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Prodi fa il simpatico aspettando il voto

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Fra poche ore sapremo cosa dodici milioni di italiani hanno da dire a chi li governa. La saprà la maggioranza, che teme come il diavolo una delegittimazione popolare statisticamente rappresentativa, che sarebbe un duro colpo per una coalizione che ha occupato tutte le istituzioni dopo un voto politico giocato sul filo del rasoio. Lo saprà l'opposizione, che per tutta la campagna amministrativa ha giocato al rialzo, ha esortato gli elettori a dare concretezza al diffuso malcontento, e spera che il vento che inequivocabilmente si percepisce nel Paese non venga affievolito dalla caratura locale delle singole consultazioni e dunque dalla storica abilità della sinistra nel costruire e gestire sistemi di potere sul territorio.

L'affluenza alle urne è in calo rispetto alle precedenti amministrative (alle 22 di ieri si registrava il 54,3% dei votanti per le comunali contro il 58,3% delle scorse consultazioni, mentre il dato per le provinciali è del 40,5% contro il 47,2% delle precedenti elezioni). Ma per votare c'è ancora tempo fino alle 15 di oggi, e solo in quel momento sarà possibile ragionare su dati definitivi rispetto al tasso di partecipazione popolare. Qualche ora in più bisognerà attenderla per poter conoscere le prime proiezioni significative, e fatta eccezione per eventuali risultati netti ed eclatanti come quello di Palermo (che il centrodestra spera di replicare in comuni importanti come Verona), è prevedibile che in serata sarà possibile trarre delle conclusioni. Decretare, in sostanza, chi ha vinto e chi ha perso. E, se dovesse levarsi dalle urne quel "preavviso di sfratto" più volte auspicato da Silvio Berlusconi nei confronti del governo Prodi, attendere l'inevitabile resa dei conti all'interno di una sinistra sull'orlo di una crisi di nervi.

Nervi davvero tesi, se il presidente del Consiglio alla vigilia del voto ha violato l'inviolabile, infrangendo il silenzio elettorale previsto dalla legge per spendere ancora una volta, in zona Cesarini, la poco credibile carta del "tesoretto" e tentare disperatamente di recuperare consensi in un Paese ormai epidermicamente ostile. Colto in flagrante, messo al muro dal fuoco di fila dell'opposizione, il Professore ha deciso allora di auto-assolversi, minimizzare, cercare di mettere in ridicolo gli avversari spostandosi su un terreno che gli è assai poco congeniale: quello dell'ironia. Ma non gli è andata molto bene.

"Neanche un colpo di tosse", ha risposto Romano Prodi ai giornalisti che ad urne ormai aperte lo tentavano istigandolo alla recidiva. "Due colpi di tosse potrebbero essere intepretati come un segnale", ha detto il premier improvvisandosi cabarettista senza troppa fortuna. Per non parlare di uno starnuto. Fabrizio Cicchitto gli ha dato dell'arrogante, ed è difficile dargli torto. La simpatia non è mai stata il tratto distintivo del Professore, e ogni volta che si è messo a fare il battutista l'inquilino di Palazzo Chigi ha dovuto pentirsene amaramente. In questo caso i suoi spin doctor forse avrebbero fatto meglio a metterlo in guarda: c'è il serio rischio che Prodi e i suoi consiglieri finiscano davvero seppelliti da una risata, nel caso in cui stasera gli italiani si troveranno a rilevare la differenza abissale che passa tra un sonoro e vigoroso colpo di tosse e il fastidioso bofonchio monocorde con cui il leader dell'Unione è solito commentare i suoi insuccessi. A cominciare da quelli elettorali. Per non parlare di uno starnuto…

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