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Prodi vuole cambiare musica ma dimentica il dodecalogo

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Che fine ha fatto il dodecalogo? Ricordate quella lista dei dodici punti preparata lo scorso febbraio per uscire dalla crisi di Governo? Leggendo la lunghissima intervista a Romano Prodi su La Repubblica il dubbio nasce. Due pagine. Ben ventisette domande e risposte. Colonne e colonnine fitte di analisi e contro analisi con le quali più che attaccare il centrodestra il premier mira a “bastonare” i propri alleati, minacciandoli anche di lasciare la guida del Governo. Ma del famoso dodecalogo nemmeno una parola. Neanche un riferimento. Strano, visto che proprio il premier la stilò con i rappresentanti della maggioranza a Palazzo Chigi la sera successiva alle dimissioni.

Una semplice dimenticanza? O piuttosto un silenzio scientifico? Niente di tutto questo. La verità è che dopo tre mesi di quei dodici punti non rimane un bel niente.  Dall’agenda dell’Esecutivo sono subito scomparsi, ma forse non ci sono mai entrati. E così conviene a tutti non parlarne. Premier compreso. Anche quando si riferisce alla riforma delle pensioni o della riduzione dei costi della politica, due punti inseriti nel dodecalogo, non vi fa mai riferimento. Il bilancio di questo short-program a novanta giorni di distanza è davvero in rosso. Si può dire che solo il punto riguardante l’istituzione del portavoce unico dell’Esecutivo abbia trovato una certa attuazione. Silvio Sircana infatti è diventato portavoce unico del Governo ma in realtà, soprattutto dopo lo scandalo del “trans-tour”, non è mai riuscito ad imporre la sua voce su quella degli altri ministri. Per il resto il nulla. Così come sulla questione del potere di ultima decisione che Prodi si era ritagliato su di sé nell’ultimo punto del dodecalogo.

E’ lo stesso premier ad ammettere il suo fallimento quando dice nell’intervista che “ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo si annunci e c’è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare”. Per non parlare degli altri punti del dodecalogo che questi tre mesi di Governo hanno dimostrato essere carta straccia. Come quello degli impegni internazionali dove l’Unione ha clamorosamente fallito. Lo conferma l’uscita dei giorni scorsi del ministro D’Alema contro il presidente Bush, che chiedeva un impegno maggiore nelle aree di lotta. Quel “in Italia decide il Parlamento non Bush” a molti è sembrato un assist alla sinistra radicale ma soprattutto un ritorno alle polemiche anti-Usa di inizio 2007 che portarono il Governo alla crisi. Stesso discorso vale per scuola, università e ricerca. Si diceva nel dodecalogo che si sarebbe dovuto investire su questi settori ed invece si è continuato con la politica dei tagli. Al punto che ormai dove va il ministro Mussi monta la protesta degli studenti e dei professori. Sul piano infrastrutture e Tav domina l’eterno dissidio tra Di Pietro e Pecoraro Scanio, che paralizza qualsiasi iniziativa. Nemmeno sul punto riguardante l’energia e i rigassificatori si è riusciti a trovare un accordo. La legge delega per il riordino del settore energetico vivacchia in Parlamento e subisce i veti incrociati dei partiti dell’Unione.

Solo sulla questione liberalizzazioni e tutela dei consumatori qualche passo, tutelando però solo alcuni soggetti vicina alla sinistra e colpendo chi, invece, dimostra di avere simpatie politiche per la CdL. Meglio tacere sulla questione della riduzione della spesa pubblica inserita anch’essa tra le priorità nel dodecalogo. Lo fa anche il premier limitandosi solo a parlare nell’intervista di un ipotetico e generico ddl sulla riduzione dei costi della politica da presentare a fine giugno. Peggio ancora se si passa al punto sostegno alla famiglia ed agli asili nido. Dico, family day e le infinite polemiche con la Cei ed il Vaticano parlano da soli. Anche qui impegni mai rispettati con il premier Prodi che ancora qualche giorno fa dal palco della conferenza nazionale della famiglia a Firenze ricordava che i 2/3 del tesoretto andranno alle famiglie. Peccato che non ascolti le richieste del suo ministro della Solidarietà Ferrero che parla di interventi per l’edilizia urbana.

Ed infine la questione dell’incompatibilità tra più incarichi. Qui si va spediti. Non perché ci sia esigenza ma solo per penalizzare Berlusconi. La legge sul conflitto d’interessi adesso è in discussione alla Camera. Unico provvedimento incardinato e sui cui la maggioranza sembra intenzionata ad andare avanti seriamente. Questo è quello che resta del dodecalogo. Ben poco e ormai nel centrosinistra tutti evitano di parlarne. Persino chi quel documento lo stilò, appunto il premier Romano Prodi.

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