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Bluff

Produttori di Pil, all’armi!

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Il decreto liquidità del governo Conte purtroppo non è nient’altro che un bluff, non soltanto perché  – come dice un senior partner di una importante merchant bank – “l’annuncio di passare alle banche italiane la patata bollente del compito di pompare denaro nell’economia nazionale, sia pur con la garanzia di Stato, rivela l’unica evidente ovvietà che gli annunci speravano di nascondere: che nelle casse pubbliche non solo non c’è un euro, me che nemmeno ci sarà nel prossimo futuro dal momento che nessuno sta versando tributi né li verserà nei prossimi mesi”. Ma soprattutto perché quando l’economia va a rotoli non ha senso parlare di prestiti. Per tenere in vita chi ha perso sei mesi di fatturato spesso non bastano “aiuti” che aumentano i debiti delle imprese, perché i debiti, se non ricordo male, vanno restituiti!

I banchieri, che sciocchi non sono, avvertono già il rischio della presunta garanzia statale (solo in alcuni casi totale): cioè che la sua efficacia sarà tutta da verificare al momento in cui dovranno escuterla. Momento che, data la mostruosa crisi imminente: arriverà per certo! Avvertono anche il rischio di una interpretazione giustizialista delle leggi da parte della magistratura nel caso eroghino crediti senza la massima prudenza. Momento, che come detta l’esperienza: arriverà per certo! Ma più ritardano nell’aprire i rubinetti del credito e peggio sarà per le condizioni generali dell’economia.

Insomma pensare di sostenere le piccole e medie imprese italiane attraverso il sistema bancario è stata una cavolata. All’estero le hanno sostenute con fondi perduti, sia pure pochi, ma non gli hanno dato del debito da restituire; c’è una bella differenza!

Proprio ora che servirebbe più debito pubblico da destinare ad aiuti a fondo perduto (che sia danaro o sgravi fiscali) il nostro Paese si accorge di averne fatto follemente troppo in precedenza, anche negli ultimi otto anni. Direte: meglio tardi che mai!

 

Pensare l’impensabile?

Purtroppo le conseguenze per le pmi non si faranno attendere. Già da qualche giorno si registra un boom di insolvenze. Le società che assicurano i crediti commerciali stanno rischiando di saltare, mentre gli insoluti aumentano in doppia cifra. E nel 2020, stima Euler Hermes, le insolvenze aziendali in Italia, sono attese in crescita del 23%: quindi 14mila aziende sono a rischio di un probabile default.

Qualche giorno fa Enrico Letta ha twittato: “entriamo in un tempo in cui ci sarà maggiore richiesta di welfare/salute, meno crescita e maggiori debiti. Sembra equazione impossibile. Bisogna davvero pensare l’impensabile”, dimostrando di rendersi conto della gravità della crisi e dei suoi risvolti sociali. Come capita spesso alle nature cattosocialiste, la soluzione che evoca è quella indefinita, famosa, miracolosa, polically correct: della Terza Via!

E no, non esageriamo per favore, la soluzione già c’è, è sempre quella: più produttività, più innovazione, più libertà economica, meno tasse, meno burocrazia. Non c’è niente di “impensabile”, è tutto già ampiamente pensato. Il problema è FARE non “pensare”.

Ma davvero  “bisogna pensare l’impensabile” per rendersi conto che il “Codice degli Appalti” è diventato un freno agli investimenti pubblici? Provate a leggerlo. C’è chi lo ha misurato: 1 Km e 302 metri di regole. Senza considerare i decreti applicativi.

Ma davvero ”bisogna pensare l’impensabile” per rendersi conto che le “regole” della produzione e del mercato sono davvero troppe in Europa, e troppo poche in Cina; e che così le nostre imprese perdono competitività ogni giorno che passa? Delle due l’una: o siamo nella condizione di imporre alla Cina di darsi delle regole simili a quelle europee – sarebbe la cosa migliore – oppure dobbiamo rivedere le nostre.

La soluzione per l’Italia c’è, anche se nessun governo di parte sarà in grado di attuarla. Non basterà indebitare di più il Paese e le sue Aziende. Bisognerà sconfiggere i cinque nemici dell’Italia: il socialismo populista, la tentazione statalista, la burocrazia, il panpenalismo e l’inferno fiscale.

La rivoluzione dei produttori prossima ventura

Sessanta anni fa Ayn Rand ne La rivolta di Atlante aveva previsto che – in un futuro imprecisato – sarebbe avvenuta la sollevazione dei “prime movers”: la rivolta degli imprenditori. Ci siamo!

Da decenni il potere dello Stato, della burocrazia e dei partiti statalisti di destra e di sinistra, hanno assoggettato a questo potere il popolo dei produttori composto dagli imprenditori privati, dai lavoratori autonomi, e dai loro dipendenti.

Il risultato è che oggi la popolazione italiana è divisa in tre categorie sociali:

  1. I garantiti, con il reddito garantito dallo Stato o dagli altri Enti pubblici. Sono circa 3,5 milioni di persone che per i servizi che rendono, alcuni molto importanti, costano alle casse erariali circa 150 miliardi all’anno
  2. Gli assistiti, termine che non uso in senso spregiativo, cioè i pensionati e i beneficiari di varie forme di assistenza, che assorbono dalle casse erariali circa 350 miliardi all’anno (pur avendo i pensionati, a suo tempo, versato contributi che però lo Stato ha già speso per far fronte ai pagamenti delle pensioni maturate durante gli anni della loro contribuzione) 
  3. I produttivi cioè gli imprenditori, i lavoratori autonomi ed i loro dipendenti che pagano imposte sul reddito e contributi vari pari ad almeno il 60% del reddito che producono.

Se questa composizione della popolazione dovesse alterarsi ancor più in senso sfavorevole ai produttivi, magari per la crisi economica in atto, lo Stato potrà indebitarsi ancora per qualche anno, ma la barca è destinata ad affondare. 

E non si dica che lo Stato beneficia anche delle imposte sui redditi e sulla contribuzione delle altre due categorie perché cosi – spiacevole ed impopolare a dirsi – non è! Lo Stato, infatti, trattiene in busta paga ciò che ha prima erogato come lordo. A dimostrazione di ciò basta immaginare uno Stato composto solo da dipendenti pubblici e che l’unica forma di tassazione sia quella sul reddito: in questo caso, nonostante le entrate fiscali derivanti dalle ritenute sugli stipendi, l’erario non avrà un euro da spendere.

Si prenda quindi atto, una volta per tutte, che esiste uno stretto legame tra l’economia dei produttori e la qualità del Welfare State. Se l’economia non va, non è solo un problema di utili aziendali, di quote di mercato o di maggiore disoccupazione, ma dell’intero sistema di Welfare. 

In Grecia, ed anche altrove (Venezuela), il crollo dell’economia ha provocato la crisi del sistema sanitario: scarsità di medicine, niente chemioterapie, pochi esami radiologici. Ha provocato licenziamenti di impiegati statali e la riduzione degli stipendi e delle pensioni. Ecco perché è così importante un sistema paese che agevoli l’intrapresa e la competitività delle nostre attività economiche.

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