Prove di disgelo tra i finiani e il Cav., ma è giallo sul vertice con Bocchino

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Prove di disgelo tra i finiani e il Cav., ma è giallo sul vertice con Bocchino

27 Maggio 2010

Italo Bocchino che varca la soglia di Palazzo Grazioli è di per sè una notizia. Che può assumere anche un rilievo politico se la si guarda nell’ottica del disgelo al quale, dopo lo scontro in direzione nazionale, in molti nel Pdl stanno lavorando.

Il finiano doc e sedicente "epurato" dalla carica di vicepresidente vicario dei deputati, impegnato un giorno sì e l’altro pure nell’esercizio della critica a prescindere, varca il portone della residenza romana del premier insieme al sottosegretario Andrea Augello, finiano pure lui ma con un profilo moderato e un approccio dialogante coi berlusconiani.

L’altra notizia della giornata, è che  il Cav. vuole tornare a occuparsi di più del partito. Lo dice ai deputati e senatori riuniti a Montecitorio per conoscere da lui e da Tremonti i dettagli della manovra economica, sottolineando la volontà di stare di più sul partito e stringere un rapporto più stretto coi suoi parlamentari. A partire proprio dalla manovra appena varata che, assicura, ”non è immodificabile”.

Il summit coi finiani. La notizia rimbalza sulle agenzie più o meno all’ora di pranzo. E porta con sè la suspence degna di un "giallo". Perché subito dopo il vertice, i finiani fanno circolare commenti positivi e spiegano che "finalmente si parla di cose concrete e si è messo da parte lo scontro ideologico" aggiungendo che "Berlusconi ha dimostrato aperture e si è detto disponibile al confronto sul merito delle questioni". Insomma un segnale sulla ripresa del dialogo. Peccato però, che a stretto giro arriva la nota di Niccolò Ghedini, presidente della Consulta Giustizia del Pdl nella quale precisa che l’incontro con il premier non è mai avvenuto e che Bocchino ha solo discusso brevemente con lui ed il Guardasigilli Angelino Alfano sul percorso parlamentare di intercettazioni e ddl anticorruzione.

”Al colloquio non ha partecipato il presidente Berlusconi, la cui presenza difatti non era prevista”, rimarca Ghedini lasciando intendere che tra le parti non c’è nessun disgelo, ma un dialogo a distanza. Bocchino, invece, parla di una chiacchierata dai toni distensivi e della comune volontà, emersa nella riunione successiva effettivamente senza il premier, di risolvere i prossimi delicati passaggi parlamentari sulla giustizia ”lavorando prima insieme, in modo che non emergano poi negative divisioni”.

Un passaggio che dimostra come l’ex vicepresidente dei deputati consideri ormai fisiologica l’esistenza di una componente finiana minoritaria ma tenuta in considerazione nel Pdl. Visione che contrasta nettamente con quella di molti esponenti del Pdl – ex aenne compresi – che di correnti non vogliono sentir parlare e che, anzi, per buona parte della giornata, almeno fino a quando non arriva la precisazione di Ghedini, leggono con una certa irritazione la presenza di Bocchino a Palazzo Grazioli, tanto più se a colloquio direttamente con Berlusconi.

"Viene ascoltato chi è sleale" è la frase stizzita che i berluscones della prima ora ripetono all’unisono, mentre per i pidiellini più propensi alla ricucitura si tratta di un "nuovo passo in avanti" dopo i segnali di questi giorni che vanno nella direzione di uno stop alle ostilità: dal faccia a faccia di Ghedini con Fini sulle intercettazioni, a quello tra l’inquilino di Montecitorio e il ministro Tremonti sulla manovra prima del varo in Consiglio dei ministri, al ritorno a un coinvolgimento più diretto degli organismi di partito (la Consulta economica del Pdl ma anche la calendarizzazione a breve di un ufficio di presidenza e a seguire la direzione nazionale).

Questione di volontà, certo, ma anche le contingenze dell’attuale fase sono  elementi che giocano a favore di un riavvicinamento tra i due co-fondatori del Pdl, a cominciare dal senso di responsabilità che la crisi economica impone, al di là e al di sopra dei distinguo di carattere politico. E’ su questo terreno che si lavora nel Pdl anche se l’esito finale non è ancora così chiaro a giudicare dal "controcanto" quotidiano del sito bocchiniano "Generazione Italia" o le analisi del finiano professor Campi (Farefuturo). Due aspetti che nelle fila del Pdl non sono di certo apprezzati o ritenuti propedeutici a una tregua tra le parti.

Nel vertice a Palazzo Grazioli, i nodi affrontati sono quelli della giustizia: dalle intercettazioni coi finiani che chiedono il ritorno al testo della Camera, al dl anticorruzione per il quale avrebbero chiesto una corsia preferenziale nel dibattito parlamentare e dunque un inter più spedito. Ma c’è un altro aspetto sul quale la storia torna a tingersi di giallo. Secondo la versione di alcuni esponenti di area finiana, nella riunione  sarebbe stata affrontata anche la questione dell’abolizione totale delle Province, tema caro alla componente del presidente della Camera.

Una richiesta che i finiani vorrebbero inserire nel pacchetto delle misure sul contenimento della spesa pubblica previsto dalla manovra, ma che ha fatto sobbalzare sulla sedia i leghisti. I quali fanno notare come, semmai, nella manovra si parli della cancellazione solo delle Province sotto i duecentomila abitanti. Ragion per cui, oltre alla Lega semmai non è d’accordo neppure il governo che quella manovra l’ha elaborata. Non solo: Bocchino a parte, se la richiesta è stata avanzata anche da Augello – è il ragionamento delle camicie verdi – il fatto è "abbastanza grave essendo un sottosegretario, cioè un membro dell’esecutivo".

Quanto basta per capire il livello di fibrillazioni nella maggioranza e c’è da credere che su questa questione il Carroccio sia pronto a mettersi di traverso come lascia intendere lo stesso Bossi che ieri sera dopo una cena con Tremonti ha dichiarato – tra il serio e il faceto – che con questo tipo di tagli "è bene fermarsi qui. Del resto se uno prova ad abolire la Provincia di Bergamo, scoppia la guerra civile…". Ma pure su questo capitolo ci sono versioni discordanti, perché prima della cena col Senatur, ai parlamentari Tremonti (presente il premier) ha negato che nella manovra ci sia la cancellazione di alcuna Provincia ("occorrerebbe modificare la Costituzione").  Eppure, osservano alcuni esponenti leghisti, sul sito del Tesoro si parla dell’abolizione di dieci enti.

Una rassicurazione in questo senso sarebbe arrivata anche dal premier nello stesso incontro coi parlamentari, incassando l’apprezzamento del leader del Carroccio.

Berlusconi e il Pdl. "E’ la cosa più importante che ho fatto", dice il premier davanti a deputati e senatori, rimarcando l’intenzione di occuparsi di più del partito e di rinsaldare il rapporto coi parlamentari valorizzandone il ruolo nelle decisioni che la maggioranza dovrà assumere. A partire dalla manovra appena varata che ”non e’ immodificabile”, assicura lasciando intendere che qualche margine di manovra è ancora possibile.

L’altro passaggio, riguarda la calendarizzazione di incontri più frequenti coi gruppi parlamentari, uno a settimana, è l’idea del Cav. che insiste anche su un contatto più diretto tra ministri e parlamentari. Musica per le orecchie di quanti nel Pdl, a più riprese, lamentano una scarsa considerazione del loro ruolo. Berlusconi rovescia il tavolo e dice di essere "pronto ad ascoltarvi". Poi, tira giù l’agenda di lavoro da qui ai prossimi mesi: congresso tra un anno, direzione nazionale ogni tre mesi, incontri costanti coi gruppi di Camera e Senato.

Infine un nuovo invito rivolto a Casini affinchè torni stabilmente nell’alveo del centrodestra. Il Cav. gioca la sua partita, ora la palla passa al leader Udc.