Prodi e il paradosso della politica che conta

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Prodi e il paradosso della politica che conta

29 Marzo 2007

Da mesi Berlusconi insiste sui danni che continua a produrre un governo che essendo nato morto non può godere di buona salute. Tale insistenza, in generale, viene considerata come l’espressione di un radicale dissenso e vista nella prospettiva di una sia pur accesa polemica politica. Si potrebbe anche dire che sul fatto che il governo Prodi stia producendo soltanto danni la maggior parte dell’elettorato sia, tutto sommato, d’accordo. Ma il problema non è questo.

Da mesi, con una maggioranza risicata, divisa ed incerta, Prodi riesce a governare e, sia pure attraverso provvedimenti governativi e legislativi decisamente discutibili e nefasti, a dare la sua impronta alla politica italiana. La politica estera è il caso più eclatante, ma di esempi se ne potrebbero fare molti altri. Tuttavia i provvedimenti sui quali bisognerà un giorno o l’altro iniziare a riflettere non riguardano quelli che bene o male passano attraverso il parlamento, ma quelli, di natura assai più incerta, che lo “by passano”. Come ciò avvenga e possa avvenire non ha suscitato molta attenzione. Al massimo a qualcuno può capitare di osservare che se “un” governo Berlusconi si fosse ritrovato con la maggioranza di Prodi a fare ciò che ha fatto e sta facendo Prodi, in Italia sarebbe successo il finimondo.

Proprio per questo viene da chiedersi quali siano gli “artefizi del potere” di cui Prodi si avvale con indubbia perizia e, soprattutto, come mai, in Italia, un governo possa incidere tanto profondamente pur avendo a disposizione una maggioranza così poco coesa e un’opposizione non certo arrendevole e disattenta.

Una prima risposta potrebbe essere che ad onta della sua debolezza politica il governo dispone di una “moral suasion” che rende i suoi atti accettabili. Ciò che è successo nel campo del riordino del sistema bancario ed industriale (caso Telecom) ne è un esempio. In questi campi son state, se non altro, incoraggiate iniziative che hanno un’indubbia valenza economico-politica ma che non sono state il frutto di un dibattito politico che ha, in qualche modo, coinvolto il parlamento e l’opinione pubblica. Di qui una considerazione: la costituzione materiale, o i reali rapporti di potere, possono consentire al governo di gestire la politica economica con modalità decisionali che possono non passare al vaglio del parlamento? Questo non vuol dire che siano di per sé stesse illegittimi o illegali, ma semplicemente che è possibile; vale a dire che nel nostro sistema politico c’è qualcosa che non funziona e che soltanto vagamente può essere definito come deficit di democraticità.

Il dato preoccupante della questione è che su queste tematiche, e sul modo in cui vengono gestite, appare ben difficile invocare un giudizio di costituzionalità. E questo significa che ormai esistono comportamenti governativi che non sono assoggettati ad una valutazione politico-parlamentare e neanche ad una di “costituzionalità”. In altre parole, ci si trova dinanzi ad una situazione che è difficilmente definibile sulla base della dottrina tradizionale delle forme di potere e che sfugge quasi completamente ad ogni forma di controllo pur riguardando argomenti, come quello della politica estera e della politica economica, che hanno indubbie e reali conseguenze sociali e politiche. È indubbiamente vero che in una democrazia chi dispone della maggioranza, quale che sia la sua estensione e compattezza, può fare di tutto, ma la questione che varrebbe il caso di porsi è se non esistano, o possano essere immaginate, forme di controllo più efficaci di quelle rappresentate dalle spesso inconcludenti interrogazioni parlamentari.

Quello sollevato da Berlusconi è quindi un problema reale che per un verso pone in evidenza l’impotenza dell’opposizione, ma che, per un altro e più importante verso, mette in luce come un governo possa svolgere un’incisiva azione politica pur essendo politicamente morto. Quanti hanno teorizzato l’estensione del controllo di costituzionalità, o dei Tar, a tutti gli atti e a tutte le espressioni dell’esercizio del potere governativo e legislativo – fino a decretare nei fatti la morte della sovranità della politica e forse anche della democrazia – sarebbe il caso si misurassero ora con il fenomeno dell’esistenza di atti realmente politici che sfuggono ad ogni controllo: ovvero che la “politica che conta” ormai la fanno il governo e le Authorities.