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Punto di situazione in Afghanistan

Progressi in campo militare ma la ricostruzione stenta a decollare

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La tragica morte del Caporal Maggiore Luca Sanna ha riaperto il dibattito sulla situazione nel teatro afghano. Non solo alcuni si sono nuovamente chiesti se vale la pena morire per Kabul, ma in molti si domandano a che punto sia la situazione e che speranza ci sia di vincere la guerra contro i Talebani. A questi interrogativi tentano di dare una risposta Frederick W. Kagan e Kimberly Kagan, due dei maggiori esperti in materia, in un nuovo report dell’American Enterprise Institute e dell’Institute for the Study of War, due autorevoli think thank americani.

Nel report vengono innanzitutto sottolineati i risultati raggiunti nell’ultimo anno dalle forze della coalizione, dalla conquista di molti dei “safe havens” talebani, all’arresto del “momentum” nel sud del paese (a lungo sotto il controllo talebano ed oggetto dell’offensiva dello scorso anno), dall’avanzata delle truppe alleate (che stanno schiacciando i terroristi nelle zone di Ghazni, Logar e Wardak) all’avvio di operazioni congiunte a guida afghana con passaggio di consegne alle autorità afghane locali nelle zone liberate dal controllo talebano. Insomma, secondo quanto riportano Frederick e Kimberly Kagan, il nuovo anno si apre con una situazione molto diversa rispetto a quella con cui si è aperto il 2010, segno che la strategia del surge, che all’inizio dello scorso anno portò a quasi 100.000 uomini la presenza statunitense nell’area, comincia a dare risultati apprezzabili.

Ma se dal punto di vista puramente militare la situazione è più che positiva (sebbene un bilancio più preciso si potrà fare solo tra qualche mese, superata la stagione invernale), per quanto riguarda gli altri aspetti della strategia americana, promozione della governance e dello sviluppo civile, e cooperazione regionale, le aspettative, per il momento, sono andate deluse. La corruzione e la legittimità del governo afghano da un lato, e la persistente presenza di santuari talebani in Pakistan dall’altro, rappresentano le due sfide principali con cui la NATO e gli Stati Uniti dovranno confrontarsi nel 2011. D’altra parte nessuna delle due rappresenta una novità, la vera novità è che oggi la sfida per la sicurezza è ad un punto di svolta e consente di concentrare maggiormente l’attenzione sugli aspetti “civili” del conflitto.

D’altra parte dopo le elezioni politiche dello scorso anno, è tempo che il Presidente Karzai risolva le dispute interne e convochi nel più breve tempo possibile il nuovo Parlamento. Il 19 gennaio, infatti, il presidente ha annunciato la decisione di rimandare l’inaugurazione della nuova legislatura di trenta giorni, una scelta in parte comprensibile date le decisioni della Independent Election Commission (IEC), che ha annullato circa un milione e mezzo di schede, pari a quasi un quarto dei voti espressi, ed ha escluso circa un centinaio di candidati con l’accusa di brogli e corruzione. Ma, come rileva Michael O'Hanlon su The National Interest occorre che Karzai si attivi per trovare in tempi rapidi una soluzione di compromesso, per non delegittimare lo sforzo di milioni di elettori che a settembre hanno sfidato le minacce talebane credendo nel processo democratico, ed oggi si ritrovano ancora senza un parlamento. A rischio c’è la tenuta stessa della fragile democrazia afghana, e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nell’intero sistema politico.

Ma la sfida più difficile rimane senza dubbio quella del pieno coinvolgimento di Islamabad, senza il quale non è possibile sperare in un successo a Kabul. Ma se è vero che la minaccia più grande è tuttora la presenza di santuari per gli insorgenti in Pakistan, è anche vero che tale sfida può essere vinta, non solo attraverso gli attacchi mirati ai santuari stessi, strategia ampiamente seguita dal Presidente Obama attraverso l’uso di UAV e attacchi aerei mirati, ma anche, e questa è la novità degli ultimi mesi, colpendo la rete locale che aiuta i terroristi negli spostamenti, nei rifornimenti, ed in tutte quelle attività di supporto logistico fondamentali per lo svolgimento delle loro operazione di insorgenza. Una strategia che però, come sottolinea anche Marvin Weinbaum sempre su The National Interest, “ha bisogno del pieno appoggio del governo pakistano” che però deve riuscire a “conciliare le pressioni occidentali affinché aumenti gli sforzi contro il terrorismo, con un’opinione pubblica che vede negli Stati Uniti una minaccia più grande di quella rappresentata dai talebani e dalla stessa al-Qaeda”, per non parlare delle preoccupazioni di Islamabad per il ruolo sempre crescente che sta giocando l’India a Kabul.

Per risolvere la situazione occorre quindi che Washington comprenda meglio le preoccupazioni di Islamabad ed agisca in modo da rassicurarla perché “la capacità del Pakistan a risolvere il dilemma afghano dipende soprattutto dalla certezza riguardo all’impegno degli Stati Uniti nella regione”. Finché gli occhi di Islamabad saranno puntato sugli obiettivi di lungo periodo e quelli di Washington sul breve periodo sarà difficile riuscire a rimuovere quello che a pieno titolo deve essere considerato uno dei principali ostacoli alla vittoria finale.

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