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Il voto negli Usa

Presidenziali Usa, i dem vogliono il voto per posta ma Trump dice no

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Visto che negli Stati Uniti il coronavirus sta colpendo maggiormente le grandi aree urbane, di norma di ispirazione liberal, ecco che i dem, per superare il timore che molti di loro non andranno a votare, stanno spingendo per inviare le preferenze elettorali per posta, in occasione delle prossime presidenziali.  Al contrario, Trump e i repubblicani, i quali premono affinché si voti con la procedura tradizionale, recandosi personalmente ai seggi.  In piena emergenza sanitaria, è questo uno degli argomenti centrali della politica americana, visto che ormai  mancano poco più di sei mesi all’appuntamento elettorale, diventando un tema cruciale. Una questione di cui si sta occupando anche la stampa internazionale,  come hanno fatto Paul Krugman,  sul New York Times, e il Financial Times.  Tutti con pennellate “liberal”, secondo i quali il virus  non solo starebbe  uccidendo le persone e sconvolgendo le economie, ma potrebbe interferire con la qualità delle democrazie. Ma non perché, a livello mondiale, come ha mostrato la Freedom House, molti governi stanno approfittando per restringere le libertà individuali – come sta accadendo in Italia – ma perché, secondo l’opinione pubblica progressista,  Trump potrebbe approfittare della pandemia — e della sua prevista recrudescenza in autunno — per limitare la partecipazione al voto. Insomma, il presidente americano – che in novembre sfiderà Biden –  accusato perennemente dai media di «populismo», e del suo diretto rapporto con le folle, starebbe facendo di tutto di tutto pur di non consentire il voto per posta, ciò che  per i dem sarebbe la soluzione ideale per non mettere a rischio la salute dei cittadini e per rispettare,  al contempo, i loro diritti democratici. Secondo le élites mondializzate, dunque, sarebbe più democratico favorire il voto smaterializzato della posta, che non invece la partecipazione personale del cittadino, con matita e carta frusciante in mano.

Per la cronaca, il partito democratico chiede che tutto il Paese sia messo per tempo in condizione di votare a distanza, mentre attualmente lo si può fare solo in alcuni Stati, e in casi come la disabilità. La richiesta dem è di destinare tra i due e i tre miliardi di dollari del prossimo pacchetto di stimoli antivirus per dare a tutti i cittadini americani la possibilità di registrarsi e votare via mail nel modo più sicuro possibile. Una pretesa contro la quale  Trump e i repubblicani ribattono, rimarcando che il voto postale si presta ai brogli e che non può essere sicuro per definizione, con i democratici che replicano di ritorno osservando che  i cosiddetti absentee ballot, il voto postale di chi non può recarsi ai seggi, già esistono. Ora, però, se da un lato è vero che  in America il voto postale è già diffuso, poiché  per le primarie viene ormai usato in modo abbastanza massiccio, è altrettanto vero che nelle elezioni federali ci si muove con grande parsimonia, con grandi differenze in un campo nel quale ogni Stato sceglie le sue procedure.

Oggi un terzo degli Stati richiede una valida giustificazione per non votare di persona, come una malattia, un viaggio all’estero o altro mentre gli altri offrono la mail come opzione per tutti. Sul tavolo, secondo alcuni, in seguito al coronavirus, anche l’ipotesi che il voto di novembre potrebbe essere rinviato. Ma occorrerebbe una variazione della costituzione americana, da escludere a priori. In realtà, seppur due  senatori, Amy Klobuchar  – ex candidata dem alla nomination – e Ron Wyden, abbiano presentato una proposta di legge per imporre a tutti gli Stati di predisporre sistemi di voto postale e/o elettronico, se un quarto del Paese è in stato d’emergenza per il coronavirus o altri disastri, la ragione di fondo è che il partito dell’asinello teme che il “presidente di guerra” stia godendo di un grosso vantaggio elettorale, e proprio in virtù della pandemia. Dopo una pausa di due giorni, nell’ultimo week end, Trump, tra l’altro, ritornerà sugli schermi di tutte le case americane proprio oggi per le consuete due ore di briefing sullo stato dell’arte della lotta all’infezione virale. Una presenza, quella di Trump, che gli consente una quotidianità con il suo elettorato, forse meno urbanizzato, e non risiedente sulle coste orientali e occidentali del paese, ma certamente attento alle risposte che l’amministrazione della Casa Bianca ha riservate alla Sars-Cov-2. Indirettamente, tra l’altro, anche il forse più ostile giornale al mondo al presidente Trump, il New York Times, ha riconosciuto le intuizioni di The Donald, nello svelare quanto lo stesso tycoon aveva sempre messo in evidenza: l’accondiscendenza della Ue alla Cina, la quale avrebbe anche edulcorato un documento nel quale la responsabilità del paese asiatico, per quanto riguarda la diffusione del Covid 19, appariva evidente. Un riconoscimento, per Trump,   che si aggiunge alle tante ragioni, sottoscritte anche da fonti indipendenti, che hanno indotto l’amministrazione Usa ad annunciare le cancellazioni del contributo americano all’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, anch’essa troppo ossequiosa, per usare un eufemismo, con la Cina.

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