Home News “Primum vivere”, sui principi trasmessi dalla tradizione cattolica

Bussole

“Primum vivere”, sui principi trasmessi dalla tradizione cattolica

10
3

Continuo a commentare quello che ho definito, giusto un secolo dopo l’eptalogo del conte Gentiloni, l’esalogo che Alleanza Cattolica ha proposto per le elezioni del 2013 (http://www.alleanzacattolica.org/comunicati/201212.htm).

Lo scopo, ora come allora, è promuovere una convergenza di candidati e forze politiche più sul discorso cattolico – cioè sui principi del diritto e dell’ordine naturali come trasmessi dalla nostra tradizione nazionale – che sul nome cattolico.

In esso – e me ne sono occupato nel precedente articolo – il primo posto spetta ai temi concernenti il diritto alla vita. Primum vivere. Com’è logico, secondo l’ordine dei «benedettiani» principi non negoziabili sui quali si regge la civiltà, seguono i temi del matrimonio, della famiglia e della libertà di educazione: i luoghi della vita.  

Naturalmente, quando si parla di matrimonio e famiglia, la prima cosa da evitare è immaginarsi un quadretto alla «mulino bianco». Se c’è, non guasta. Ma non è questo.

Il matrimonio, come ha detto Benedetto XVI con espressione destinata a far testo, è «patrimonio dell’umanità». È anzitutto un’istituzione connaturata all’essere umano, e chiunque la limitasse alla sua dimensione affettiva cadrebbe in un sentimentalismo ideologico che oscura la realtà. Come ha scritto il professor De Marco, a proposito della «riforma» zapateriana del matrimonio, «Per la cultura del legislatore l’istituto matrimoniale non esiste più, anzitutto concettualmente. Il testo approvato dalle Cortes spagnole esordisce affermando che il matrimonio è una manifestazione importante, “señalada”, della “relazione e convivenza di coppia fondata sull’affetto”: definizione infondata, con cui non si supererebbe un esame di sociologia o di antropologia del primo anno». Da che esiste il mondo, uomini e donne si sposano perché complementari gli uni agli altri, per aiutarsi e sostenersi reciprocamente (da soli non si va da nessuna parte) e per continuare la specie. Sarà poco romantico, ma sicuramente più solido. Gli affetti e gli entusiasmi sentimentali possono anche raffreddarsi. Ridurre tutto ad essi significa porre la causa strutturale della labilità e della volubilità nel rapporto di coppia. Se questo invece è correttamente considerato per quello che è, un impegno di vita, allora è più facile che anche affetti e sentimenti siano duraturi.

Il matrimonio non può essere una mera formalizzazione sociale di legami affettivi per la sua idoneità e vocazione procreativa: la durata e la stabilità dell’effetto – anche solo virtuale – del rapporto coniugale, cioè una nuova vita umana, rivelano che esso è per sua natura definitivo ed indissolubile proprio nella persona del figlio.

E poiché la prole umana è inetta – come insegnava Plinio il vecchio, il piccolo d’uomo, lasciato solo, sa fare una sola cosa: piangere e poi morire –, occorre che qualcuno se ne prenda cura. E non per poco tempo. Chi, ordinariamente, se non coloro che lo hanno generato? Quel barbaro che è ognuno di noi alla nascita – ignaro di tutto, incapace di tutto, privo di principi e regole –, se non allevato, nutrito, curato e istruito, muore; ma se non è educato, ossia introdotto alla verità e al reale, da barbaro diventa selvaggio. Quando però l’educazione è monopolio dello stato, e non è riconosciuta ai genitori e alle famiglie un’effettiva, anche perché economicamente sostenibile, libertà d’educazione secondo i propri legittimi convincimenti e principi, all’orizzonte si profila il suddito e il pargolo rischia concretamente, se non proprio l’inselvatichimento, di rimanere barbaro.

Il matrimonio, dunque, non è solo una cosa di due, ma tendenzialmente almeno di tre: fonda una famiglia. E questa è il paradigma stesso della vita sociale, seminarium rei publicae. Fin dalla nascita, ognuno ha bisogno di altri, in cerchi concentrici sempre più ampi, che testimoniano la naturale socialità della persona e che ripetono dal suo momento iniziale il proprio modello. La società è una famiglia di famiglie. Quando smette di esserla, si disgrega, e da casa dell’uomo diventa prigione o giungla.

La famiglia è quindi essenziale all’uomo e alla società. E come il matrimonio, ha una sua verità, una sua natura. Relativizzarla, affiancandole altre realtà istituzionalizzate – riconosciute cioè idonee a conferire uno status pubblicisticamente rilevante – e ad essa alternative, in quanto precarie e non regolate da un analogo complesso di diritti e doveri, soprattutto con l’esclusione di questi ultimi, comporta inevitabilmente che al paradigma sociale dell’impegno, del sacrificio, della solidarietà, duraturi e non revocabili con un mero atto della volontà, proprio del modello familiare, si sostituisca quello del capriccio sentimentalistico e in ultima analisi egoistico. E le conseguenze disastrose, fin dai tempi del divorzio, sono davanti agli occhi di tutti.

Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando l’Italia era letteralmente rasa al suolo e di provvidenze sociali per la famiglia, la maternità e l’infanzia nemmeno si parlava, il tasso di «matrimonialità» – ed i matrimoni erano indissolubili – era di dieci ogni mille abitanti; oggi è poco più di tre. Non parliamo della natalità. Quell’Italia fu ricostruita con straordinaria celerità e diede luogo ad uno dei più grandi miracoli economici della storia. Certo non solo, ma anche se non soprattutto grazie al familismo morale degl’italiani, che diede solidità al corpo della nazione, alla struttura sociale, così come lo scheletro, le giunture e i tendini danno solidità al corpo umano.

«Il matrimonio […] nobilita sia il percorso che l’approdo: il percorso, perché ha comunque trovato il modo di concludersi con un’inequivocabile assunzione di responsabilità; l’approdo, perché quell’assunzione di responsabilità introduce alla formazione di una nuova famiglia, con tanto di figli a seguire. […] Famiglie che funzionano da moltiplicatore degli sforzi individuali nella misura in cui, tutto il contrario di quel che si pensa oggi, aprono davanti agli occhi delle coppie prospettive di più lunga gettata e maggiore consistenza». Così lo statistico laico, laicissimo, Roberto Volpi.

Gli fa eco idealmente un grande conoscitore della storia d’Italia, il professor Emanuele Pagano. «Tale significativo sviluppo sarebbe difficilmente spiegabile senza una duplice eredità, accumulata e trasmessa nei secoli: una ricchezza immateriale, fatta di tradizioni familiari, religiose, di valori spirituali che si esprimevano in una volontà di durata, in una fiducia nella vita, nonostante tutto; e un patrimonio di beni mobili e immobili, che costituiva il capitale prodotto da multiformi attività lavorative e valorizzato nei secoli, grazie anche a una capacità notevole d’investimento e di riconversione in settori differenziati». L’impresa familiare, nerbo del nostro Paese ed espressione, quasi conseguenza naturale, dell’attuazione duratura della famiglia nella sua realtà costitutiva.

Dove può andare la nostra disgraziata nazione se con una tassazione selvaggia e predatrice, quasi un saccheggio e non da parte di truppe d’invasori (o sì?), si colpiscono contemporaneamente il reddito, il risparmio e il patrimonio familiari?

Dove può andare se, contraddicendo l’esperienza di sempre di tutti popoli – e quella elementare di ciascun uomo, condensata nella domanda classica, quando una donna (una DONNA!) è incinta, o quando nasce un bambino (un BAMBINO, non una cosa!): «è maschio o femmina?» –, si pensa di nominare per legge «matrimonio», come Caligola decretò di nominare «senatore» il suo cavallo, una relazione di coppia omosessuale?

Dove può andare se il modello proposto è quello di un totale arbitrio, che contraddice la realtà di natura e la storia di tutta l’umanità, e fa della legge umana il luogo di una mostruosa volontà di potenza, con la quale si cancellano i nomi venerabili di madre, padre, marito, moglie, e si consente, pur di soddisfare una voglia di genitorialità perseguita fuori dei canoni della normalità sessuale, di trasformare una donna in incubatrice vivente, in fattrice artificiale, legalizzando l’utero in affitto, la maternità surrogata? Espressioni quest’ultime d’inaudita violenza e di sfruttamento della miseria portato fin nella carne di chi la soffre.

Dove può andare se si pensa di proibire perché «omofobe» considerazioni come quelle che precedono, e con esse l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica, l’opinione di san Paolo (e quella di Dio, manifestatasi a Sodoma), sull’omosessualità come grave disordine morale e antropologico?

All’evidenza non si tratta di temi di fede, ma di ragione. A meno che non si vogliano ritenere, giusto per fare un esempio, il Platone delle Leggi o il Seneca delle Lettere a Lucilio, ispirati e condizionati dal Papa o dal card. Ruini.

E nemmeno si può dire che nessuno obbliga i cattolici – ma non si dovrebbe trattare solo di noialtri – a formare coppie di fatto o ai matrimoni omosessuali, o a divorziare, e così via, epperò non si può impedire a chi ne abbia voglia di farlo.

Il punto, come s’è detto, è la costituzione della società e il suo paradigma, cioè l’autentico bene comune, che è anzitutto umano. Se tutto viene ridotto all’io e alle sue voglie, se tutto viene relativizzato, se l’ordine delle relazioni umane viene non già rovesciato, ma addirittura rinominato, codificando ciò che ha dimensione puramente privata e socialmente irrilevante – quando non pericolosa –, da un canto si «liquida» la società e se ne nullificano i coesivi. Dall’altro, governi e legislatori si arrogano un potere che neppure nel tempo più buio dei totalitarismi del XX secolo hanno preteso di avere: dominare superomisticamente la natura umana, rubare prometeicamente il fuoco della vita e dell’essere.

Ma il cavallo di Caligola rimase un cavallo, e riempì di sterco il senato.

  •  
  •  

10 COMMENTS

  1. Sposarsi fa bene alla salute
    Alle lucide e serrate argomentazioni di Giovanni Formicola, tutte in verità fondate su quello che un tempo si sarebbe chiamato “senso comune” e che, purtroppo, tanto “comune” non è più, mi permetto di affiancare le statistiche cui si può accedere tramite la pagina web: http://www.uccronline.it/tag/matrimonio-convivenza/ : sembra scientificamente provato che 1) il matrimonio allunghi la vita al maschietto e alla femminuccia che si impegnano a viverlo “finché morte non li separi” 2) influisca positivamente sulla salute psicofisica dei loro figli, 3) i quali manifestano una minore propensione alla delinquenza rispetto alla media giovanile. Ed ecco perché mi auguro un esito elettorale che non permetta a chi ha annunciato di introdurre – in caso di vittoria – una legge sul divorzio breve e sull’omofobia di mantenere le sue promesse.

  2. Mi chiedo solo come si è
    Mi chiedo solo come si è potuti arrivare ad una simile barbarie, dimenticando la natura delle cose….

  3. L’Io e le sue voglie non può mettere su famiglia.
    In una intervista al CdS dell’agosto 2010 (Meeting di Rimini) così si esprimeva Ettore Gotti Tedeschi sulle cose da fare per uscire dalla crisi: “Riprendere a fare figli, ma in una famiglia vera, fatta di papà e mamma, fondata sul matrimonio. Non lo dico da moralista, ma da economista”. E concludeva come, prima ancora di “pensare a mettere a posto” regole e strumenti della finanza “bisogna rimettere a posto l’ uomo, ridandogli un vero ruolo nell’ universo e nella natura”: la china che ha preso il nostro mondo è invece quella di trasformazione in “diritto” ogni piacere individuale ed ogni “voglia”. Con la conseguenza che tutti oramai paiono protesi a “rivendicare” il proprio diritto alla felicità ma in verità tutti restano tragicamente soli ed avviliti in quella parodia di famiglia fondata su cangianti e mutevoli e sessualmente ambigui (quando va bene) “legami affettivi” che solo l’ipocrisia contemporanea può osare etichettare come “matrimonio”.

  4. primum vivere
    E’ triste pensare che l’importanza della famiglia naturale e la sua tutela possano essere rimasti cura solo dei cattolici (con esclusione di quelli …adulti!) e non siano piuttosto patrimonio comune di tutti quelli che ancora ritengono la politica il luogo di pratica del senso comune e del rispetto del principio di realtà; anche in sede di scelta elettorale!

  5. Matrimonio e famiglia
    Il ragionamento dell’articolo è condivisibile, trane per alcune conseguenze che vengono tratte dalle premesse.
    Non vi è dubbio che la società si regge sulla famiglia, come nucleo di due persone che si uniscono per condividere l’esperienza di vita e, procreando, garantire il futuro della società stessa.
    Ciò detto non è chiaro perchè, invece, il matrimonio, che è solo la formalizzazione di questo accordo (davanti a Dio o allo Stato) non possa essere utilizzato da persone dello stesso sesso che vogliano, come due di sesso diverso, condividere la propria esperienza di vita, pur non potendo procreare. L’alternativa sarebbero due single, che certo meno potrebbero contribuire alla costruzione della società.

  6. lo studio di questo scritto
    lo studio di questo scritto andrebbe imposto ai giovani che frequentano la scuola dell’obbligo. Un ministero della pubblica istruzione serio dovrebbe farsi carico di introdurre lo studio, secondo verità, di tali questioni tenendo conto che la politica non si esaurisce in una partita di computisteria e che prima di essere una questione di metodi ( tecnica) resta sempre una questione di scopi!

  7. Marito e moglie sono da
    Marito e moglie sono da considerarsi << una sola carne>> disse Cristo. Se tutti si basassero realmente su quelle parole, ci si accorgerebbe che il divorzio non può essere altro che un taglio inferto a un corpo vivo, un’operazione chirurgica senza anestesia per l’anima. Ma sono parole che, purtroppo, non tutti ricordano. Sempre grazie, Formicola.

  8. Lewis a proposito del
    Lewis a proposito del matrimonio: ” La necessità si un capo consegue dall’idea del matrimonio indissolubile. Naturalmente, finché marito e moglie sono d’accordo il problema non si pone; e la speranza è che questa sia la situazione normale in un matrimonio cristiano. Ma quando c’è disaccordo, che fare? Discutere, s’intende; ma io presumo che i due abbiano già discusso, senza arrivare a una soluzione. Allora? Non si può decidere a maggioranza, perché in un consiglio a due non può esserci maggioranza. L’alternativa è una sola: o i due si separano e vanno ognuno per la sua strada, oppure uno dei due deve avere voto decisivo. Se il matrimonio è indissolubile, l’una o l’altra parte deve avere, in ultima istanza, il potere di decidere la politica familiare. Non ci può essere sodalizio stabile senza una costituzione.
    Se deve esserci un capo, perché l’uomo? Be’, anzitutto, esiste davvero un desiderio impellente che sia la donna? Mi pare di capire che neanche le donne che voglio comandare in casa propria sono solite ammirare questo stato di cose quando lo trovano nelle case altrui. E’ molto più probabile che dicano: “Povero signor X! Non so proprio perché si lascia comandare così a bacchetta da quella donna insopportabile”. Dubito, anche, che esse si sentano lusingate se qualcuno accenna alla loro << supremazia>>. Dev’esserci qualcosa di innaturale nel dominio delle donne sui mariti, perché le moglie stesse se ne vergognano alquanto e disprezzano i mariti sottomessi.”

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here