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Presidenziali Usa, ecco perché Trump fa il tifo per Sanders come suo competitor

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In Italia lo spettacolo non è molto noto, ma negli Stati Uniti tutti gli americani lo conoscono. È il Muppet Show, un varietà ambientato in un vecchio teatro, con canzoni e sketch, senza una particolare attinenza fra loro. A questo modello sembra ispirata la corsa dei democratici per la nomination che dovrà stabilire l’avversario di Trump alle prossimi presidenziali di novembre. E la vittoria schiacciante di Bernie Sanders, nei caucuses dei giorni scorsi in Nevada, sembra confermare proprio quest’immagine, rafforzata dal primo confronto televisivo che si è avuto tra i tre sfidanti – oltre a Sanders, Bloomberg, Warren, Buttigieg, Biden e Klobuchar. Con il «socialista» Sanders, che si è aggiudicato più del 54 per centro dei delegati che parteciperanno alla convention finale del partito dell’Asinello. Tutto questo in attesa del magnate dell’informazione finanziaria, Bloomberg, il quale scenderà in campo il prossimo Super martedì, il 3 marzo, quando saranno la maggior parte degli Stati americani a votare per i propri rappresentanti da mandare all’electoral college, l’assemblea che dovrà eleggere il presidente Usa. E se dovesse spuntarla «crazy Bernie» – così Trump ha ribattezzato Sanders, dopo aver chiamato «mini Mike» Bloomberg – il tycoon di New York, oggi alla Casa Bianca, sarebbe felice. Se potesse scegliere, sarebbe Sanders il migliore avversario che Trump vorrebbe trovarsi di fronte.

Sarebbe gioco facile per Trump, infatti, dicotomizzare la campagna elettorale, mostrando quale potrebbe essere l’alternativa, se non fosse egli l’eletto: un socialismo di stampo europeo, attraverso il quale Sanders veicolerebbe un innalzamento delle tasse, come pure la proposta di un’università per tutti e la reintroduzione dell’Obamacare, il sistema sanitario ideato dall’ex presidente Usa Obama, impossibile da sostenere per le casse americane. Uno scenario che gli Usa, un paese che nel proprio dna ha l’american dream e la competizione, respingerà con forza. Ma il motivo per il quale Trump preferirebbe Sanders come competitor, è anche un altro. Una candidatura di Sanders spaccherebbe ancora di più il già diviso partito democratico, ricompattando, dall’altro lato, il Gop, il partito repubblicano, ostile a qualsiasi richiamo «comunista», autentico spauracchio d’Oltreoceano. Il tutti contro tutti a cui si è assistito nel primo faccia a faccia in tv, tra i sei aspiranti leader – e soprattutto l’isolamento, di Bloomberg dal resto della compagnia – da questo punto di vista è illuminante. Tra l’altro, Sanders non è neanche un membro del partito democratico, allo stesso modo in cui Trump non è così omogeneo al partito repubblicano, e per questo l’attuale presidente come sfidante avrebbe una sorta di alter ego, e per questo più facilmente manipolabile.

Non che Sanders e Trump abbiano qualcosa in comune, se non quello di rivolgersi ad un elettorato non troppo dissimile; ma essendo i temi del lavoro e dell’economia le principali issues, i votanti dovrebbero dare il consenso non tanto a chi solo potenzialmente potrebbe fornire alcuni garanzie, ma a chi ha già portato il prodotto interno lordo e l’occupazione a livelli fin qui sconosciuti negli ultimi anni. Inoltre, Sanders, così pronosticano alcuni analisti, non prenderà, in assoluto, la maggioranza dei voti democratici – pur aggiudicandosi la nomination – e se la sua agenda gode dei favori popolari, con la sua base progressista, è altrettanto vero che il sostegno dei sostenitori democratici è basso. Insomma, Sanders, essendo una sorta di «alieno», all’interno del partito e del popolo dei dem, non dovrebbe destare preoccupazioni per una riconferma di Trump per altri quattro anni a Washington.

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