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Libertà digitale

Prima di “ripensare Internet” impariamo a usarlo

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Il "de profundis" della Rete l'ha firmato ieri Evgeny Morozov, Yahoo! Fellow alla Georgetown University, sulle pagine di Foreign Policy, in un lungo articolo intitolato Think Again: Internet. La Rete, sostiene l'autore, ci aveva promesso una nuova era di libertà, attivismo politico e pace perpetua. Ammaliati dai guru come Negroponte abbiamo creduto che nel nuovo mondo simultaneo i confini e le distanze sarebbero stati annullati, dimenticando le bollette del telefono grazie a Skype e traducendo all'impronta in cinese con Google Translate. Internet doveva essere una forza del Bene, capace di abbattere i regimi e le dittature più irriducibili. Google avrebbe difeso la libertà virtuale degli individui laddove gli mancava quella reale, aiutandoci a rendere più trasparenti anche i governi democratici, solo con un clic.

Ma Internet è un'iperrealtà, avverte Morozov, con tutti i vizi e i difetti, le promesse e i pericoli del mondo reale. La cyber-utopia si sta lentamente rivelando un'illusione. I truffatori si servono del web per arricchirsi con il mercato nero degli animali in via di estinzione; gli attivisti Serbi si danno appuntamento su Facebook per organizzare raid punitivi contro i gay; i regnanti Sauditi mettono on line il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. Grazie ai social network i ragazzi dell'Onda Verde iraniana hanno condiviso i pestaggi e le botte prese in piazza con il resto del mondo, denunciando quello che stava accadendo e i volti dei loro oppressori, ma tutto questo non ha cambiato granché la loro situazione. Sono i popoli che abbattono i governi, non Flickr, YouTube o Twitter. Anzi, questi stessi strumenti informatici possono essere anche usati contro i movimenti democratici, per esempio come meccanismi di delazione (il governo iraniano ha invitato la popolazione a denunciare i ribelli identificati sul web), oppure come evidenze per una incriminazione processuale. L'Onda Verde è un movimento senza leader riconosciuti, disorganizzato, più assimilabile alle estemporanee TAZ di Hakim Bey che non alla organizzata campagna elettorale di Obama, che invece ha usato Internet con degli obiettivi precisi, delle gerarchie riconosciute, delle procedure operative, del tutto sconosciute ai manifestanti iraniani...

Non sarà che anche Morozov dopotutto è un po' apocalittico? Ridurre la Rivoluzione Informatica che ha sconvolto le nostre vite negli ultimi vent'anni a un quadro così pessimistico è limitante. Oggi siamo in grado di percepire più ampiamente che in passato la trasformazione in atto, i processi di "intelligenza connettiva" e "conoscenza condivisa", osservando consapevolmente le gigantesche dimensioni di un fenomeno epocale che reca con sé, in modo intrinseco, valori contrastanti. Internet va interpretata al di là delle mode del momento, per capire cos'è l'Informatica e studiare le sue connessioni sempre più strette con ogni altro campo del sapere umano; è un elemento progressivo di sviluppo sociale che può essere difeso ed "esportato" come fa il movimento freesoftware. Perché il problema è tutto lì, nella "formazione" dell'individuo. Morozov infatti non tiene conto del diverso grado di alfabetizzazione dei nativi digitali che utilizzano le macchine informatiche. Ogni giorno usiamo la Rete permeandola dei nostri messaggi, della nostra presenza, dei nostri "dati sensibili", in totale spregio a ogni scrupolo di privacy. Ma se i ragazzi dell'Onda riuscissero a rendersi anonimi, una minoranza non rintracciabile che si sposta su server indipendenti (forse anche adesso stanno cercando di farlo), se uscissimo per un attimo dall'acquario di Facebook, come andrebbe a finire a Teheran? Non siamo dei tecno-entusiasti ma è evidente che, per adesso, molti di noi usano ancora macchine moderne in modo antico.

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