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La politica estera italiana da qualche tempo a questa parte è fatta di parole simbolo, spesso frutto di sofisticate mediazioni destinate a coprire il vuoto di sostanza a cui il governo si è condannato.

La prima è stata “discontinuità” e serviva a segnalare che qualsiasi decisione si fosse presa sullo scacchiere internazionale la principale caratteristica doveva essere quella di negare la linea di politica estera del governo Berlusconi.

Poi è apparsa l'astrusissima “equivicinanza” che il ministro D'Alema usa per reggersi in un impossibile equilibrio tra Israele e Palestina. I fatti più recenti di questi giorni mostrano quanto essa sia inadeguata.

Sull'Afghanistan la parola chiave è “valutazione”: serve ad attutire il senso di quella che avrebbe preferito la sinistra radicale, cioè “verifica”. Vuol dire che lo spiraglio per rivedere la presenza italiana in quel paese- dove persino Kofi Annan ci ha supplicato di restare

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