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Può un vantaggio economico valere più della nostra identità?

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“Gioca con i fanti ma lascia stare i Santi”. Tra il serio e il faceto recita così uno dei detti popolari più antichi del nostro Paese. Un detto che è così sentito dal nostro popolo proprio perché affonda le proprie radici nella notte dei tempi: in quelle origini cristiane che ci appartengono nonostante il tentativo, sempre più frequente, di negarle a noi stessi e al mondo intero, dietro la scusante della modernità e della laicità della globalizzazione.

L’argomento viene affrontato ciclicamente, talvolta giungendo sulle prime pagine dei giornali in virtù delle ragioni sociali, politiche e religiose che ad esso si intrecciano. Tanto per citarne alcuni, in passato ci sono stati gli eclatanti esempi del crocifisso eliminato da alcune aule scolastiche e del riferimento alle radici cristiane nella stesura della Costituzione Europea; oggi, invece, ci si interroga sull’utilità di cancellare (di fatto, facendolo slittare) il giorno di festa dedicato ai Santi Patroni al fine di aumentare il numero di giorni lavorativi dell’anno solare, come è previsto nella manovra approvata dal Parlamento.

Gli italiani, a prescindere dal credo politico, sembrano compatti nel rifiutare questo provvedimento e lo fanno con una tale unanimità che supera ogni aspettativa, nonostante il calo progressivo in termini di fede religiosa, che al contrario è un elemento che in misura crescente caratterizza le varie comunità di stranieri ospiti nel nostro Paese. Da Milano in giù è interessante soprattutto notare che i motivi per cui gli italiani vorrebbero salvaguardare il giorno di festa dedicato ai Santi Patroni non viene giustificato come una difesa a spada tratta del giorno di ferie, bensì come una difesa della propria cultura e identità. Non una leziosità opportunistica, dunque, ma nemmeno orgoglio campanilistico fine a se stesso: piuttosto gli italiani, che da sempre sono un popolo attento alle tradizioni, non intendono cancellare loro stessi e desiderano continuare a cullare il ricordo dei bei tempi in cui, ancora bambini, potevano concedersi una giornata in più con i genitori per partecipare alla festa cittadina più importante dell’anno.

Se non fosse per la necessità di aumentare la produttività del Paese, risulta difficile immaginare che il centrodestra, che della tutela della comune tradizione cristiana fa uno dei suoi punti saldi, possa essere arrivato a prendere una decisione simile. E, a questo punto, non resta che chiedersi se il prezzo da pagare non sia troppo elevato.

Ogni decisione, si sa, è frutto di un compromesso. In questo caso, però, da una parte c'è un vantaggio economico, fondamentale in tempo di crisi, ma dall'altra c'è un elemento altrettanto importante, e cioè un pezzo della nostra identità. Oggi a Napoli si è rinnovato il miracolo di San Gennaro, che tiene viva la città da tempo immemore. Per quest'anno la festa si è salvata, visto che il provvedimento contenuto nella manovra decorrerà dal 2013. Già in passato la festa del Santo rischiò di essere cancellata, l’ultima volta nel 1964. La storia ci insegna che il martire di Benevento ha sempre ascoltato i suoi fedeli, e così è stato anche quest'anno. Perché, citando le parole di un vecchio articolo di Domenico Del Rio, “il miracolo apre una breccia ulteriore all’orizzonte, mostrandoci lo spazio del non deducibile, lo spazio di Dio”. Mettere tutto questo in discussione per motivi di opportunità contingente potrà essere anche economicamente vantaggioso, ma ad un prezzo comunque troppo alto.

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