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Oggi il voto finale al Senato

Processo breve, il Pd ricorre al mantra e registra la sua ennesima sconfitta

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Nell'Aula di Palazzo Madama c'è il "mantra", il "tantra", il blitz e perfino una situazione kafkiana.  L'esame degli emendamenti al ddl sui tempi certi del processo riserva anche questo in una giornata dal clima incandescente tra i due schieramenti, sulla quale svetta la debacle (politica) del Pd che chiede una serie di votazioni a scrutinio segreto nel tentativo di battere la maggioranza, ma la tattica si rivela un clamoroso boomerang e ad andare "sotto" sono i democrat che alla fine gettano la spugna.

E ripiegano su un'altra tattica, quella del "mantra", come dichiara la capogruppo Anna Finocchiaro: tutti i senatori leggono in Aula la stessa dichiarazione. Il blitz è quello dei dipietristi che al termine della seduta occupano per protesta i banchi del governo. L'opposizione, insomma,  sceglie la linea dura e si scaglia contro un provvedimento che serve "a salvare il premier dai suoi processi", è l'accusa. Dalla protesta si passa alla strategia: gli esponenti piddì chiedono settantotto votazioni a scrutinio segreto, la presidenza del Senato ne concede quindici. Ma alle prime tre votazioni l'opposizione è in netta difficoltà: ogni volta mancano all'appello almeno cinque-sei voti, quelli di altrettanti senatori che votano con la maggioranza.

Dai banchi del centrodestra si levano applausi. Risultato: di voti segreti non se ne fanno più. A questo punto i senatori Pd leggono una dichiarazione-fotocopia definendo il ddl "lo scempio della giustizia italiana", mentre l'Udc con D'Alia parla di "amnistia mascherata". Sarcastico il commento di Gaetano Quagliariello: ''Non sappiamo quale risultato l'opposizione pensasse di raggiungere con il voto segreto sulla legge per i tempi certi del processo: l'unico risultato è che ad ogni votazione a scrutinio segreto la proposta del centrodestra ha riportato più voti della sua maggioranza, con i gruppi della sinistra sconfitti in modo palese dalle votazioni segrete''.

Un imbarazzo tale, osserva il vicepresidente del gruppo Pdl, che alla fine "hanno rinunciato agli altri scrutini segreti che in precedenza avevano richiesto, e hanno dovuto metter fine alla fallimentare strategia. La messinscena delle dichiarazioni-fotocopia serve solo a cercare di coprire questa difficoltà". Poi la provocazione: "Proponiamo di sottoporre a voto segreto anche il ritornello recitato dai senatori del Pd: siamo certi che anche su quello qualche collega dell'opposizione preferirebbe, così come sulla legge, unirsi alla maggioranza''. Quagliariello ricorda infine che la maggioranza ha accolto molti dei suggerimenti venuti dall'opposizione e ribadisce che la linea del centrodestra non cambia: "Andremo avanti con lo stesso metodo, quello dell'ascolto e della decisione".

La norma transitoria del disegno di legge, finita al centro delle polemiche, passa con 144 sì, 125 no e tre astensioni. Sarà applicata ai processi in corso relativi a reati indultati o indultabili con pene fino a dieci anni. La prescrizione processuale scatterà se saranno trascorsi due anni (per i processi futuri il termine è di tre anni) da quando il pm ha esercitato l'azione penale senza che si sia concluso il giudizio di primo grado. Vale anche per i giudizi in corso davanti alla Corte dei Conti ma non per quelli in Appello (un emendamento del relatore Giuseppe Valentino, Pdl, lo ha escluso).

Al fuori-programma del "mantra" Pd replica il senatore Piero Longo (Pdl) che però incappa in una gaffe perché nel protestare contro la "litania" si confonde e critica il "tantra", quindi recita un "contro-mantra", quello degli Hare Krishna. Ma il lapsus non sfugge al senatore dei Radicali Perduca che ricorda il significato autentico del termine "tantra". C'è anche questo in una seduta ad alta tensione che ha una coda serale a Ballarò nel serrato botta e risposta tra il leader democrat Pierluigi Bersani e Sandro Bondi, ministro e coordinatore del Pdl. Oggi si replica con le dichiarazioni di voto e il parere definitivo dell'Aula di Palazzo Madama sul provvedimento. Poi sarà la volta di Montecitorio.


 

 

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