Pur di non parlare di recessione gli strateghi di Obama s’attaccano a Rush
05 Marzo 2009
George W. Bush, Dick Cheney, Karl Rove e Donald Rumsfeld sono ormai lontani dalla luce dei riflettori? Niente paura, gli strateghi democratici hanno già trovato qualcuno da demonizzare al posto loro. Per spaventare l’elettorato moderato e, magari, sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dal gigantesco “New New Deal” obamiano che sta per trasformare gli Stati Uniti d’America in una succursale della Vecchia Europa. Il tutto, naturalmente, con il consenso – informato – della Casa Bianca e del presidente in persona.
Il “prescelto” per questa colossale operazione mediatica risponde al nome di Rush Limbaugh, da oltre 20 anni conduttore del più seguito talk show radiofonico degli Stati Uniti, universalmente riconosciuto come il più brillante ed efficace divulgatore del pensiero conservatore. Un uomo con uno stipendio da 50 milioni di dollari all’anno, il cui show va in onda su più di 650 emittenti radiofoniche e che qualcuno considera – insieme a Newt Gingrich – il vero ideatore del “Contract with America” che nel 1994 mise fine a decenni di incontrastato dominio democratico al Congresso.
L’idea di designare il buon Rush come «vero leader del partito repubblicano», secondo un informatissimo articolo scritto da Jonathan Martin per The Politico, viene in mente (lo scorso ottobre) a Stanley Greenberg e James Carville, i due spin-doctor clintoniani passati alla CNN dopo la fine dei due mandati presidenziali dell’ex governatore dell’Arkansas. Greenberg e Carville includono il nome di Limbaugh in un sondaggio pre-elettorale e si accorgono che il conduttore è estremamente impopolare con una larga fascia di popolazione, soprattutto tra gli elettori più giovani. In cerca di qualche “angry white man” per sostiture la cricca di Bush negli incubi di democratici e indipendenti, la scelta arriva in modo quasi naturale. E all’operazione vengono invitati a partecipare anche Paul Begala – un altro ex consigliere di Clinton approdato alla CNN, molto vicino a Carville – e, soprattutto Rahm Emanuel, il capo dello staff di Obama con delega ai “dirty tricks”.
Tutta la potenza mediatica (non indifferente) della sinistra viene utilizzata per far scivolare nell’opinione pubblica il messaggio prefissato: l’equivalenza di fatto tra il GOP e l’“estremista” Rush. E l’obiettivo, almeno a guardare le prime pagine dei giornali americani negli ultimi giorni, è stato pienamente raggiunto. Anzi, amplificato dal lungo discorso con cui la scorsa domenica Limbaugh ha infiammato la platea degli attivisti repubblicani alla Conservative Political Action Conference di Washington, provocando una serie infinita di reazioni positive e negative. L’incoronazione ufficiale di Rush a «capo dei repubblicani» è stata poi celebrata ufficialmente, in diretta televisiva, proprio da Rahm Emanuel.
Si tratta, secondo la grande maggioranza dei commentatori liberal, di una strategia geniale, destinata a dare i suoi frutti. Anche se qualcuno, come l’ex consigliere di Hillary Clinton, Peter Daou, non ne è affatto convinto e ha affidato all’Huffington Post le sue perplessità. Perplessità, forse, destinate a trovare altri sostenitori nei prossimi giorni, dopo la reazione dello stesso Limbaugh alla pubblicazione dell’articolo in cui veniva svelato il “complotto”. «Ho un’idea – ha detto ieri Rush ai 20 milioni di ascoltatori del suo show – se questi ragazzi sono così impressionati da se stessi, se sono così convinti di essere nel giusto, perché il presidente Obama non viene a dircelo direttamente in trasmissione? Potremmo fare un dibattito sulle idee e sulla politica. Offro al presidente la possibilità di essere ospite del mio programma. Senza staff, senza teleprompter, senza appunti, per dibattere con me dell’interventismo statale contro il libero mercato. Lo sfido ufficialmente». Non accadrà mai, sia chiaro, ma sarebbe molto, molto divertente.
