Home News Prima o poi anche Obama capirà che è giunta l’ora di attaccare l’Iran

Dalla mano tesa al pugno duro

Prima o poi anche Obama capirà che è giunta l’ora di attaccare l’Iran

L’approvazione dello scorso mercoledì della quarta risoluzione del Consiglio Onu che impone nuove sanzioni contro l’Iran è l’ultimo atto della tragicommedia che è la politica americana nei confronti dell’Iran. Negli ultimi anni, le amministrazioni americane e iraniane hanno adottato la stessa politica ormai fallita. Persino quando Teheran è stata minacciata con una serie di sanzioni e sono state tentate azioni di combattimento, il regime iraniano ha fatto importanti progressi nell’arricchimento del suo arsenale nucleare, nel sostenere gruppi terroristici e nell’assistere coloro che lottano contro le truppe americane in Iraq e in Afghanistan; il tutto senza nessuna vera ripercussione.

Nonostante il presidente Bush durante il suo secondo mandato dichiarò che “era necessario tenere in conto dell’opzione militare”, per Teheran era ormai ovvio che, distratta da altre questioni, Washington non avrebbe mai fatto seguire i fatti alle parole. Oggi, l’amministrazione Obama ha praticamente rinunciato persino al riferimento all’uso della forza, tranne quando i suoi funzionari mettono in guardia sulle presunte conseguenze catastrofiche di un attacco militare contro le strutture nucleari iraniane. Infatti, l’amministrazione Obama sembra molto più presa dall’urgenza di bloccare un attacco israeliano contro il progetto nucleare dell’Iran che dall’impedire lo stesso programma di arricchimento nucleare di Teheran. E intanto si continua a parlare di quanto sarebbe pericoloso l’uso della forza militare contro l’Iran. Ma sarebbe davvero così pericoloso? Questo è un dibattito che il Paese ha bisogno di fare, pubblicamente e con franchezza, prima che sia troppo tardi.

Coloro che si oppongono ad un’azione militare contro l’Iran affermano che per le forze americane si aprirebbe un terzo fronte in Medio Oriente. Le truppe Usa, sostengono, verrebbero messe in pericolo dai missili iraniani. L’Iran, di conseguenza, potrebbe chiudere lo Stretto di Hormuz – provocando l’impennata dei prezzi del greggio – e potrebbe utilizzare i suoi sodali terroristi di Hamas e Hezbollah per avviare una serie di attacchi non solo in Medio Oriente, ma anche forse in territorio americano. In realtà, però, se gli Usa mettessero in atto una campagna mirata a colpire i siti nucleari iraniani, i luoghi in cui vengono addestrati ed equipaggiati i militanti per uccidere i soldati americani, e certi elementi del regime che sostengono il terrore e permettono l’arricchimento nucleare, molto probabilmente verrebbero limitati gli effetti dell’attacco.

Per esempio, non è ancora chiaro se in caso di un attacco l’Iran vorrebbe ampliare il conflitto, dando spazio alla prospettiva di una decapitazione del regime. I governanti iraniani, infatti, hanno sempre dimostrato che la loro principale preoccupazione è mantenere il loro potere. Se l’azione americana fosse strettamente mirata, e così fosse dichiarata, perché i leader iraniani – già sotto pressione nel loro Paese – vorrebbero intensificare le ostilità, come in effetti causerebbe un attacco missilistico contro una struttura americana (o quella di un alleato) o la chiusura dello Stretto di Hormuz?

A Washington alcuni sembrano ormai rassegnati all’idea di permettere a Israele di agire. Ma il fallimento degli Usa di rispondere a quello che è forse la più grande minaccia agli interessi americani degli ultimi decenni sarebbe un fatto irresponsabile. Per di più, Israele non possiede le piene capacità americane necessarie per portare a termine l’operazione. Malgrado gli impegni globali degli Stati Uniti e la loro partecipazione nelle due guerre ancora in corso, il sistema militare americano è pienamente capace di mettere a segno tale missione. Certo, il successo che ebbe il presidente Bush nel 2007 quando aumentò le truppe in Iraq e quello del presidente Obama quando inviò nuove risorse in Afghanistan, significa che oggi gli Usa sono in una migliore posizione per negoziare con l’Iran sul programma nucleare di quanto lo erano qualche anno fa.

Ovviamente, la migliore alternativa per l’Iran è quella del cambio di regime provocato dall’opposizione. Sfortunatamente, però, un anno fa, in seguito a delle elezioni fraudolente, Obama è rimasto a blaterare mentre degli innocenti iraniani venivano uccisi dal proprio governo. Fino ad oggi, il presidente americano ha fatto ben poco per sostenere le forze della libertà in Iran. Sembra sempre più chiaro, quindi, che la minaccia credibile di un attacco militare contro il progetto nucleare iraniano sia l’unica azione che potrebbe convincere il regime a ridimensionare le sue ambizioni. Ma invece di utilizzare la possibilità di un’azione militare come leverage, l’amministrazione Obama ha cercato di calmare i nervi dei mullah. E’ giunto il momento di mettere Teheran in agitazione.

In un discorso del 1936 alla House of Commons, Winston Churchill ammonì che “l’era della procrastinazione, delle mezze-misure, degli espedienti tranquilli e sconcertanti, e del continuo ritardare sta arrivando alla sua fine. Al posto suo, stiamo per entrare in un periodo di conseguenze”. Anche noi stiamo entrando in questo periodo. Possiamo agire e rendere il mondo più sicuro. O noi americani, insieme al resto del mondo libero, possiamo decidere di essere la sventurata vittima delle scelte fatte dai nostri nemici. Se si sceglie di non fare nulla di fronte al pericolo, anche il desiderio di rimandare e il ritardo impaurito sono opzioni. Ma pericolose e disonorevoli.

Tratto dal Weekly Standard

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

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2 COMMENTS

  1. Credo che l’Iran non abbia
    Credo che l’Iran non abbia interesse ad allargare il conflitto in chiave regionale se dovesse venire attaccato, il regime sa che perderebbe il potere, come giustam. osserva l’articolista. Sarebbe un atto disperato quello di usare Siria e Libano (e Hamas) per infliggere più danni possibili a Israele e Usa (in Iraq e Afghanistan). Credo però che l’Iran non subirebbe altro che un lieve ritardo in caso di attacco. Si toglierebbe dal TNP, per essere come Israele, e accelererebbe il ritmo di produzione, magari in siti ancora più segreti e protetti. In 3-4 anni abrebbe la bomba e saremmo punto a capo. Invece se l’attacco trova una risposta, ecco che pur soffrendo danni e vittime in gran quantità si otterrebbe il regime change voluto…ma a che prezzo appunto?

  2. Il Principe.
    Come si sa, il Principe è rispettato se amato o temuto. Escludendo che i I Mullah amino gli USA, per Obama resta solo l’altra possibilità per evitare sberleffi. O no?

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