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Caso Moro

Prefazione al libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia” di Ferdinando Imposimato

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Se l’opera precedente di Ferdinando Imposimato Doveva morire (scritta a quattro mani con Sandro Provvisionato e pubblicata da Chiarelettere nel 2008) era, per unanime riconoscimento della critica, «il migliore del suo genere fra quelli in circolazione e che si avvicinava più degli altri alla verità», il nuovo volume dell’autore dal titolo i 55 giorni che hanno cambiato l’italia fornisce la prova definitiva che le scelte del comitato di crisi presieduto da Francesco Cossiga furono il preludio della morte di Moro – influirono, cioè, in maniera mirata, sulla decisione delle Brigate Rosse di uccidere l’ostaggio – e fornisce la prova piena della intenzionalità delle «clamorose inadempienze e delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato» i quali – ed è questa la novità sconvolgente narrata nel libro – pur essendo a conoscenza del luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro – in via Montalcini n° 8 (int. 1) – non fecero nulla per salvare la vita dell’ostaggio; anzi, il 7 maggio 1978, cioè due giorni prima dell’uccisione dell’uomo politico, impartirono ai militari che già da due settimane tenevano sotto controllo la prigione ed erano pronti ad intervenire per la data dell’8 maggio, l’ordine di abbandonare il campo consentendo, così, il sacrificio di Aldo Moro con il suo assassinio.

Già l’opera precedente abbandonava luoghi comuni, non rincorreva indimostrati teoremi, non lasciava spazio alla dietrologia; era un lavoro scientificamente rigoroso, basato su atti e verbali redatti dallo stesso autore quale GI dell’inchiesta, e su documenti, oggettivamente analizzati, di cui molti inediti, ostinatamente nascosti e ritrovati a distanza di anni, altri poco conosciuti e analizzati, se non addirittura dimenticati. Si trattava di documenti impressionanti che gettavano nuova e più probante luce sui veri motivi per i quali l’azione del comitato di crisi fosse basata sulla inerzia totale e sull’intralcio sistematico dell’attività della Procura di Roma, per legge incaricata delle indagini. Ma soprattutto il valore dei documenti veniva supportato da quella che l’autore aveva già definito nel precedente volume Doveva morire la «terribile, quanto tardiva, confessione-requisitoria resa da Steve Pieczenik», braccio destro di Kissinger, vero cuore pulsante del comitato di crisi:

"Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro Allo scopo dì stabilizzare la situazione italiana. Le Brigate rosse avrebbero potuto rilasciare Aldo Moro e così avrebbero senza dubbio conquistato un grande successo, aumentando la loro legittimità. Al contrario, io sono riuscito con la mia strategia, a creare una unanime repulsione contro questo gruppo di terroristi e allo stesso tempo un rifiuto verso i comunisti […]. Il prezzo da pagare è stata la vita di Moro. […] È stata quella la prima volta nella storia della mia carriera […] che mi sono trovato in una situazione nella quale ho dovuto sacrificare la vita di un individuo per la salvezza di uno Stato. Il cuore della mia strategia era in questo caso che nessun individuo è indispensabile allo Stato. […] Si  può dire che il nostro è stato un colpo mortale preparato a sangue freddo. […] La trappola era che loro dovevano uccidere Aldo Moro. Loro pensava no che io avrei fatto di tutto per salvare la vita dì Moro, mentre ciò che è accaduto è esattamente il contrario. Io li ho abbindolati a tal punto che a loro non restava altro che uccidere il prigioniero […]. Cossiga era un uomo che aveva capito molto bene quale fossero i giochi. Io non avevo rapporti con Andreotti, ma immagino che Cossiga lo tenesse informato. La decisione di far uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera, abbiamo avuto molte discussioni anche perché io non amo sacrificare le vite, questo non è nelle mie abitudini. Ma Cossiga ha saputo reggere questa strategia e assieme abbiamo preso una decisione estremamente difficile, difficile soprattutto per lui. Ma la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, anche di Andreotti".

Queste risultanze trovano oggi nel nuovo lavoro di Imposimato definitiva conferma e certezza attraverso le dirompenti dichiarazioni – raccolte dall’autore – di due dei numerosi militari impegnati nei servizi di osservazione finalizzati alla successiva irruzione nella prigione di Moro e che ricevettero, poi, improvvisamente e inopinatamente l’ordine di immediata smobilitazione. Le rivelazioni di questi due militari – uno brigadiere della guardia di finanza (nome in codice “Archimede”), l’altro ufficiale dell’esercito specializzato in elettronica, membro di Gladio, istruttore a Capo Marrargiu, poi passato ai servizi speciali di intelligence (nome in codice “Sapienza”) – sono troppo convergenti, coincidenti in tutto e per tutto: troppo dense di particolari, troppo piene di formidabili riscontri, tutti puntualmente verificati dall’autore, sì che ad esse deve attribuirsi la massima attendibilità, credibilità e veridicità. E credo che queste mie poche righe, senza svelare troppo, possano essere utili a introdurre lo svolgimento temporale delle azioni che porteranno a tale sconvolgente rivelazione nel corso delle pagine del libro.

Dettagliato, minuzioso e del tutto sovrapponibile è il resoconto da parte di entrambi degli avvenimenti e delle operazioni di quei quindici giorni, dei sopralluoghi e dei controlli dell’edificio di via Montalcini, della preparazione e installazione di congegni di ascolto di conversazioni da registrare su bobine e di congegni di visualizzazione costituiti da due microtelecamere montate una su un lampione stradale di fronte alla casa-prigione e un’altra dentro la lampada che illuminava il corridoio, davanti l’ingresso dell’appartamento in cui vi era il sequestrato; filmati che venivano poi consegnati all’ufficiale responsabile di Forte Braschi, sede del servizio segreto militare, nella persona del colonnello Pietro Musumeci – uomo della P2, segretario generale del SISMI negli anni 1974-1978,  successivamente arrestato e condannato per aver depistato le indagini sulla strage di Bologna.

Così come del tutto coincidenti sono le rivelazioni di entrambi i militari circa la constatata presenza di due auto parcheggiate sotto la prigione, la Renault rossa in cui, poi, fu rinvenuto il cadavere di Aldo Moro, e una Range Rover, con targa tedesca, schedata come di proprietà della RAF; circostanza questa di eccezionale importanza che sta a dimostrare come il giorno del sequestro di Moro erano presenti anche i tedeschi dell’eversione rossa, non solo le BR. E così, ancora, ricco di particolari, dettagliato è il narrato circa quanto accadeva a Forte Braschi, quartiere generale dell’operazione Moro, gestita da Nasco G15 e coordinata, oltre che da Musumeci, da altri uomini della P2, quale il generale Giuseppe Santovito, capo del SISMI e dal generale Gianadelio Maletti, anch’egli successivamente arrestato e condannato per aver depistato le indagini sulla strage di Piazza Fontana.

Ciascuno di loro faceva da tramite con il Ministero dell’Interno, che era costantemente informato di tutto, anche attraverso un suo rappresentante sempre presente a Forte Braschi il cui nome in codice era “Aquila”, indicato come vedremo da “Sapienza” nell’allora sottosegretario agli Interni l’on. Nicola Lettieri, moroteo, ai vertici del comitato tecnico operativo creato dal Viminale il 16 marzo 1978, come vice di Cossiga, e da lui delegato al coordinamento delle indagini.

Ed, ancora, quantomai significative risultano le rivelazioni dei due militari, raccolte dall’autore, quando narrano della reazione di sconcerto e di rabbia che ebbero i militari, pronti a entrare in azione e liberare Moro, allorquando ricevettero l’ordine di smobilitazione impartito dal Ministero dell’Interno e l’ira del generale Dalla Chiesa che voleva che si intervenisse subito; così come analogo sconcerto, per il contrordine, venne manifestato dagli uomini dei servizi segreti stranieri, inglesi e tedeschi, anch’essi giunti in via Montalcini, fornendo la loro collaborazione con appostamenti, e non si spiegavano la scelta di non intervenire e di non essere stati informati.

Sarebbe troppo lungo, in questa sede, indicare tutti gli altri elementi di novità che il libro presenta e che l’autore analizza singolarmente e globalmente, sì che essi, integrandosi tra loro, finiscono con il comporre un mosaico perfetto ove Imposimato non solo colloca i principali protagonisti della vicenda – che egli ritiene legati da un unico, indissolubile cordone ombelicale – ma intravede anche nello sfondo l’ombra inquietante di quella struttura militare clandestina, per anni e anni rimasta nell’ombra, denominata Gladio; l’autore ne esamina, con dovizia di particolari, la genesi, le finalità e i rapporti con gruppi di pressione internazionali, con la loggia massonica propaganda P2, con i servizi segreti americani (dai quali Gladio sostanzialmente dipendeva); rapporti diretti a condizionare pesantemente e drammaticamente la vita politica italiana. Sotto tale aspetto il libro si pone non solo quale completamento della precedente opera sull’affaire Moro, ma anche quale ulteriore sviluppo dei risultati già raggiunti, sempre dal medesimo autore, nel recente pregevole lavoro La Repubblica delle stragi impunite (Newton Compton, 2012); qui, sulla base ancora una volta di plurimi, incontestabili documenti inediti, ha svelato il filo rosso che legava le stragi che – insanguinando l’Italia nell’arco di circa quarant’anni – partono da quella di Piazza Fontana per giungere, attraverso via Fani, fino a quelle di Capaci e via D’Amelio. E sullo sfondo l’autore intravede l’ombra, costante e minacciosa, di Gladio.

Imposimato narra, così, la storia di quei 55 giorni rappresentandola come un «viaggio allucinante […] tra crudeltà e gravi negligenze», nel quale si mescolano e si intersecano interessi politici anche internazionali, finalizzati all’eliminazione dello statista ritenuto scomodo, con squallide, private ambizioni di «alcune persone ai vertici supremi dello Stato e dell’esercito» che «conoscevano la prigione di Moro in via Montalcini fin dai primi giorni dopo la strage di via Fani».

[Prefazione al libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia” di Ferdinando Imposimato, ed. Newton Compton, tutti i diritti riservati]

*Presidente di Sezione della Corte di Cassazione

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