto più ampio e composito rispetto al Senato, sia più complesso dialogare “per via della presenza dei grandi leader che spesso parlano tra loro". Il problema nel Pdl è che "qualcuno vuole far prevalere una idea e una cultura su tutte", ammonisce il parlamentare.
Insomma, prove tecniche di correntismo a pochi giorni di distanza dalla lettera al premier firmata da Bocchino e gli ex an? O più semplicemente l’esigenza di una maggiore partecipazione alla fase due del nuovo partito?
Nessuna etichetta “finiana” perché avrebbe poco senso, osserva il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello per il quale il documento “è un contributo a un dibattito che il direttivo del gruppo parlamentare aveva già autonomamente avviato e che vivrà martedì un momento importante di confronto alla presenza dei tre coordinatori del partito”. E come tale, aggiunge Quagliariello, “è il benvenuto. Tali istanze, però, non devono essere considerate patrimonio esclusivo di una sola area, ma contributi propositivi nella fase di costruzione di un grande partito che è ancora in atto”. D’altra parte, il vicepresidente dei senatori dice di condividere “alcune delle idee contenute nel documento”, per questo “etichettarle come finiane avrebbe davvero poco senso”.
A stretto giro la replica dell’ex an Augello (vicino a Fini) che approva e sottoscrive le parole di Quagliariello osservando come sia più che “ragionevole immaginare che preoccuparsi del partito sia un problema di tutti. Esporre sulla maglietta etichette finiane, antifiniane o peggio ancora riconducibili a figure di secondo piano del Pdl sarebbe non solo fuori luogo ma abbastanza infantile”. Tuttavia, Augello rivendica il ruolo di Fini che – ricorda – “in questa vicenda ha solo il merito di aver sollevato con forza alcuni problemi sulla situazione del partito contribuendo ad aprire un dibattito. Suppongo che, a questo punto, siamo tutti d’accordo sul fatto che sia stato un bene”.
Insomma, un dato appare chiaro: al Senato non è accaduto ciò che nei giorni c’è stato alla Camera con il documento degli aennini (costato non poche fibrillazioni ai deputati che lo hanno sottoscritto) indirizzato a Berlusconi e promosso, per primo, dal vicepresidente dei deputati Bocchino. Certamente, anche in questo caso, non manca la voglia di identificarsi in una serie di istanze e marcare una posizione, ma con una differenza di fondo: le richieste contenute nel manifesto potrebbero essere soddisfatte oppure scolorire in un momento di confronto ben più ampio e articolato. La risposta si conoscerà martedì.
