Prove di disgelo lungo lo stretto di Taiwan
31 Maggio 2008
L’incontro di mercoledì scorso a Pechino tra il presidente cinese Hu Jintao e Wu Poh-hsiung, il presidente del Kuomintang (Kmt), il partito nazionalista al governo a Taiwan, ha aperto una nuova stagione nelle relazioni sino-taiwanesi. Dal 1949, anno in cui i leader del Kmt fuggirono nell’isola dal continente dopo aver perso la guerra civile contro i comunisti di Mao Zedong (fondandovi de-facto uno Stato indipendente), le due parti non avevano mai tenuto colloqui a così alto livello.
Hu ha ricevuto Wu nelle vesti di segretario del Partito comunista cinese e non in quelle di presidente della Cina. Nel rispetto del principio ‘dell’unica Cina’,
Il nuovo clima tra le due sponde dello Stretto di Taiwan è il frutto della politica di apertura a Pechino del nuovo presidente taiwanese Ma Ying-jeou. Ma ha vinto le elezioni presidenziali nel marzo scorso, interrompendo otto anni di dominio del Partito democratico progressista (Pdp) e del suo leader Chen Shui-bian. Durante il suo doppio mandato alla presidenza dell’ex Formosa, Chen ha promosso una politica apertamente indipendentista, che ha irritato Pechino al punto da spingerla a varare una legge antisecessione nel 2005.
Le due parti si sono accordate per riprendere i colloqui diretti interrotti oltre 10 anni fa. Indubbiamente il risultato più importante del vertice. I rispettivi enti preposti allo sviluppo delle relazioni bilaterali sino-taiwanesi (l’Associazione cinese per le relazioni sullo Stretto di Taiwan e
I colloqui si svolgeranno secondo i parametri del ‘1992 Consensus’, un accordo con il quale Pechino e Taipei riconobbero il principio della ‘one-China’, divergendo però sulla sua effettiva interpretazione. Secondo Ma, ‘l’unica Cina’ è
Per fugare i timori di quella larga fetta della opinione pubblica taiwanese, in particolare espressione dei nativi dell’isola, che guarda con sospetto alla nuova apertura di credito verso Pechino, Wu ha tenuto a precisare che occorreranno tempi lunghi per risolvere la disputa tra le due parti e che Taiwan “needs to have an international presence”. Galateo diplomatico per dire che all’isola nazionalista deve essere riconosciuto un posto nella comunità internazionale.
Parole che ricalcano quelle pronunciate da Ma in campagna elettorale e nel suo discorso di insediamento del 20 maggio scorso, riassunte dalla stampa taiwanese nella formula dei ‘tre no’: no all’indipendenza formale, no all’unificazione e no all’uso della forza nella risoluzione delle dispute bilaterali. Per il neopresidente di Taiwan, il dialogo tra le due parti deve partire dal riconoscimento della loro comune eredità cinese e dal rafforzamento dell’integrazione economica lungo lo Stretto.
Un approccio che trova piena rispondenza a Pechino – considerato che Taipei è il primo investitore straniero in Cina, in particolare nelle province industriali del Guandong, Fujian e Zhejiang – e anche a Washington. Negli ultimi otto anni l’amministrazione Bush si è impegnata attivamente per il mantenimento dello status quo nella regione, criticando i tentativi dell’ex presidente taiwanese Chen di dichiarare formalmente l’indipendenza.
Gli Stati Uniti non vogliono certo arrivare a uno scontro aperto con
Con tono conciliatorio, Hu ha detto di comprendere le esigenze della leadership taiwanese. Il presidente cinese ha voluto poi sottolineare che la soluzione finale sullo status dell’isola sarà trovata mediante consultazioni tra le parti e secondo il principio a lui caro dello ‘sviluppo pacifico’. Anzi, Hu si è spinto oltre, ammettendo che il principio ‘dell’unica Cina’ può avere interpretazioni diverse. Una chiara svolta per il regime cinese, almeno nel suo linguaggio ufficiale.
La riunificazione di Taiwan alla ‘madrepatria’ è per Pechino solo un problema di tempo. Il modello da adottare e quello elaborato da Deng Xiaoping per Hong Kong e Macao: ‘un Paese, due sistemi’. Questo prevede che Taiwan rimanga una economia di mercato e per un certo arco di tempo non gli sia applicato il sistema socialista della Rpc.
La sfida immediata per la leadership cinese, però, sarà quella di tradurre in gesti concreti la sua disponibilità al dialogo. Taipei ha già fatto le sue richieste: la rimozione dei circa 1000 missili balistici che sono puntati sull’isola e la rinuncia di Pechino a ostacolare il suo ingresso nell’Oms con lo status di osservatore. Due concessioni che garantirebbero alla ‘provincia ribelle’ un legittimo spazio di manovra internazionale, ma che rischierebbero di rafforzarne allo stesso tempo lo status di entità sovrana indipendente. Una prospettiva che
Ma Ying-jeou, dal canto suo, per premunirsi dinanzi a un possibile colpo di mano cinese, lavora per bilanciare il quadro strategico regionale. In questa ottica rientrano l’acquisto di caccia F-16 da Washington – negoziato dal suo predecessore – e la proposta al Giappone (secondo partner commerciale di Taipei) di concludere un accordo di liberoscambio, integrato da un trattato di sicurezza esteso agli Stati Uniti. Ora tocca a Pechino rispondere.
