Povera Italia, patria dimenticata di simboli svuotati
31 Maggio 2009
Nel novembre del 2006, il generale di Brigata degli Alpini, Gianluigi Palestro, scrisse una lettera indignata ai Presidenti della Repubblica, della Camera e del Senato – Giorgio Napolitano, Franco Marini e Fausto Bertinotti – sul caso Carlo Giuliani: “Quando qualche giorno fa, mi dissero che un’aula del senato della Repubblica era stata intitolata a Carlo Giuliani credevo che si trattasse di uno scherzo provocatorio, e, certo, di cattivo gusto. Il senato della Repubblica sentiva il bisogno di dedicare un’aula a Carlo Giuliani: quale avrebbe potuto essere una motivazione condivisibile? Avevo tanto pensato, già tempo fa (da buon genovese) a che cosa scrivere, a quali domande fare al Sindaco Pericu quando si paventava la possibilità di intitolare Piazza Alimonda a Genova al ragazzo morto durante le manifestazioni durante le quali, a sua maniera, cercava di esprimere il suo tipo di libertà contro chi, per una perversa mentalità, si dedicava alla difesa dei cittadini” .
L’amara ironia del generale era comprensibile ma il clima politico e culturale ormai instauratosi nel nostro paese era persino peggiore di quanto non supponesse. L’anziano soldato non s’era accorto che i simboli erano diventati se non delle patacche – altrimenti nessuno li avrebbe richiesti – una moneta d’argento con cui venivano compensati gli alleati minori ai quali non si potevano dare le scarse monete d’oro a disposizione del leader di una coalizione di governo. Quelle monete d’argento, però, erano tali solo per chi le riceveva: per l’offerente, invece, erano di assai scarso valore. Mai come in questo campo si è registrato in maniera così inequivocabile il cinismo della classe politica italiana. Pensate a Romano Prodi e al suo governo tenuto in piedi da una maggioranza di fil di seta: davanti alla richiesta di Russo-Spena di dedicare un’aula al figlio della senatrice rifondazionista, Haidi Giuliani, sarebbe stato ragionevole mettere a repentaglio un ministero a causa di una questione di principio, della quale, in un momento tanto travagliato, al Presidente del Consiglio, non gliene poteva interessare meno? L’essere realisti era un obbligo nella barca che affondava da ogni parte e, pertanto, si era costretti a prendere atto che davanti ai suoi elettori, il PRC, al governo col ministro Ferrero, non avrebbe potuto vantare nessuna ‘conquista sociale’, nessun ricco aveva pianto per le poche leggi fatte votare in Parlamento.
Dove trovare allora un risarcimento per il popolo dei nostalgici dei soviet se non nelle risorse che non costano nulla, nelle gratificazioni simboliche? Cominciò, per primo il governo messicano che conferì al pittore stalinista il compito di affrescare il Municipio della capitale, esaltando la gloriosa avanzata del proletariato – con Marx ed Engels in testa – contro il capitalismo e la superstizione religiosa: emblemi rivoluzionari stesi come un manto di legittimità su una delle classi dirigenti ( borghesi) più corrotte dell’America Latina.
Nel nostro paese, la lotta per i simboli fu una cosa molto seria negli anni della costruzione dello Stato nazionale. Christopher Duggan, nella recente Forza del destino (ed. Laterza) ricorda l’intervento di Agostino Bertani alla Camera (1877) volto a stigmatizzare il comportamento di un parroco che si era rifiutato di accompagnare in chiesa il feretro di un giovane studente romano di sentimenti patriottici perché avvolto nel tricolore come da lui richiesto. "Io domando al Governo e alla Camera – aveva tuonato ‘l’eminente personalità democratica’ – se si può tollerare che in Italia esista una classe di cittadini, collocati in condizioni di intima, eccezionale e diffusa influenza, una classe di cittadini che si bilanciano con ogni arte fina fra il cielo e il mondo, ed ora s’acchetano, ora insorgono, sempre cospirano contro le istituzioni nazionali, mantenendosi sudditi di due poteri, di uno indiscutibile, infallibile, dell’altro che è la potestà politica e civile sanzionata dai plebisciti”. Bertani, come ricorda Bruno Di Porto, “tenace assertore della laicità dello Stato e della Scuola, non fu affatto religioso, ma rispettò i credenti e i loro usi, senza accettare crociate antireligiose. Alla Società Atea, che gli aveva inviato un suo diploma, rispose in termini di cortese rifiuto: ”Gli sforzi dei positivisti demoliranno le religioni esistenti e forse altre ancora che verranno in futuro, e gli idealisti non istaranno mai dal difendere le vecchie e di foggiarne di nuove…io accetto i credenti come un fatto inseparabile dalla natura umana’”.
Per uomini di così elevato sentire, i simboli nazionali non erano ‘croci di cavaliere’ che si potevano distribuire ad libitum tanto non costavano niente. E, soprattutto, quei simboli avevano un valore unificante. Le statue di Vittorio Emanuele II o di Mazzini o di Garibaldi o di Cavour non erano state erette nella logica di un astuto dosaggio, per accontentare ogni partito politico – liberali e monarchici, democratici e ‘internazionalisti – ma per ricordare a tutti gli Italiani gli ‘eroi’ ai quali essi dovevano il compimento dell’unità italiana. L’esaltata ‘concordia discors’ non aveva nulla di forzato, corrispondendo alla consapevolezza di lacerazioni drammatiche ma alla fine risolte in una divisione del lavoro – tra moderati e radicali – coronata da successo.
Col fascismo e l’antifascismo, le cose cambiano radicalmente. I simboli ora dividono, registrano una memoria lacerata, una ‘political culture’ che vede nel patrimonio ‘comune di memorie’ solo una sterile fastidiosa retorica. Per non parlare dei famedi fascisti, rimane esemplare il caso del gappista Bruno Fanciullacci le cui benemerenze di partigiano non cancellano, per moltissimi italiani anche avversari irriducibili del regime, la colpa di aver assassinato a sangue freddo il filosofo Giovanni Gentile (un ‘fascista’ così inviso, peraltro, agli ultras repubblichini che per qualche tempo circolò la leggenda che, ad averlo ucciso, fossero state le stesse camice nere infastidite dalle sue proteste contro gli arbitri delle bande Koch e Carità). Ebbene al Fanciullacci sono state dedicate lapidi e persino una strada,senza che nessuna protesta (pubblica) si levasse dal variegato mondo della sinistra italiana, compresa ovviamente quella democristiana.
Per quanto divisive, però nel secondo dopoguerra, le conquiste simboliche contavano ancora molto sul mercato politico. Oggi sono fumo che si concede volentieri in cambio dell’arrosto costituito da altre più sostanziali concessioni – in fatto di sottogoverno e di partecipazione agli ‘affari’ – ma allora erano ‘questioni di principio’ sulle quali non si poteva transigere impunemente senza perdere credibilità dinanzi a seguaci e ad elettori. Il sindaco Peppone avrebbe contribuito di tasca sua al restauro della Chiesa ma sul nome ‘Lenin’scelto per il figlio non sarebbe stato disposto a scendere a compromessi. (Poi, come si ricorda, il compromesso fu trovato battezzando il neonato Lenin-Camillo: “con Camillo a fianco, dichiarò trionfante l’ostinato parroco di Brescello, Lenin non avrebbe potuto nuocere”).
Quel che colpisce ai nostri giorni, si diceva, è lo svuotamento dei simboli, l’atteggiamento “ma sì, chi se ne frega”: un ministro della Pubblica Istruzione, Rocco Buttiglione, può scrivere la Postfazione a un libro della ‘storica’ Angela Pellicciari che presenta i ‘protagonisti del Risorgimento’ come un branco di malfattori assetati di sangue pretesco e, nello stesso tempo, inaugurare il restaurato Istituto Mazziniano di Genova con un discorso, manco a dirlo, traboccante di amor patrio. Di che meravigliarsi? non siamo forse diventati tutti ‘pluralisti’? C’è chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, chi ritiene Garibaldi un cavaliere senza macchia e senza paura e chi lo giudica un ladro di cavalli (per la famosa orecchia mozza!). Sia gli uni che gli altri votano e allora, per parafrasare il grande Trilussa, “damoje sotto e famoli contenti”. Tutti.
Qualche volta,comunque, il gioco non riesce e vien fuori il rompiscatole, una categoria alla quale è iscritto d’ufficio Ernesto Galli della Loggia che in un editoriale apparso il 20 maggio u.s. sul ‘Corriere della Sera – L’integrazione non si fa così – ha scritto che “spesso sono i piccoli episodi che rivelano i grandi fatti. Che cosa sia diventata ad esempio, per tanta parte, la scuola italiana, quale sia il senso comune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo dice quanto è appena accaduto a Roma, alla scuola materna ed elementare Carlo Pisacane. La cui preside, con l`accordo unanime del consiglio d`istituto, ha deciso che il nome di Pisacane non è proprio il più adatto per una scuola che accoglie tanti alunni non italiani, appartenenti, come c`informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di bengalesi, romeni e cinesi. Pisacane: avete presente? Un mazziniano, con la testa piena di idee confuse sulla patria e sul socialismo, che si era fissato di fare una rivoluzione con i contadini del Mezzogiorno e che fu capace, invece, solo di andare incontro alla propria rovina lasciandoci la vita. Un italiano poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che lo conosca questo Pisacane? Molto meglio intitolare la scuola, hanno pensato i docenti romani, a un personaggio di ben altro calibro e notorietà, per esempio a Tsunesaburo Makiguchi. Ma certo, Makiguchi! Sappiamo tutti chi è: pensatore e pedagogista celeberrimo, teorizzatore della ormai diffusissima (anche troppo!) ‘educazione creativa”.
All’ironia, a dir poco giustificata, dello storico ha replicato con sdegno l’educatore professionale Domenico Ciardulli. “Il celebre editorialista del Corriere – si legge nell’articolo Un altro modo di essere italiani (‘Reset Italia’ maggio 2009) – mette a confronto, con un pizzico d’ironia, i due personaggi Pisacane e Makiguchi esaltando implicitamente l’importanza del socialista mazziniano e la sua italianità rispetto all’educatore giapponese. L’idea di integrazione scolastica proposta dall’eminente giornalista |…| ricorda, per certi versi, la cultura centralista e assimilazionista, tipica dell’Italia savoiarda e coloniale. Per quale motivo i docenti e i genitori di una scuola non possono rivedere il nome del proprio istituto, alla luce delle contingenze storiche e situazionali ? |….| Traspare una certa fissità dogmatica, forse anche un pò chiesastica, in questi giudizi espressi da Galli della Loggia nei confronti di insegnanti ed educatori. Giudizi che non sembrano lasciare spazio al movimento, ai cambiamenti, alla naturale mutevolezza dei tempi, delle idee e dei pensieri. L’integrazione è un concetto diverso dall’assimilazione, non è la "reductio ad unum" di culture e tradizioni.”
Anche nel Grand Hotel dei valori, quindi, “c’è gente che va, gente che viene” sicché, per far posto agli uni, bisogna portare in soffitta (o buttare nell’inceneritore) gli altri. A questo punto, però, per quale ragione non cominciare dai più antichi, rimuovendo le statue di Cicerone, di Virgilio, di Dante e cambiando nome ai tanti licei ad essi intitolati?
Sennonché la replica non si ferma a qui ma va ben oltre: allo svuotamento dei simboli operato dalla classe politica sostituisce la loro messa sotto accusa. Da seguace della Pellicciari e degli altri storici (!) revisionisti del Risorgimento, Ciardulli chiama in giudizio quanti rendono ancora omaggio all’eroe di Sapri.”Uno storiografo dovrebbe sapere con quanta prudenza vadano valutati i documenti ufficiali e quanta passione occorra per dare luce e vita ai pezzi mancanti del mosaico documentale. Documenti spesso sotterrati o distrutti dai vincitori per annientare anche culturalmente i vinti. Sappiamo bene quante ambiguità esistano ancora oggi sul processo che ha portato all’Italia unitaria, sui sospetti crimini compiuti dai Savoia accusati da parte meridionalista di aver portato a compimento, con la legge Pica, una vera e propria pulizia etnica nei lager di Fenestrelle, Savona, Alessandria, Ascoli Piceno”. I simboli, se ne deduce, non sono soltanto invecchiati ma si sono rivelati dannosi in quanto veicoli di saperi falsi, bianche vernici su infami sepolcri.
Come si sia arrivati a questo punto di liquefazione dell’identità nazionale è davvero una bella domanda. La risposta, però, come ci ha insegnato il più acuto esperto di simboli politici che abbiamo in Italia, lo scienziato politico Giorgio Fedel, non va ricercata negli stessi simboli ma nei mutamenti ‘strutturali’che hanno segnato la storia nazionale, dall’unità a oggi. Faziosità e cinismo, indifferentismo e pseudo-revisionismo forse hanno qualcosa a che fare con quella che Ernesto Galli della Loggia ha chiamato la “morte della patria” e con le difficoltà oggettive incontrate da uomini e partiti che, in un modo o nell’altro, vorrebbero farla risorgere. In ogni caso lo spettacolo che abbiamo davanti è desolante.
