Putin accelera nella corsa al riarmo

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Putin accelera nella corsa al riarmo

17 Settembre 2007

Il 12 settembre le Forze Armate russe hanno annunciato di
aver tesato con successo una bomba non nucleare di straordinaria potenza: il
nuovo pezzo di artiglieria terra-aria avrebbe una capacità distruttiva pari a 4
volte quella della più potente bomba convenzionale americana, lanciata nel
2003. L’ordigno russo conterrebbe 7 tonnellate di esplosivo, il cui effetto
sarebbe moltiplicato dall’uso della nano-tecnologia. Il generale Rukshin ha
dichiarato che la nuova bomba permetterà alle Forze Armate russe “di proteggere
la sicurezza nazionale ed affrontare il terrorismo internazionale in ogni sua
situazione e in ogni regione”.

Lo sviluppo di tale arma fa parte a pieno titolo di un più
vasto programma di riarmo russo iniziato da diversi anni, tanto che già nel
2003 un funzionario dell’Osce raccontava che “quando dobbiamo stampare i
grafici sulle spese in armamenti dei paesi europei, il diagramma russo richiede
un foglio aggiuntivo”. Ad esempio il programma spaziale dell’agenzia nazionale
russa Roskosmos, che impiega oltre 250.000 tecnici, nel 2006 ha aumentato la sua
produzione del 14% ed ha effettuato 25 lanci spaziali, contro i 18 degli Usa,
proseguendo così un trend pluriennale volto a recuperare il gap
tecnologico-industriale con l’Occidente accumulato negli anni ’90. Il budget
ufficiale per il Federal Space Programm russo nel 2007 è stato di 942 milioni
di dollari, tre volte quello del 2002. Ufficialmente, la spesa complessiva
russa in defence procurement nel 2007
è ammontata a 11,6 miliardi di dollari, con un aumento del 28% rispetto al 2006
che ha portato Mosca a spendere in armamenti circa quattro volte quanto
spendeva nel 2000. E’ interessante notare che nella composizione della spesa
quasi la metà dei fondi è destinata all’acquisto di armamenti, mentre ben un
terzo va alla ricerca e sviluppo di sistemi d’arma: ciò significa che allo
sforzo di equipaggiare un imponente esercito continentale, sostituendo i
macchinari ormai obsoleti, si sta affiancando l’obiettivo di sviluppare autonomamente
dei segmenti ad alta tecnologia, segnatamente nel campo aerospaziale e
missilistico.

Quale obiettivo persegue il riarmo russo? Di certo non un
confronto diretto con gli Stati Uniti. La Russia di Putin non ha il potenziale economico,
demografico e scientifico-industriale per reggere una competizione globale
sullo stesso piano degli Usa. E non ne ha neanche il bisogno: basta la
guerriglia urbana irachena, la crescente flotta cinese ed il programma nucleare
iraniano a tenere più che impegnate le Forze Armate americane ai quattro angoli
del globo. Il riarmo russo serve piuttosto a sostenere la nuova “politica di
vicinato” di Mosca. Infatti, mentre la “neighborhood policy” dell’Unione
Europea affianca agli investimenti economici una politica prevalentemente di
scambi culturali, gli eredi degli zar accompagnano i business man e i
diplomatici russi in viaggio in Eurasia con qualcosa di un po’ più sostanzioso.

Per esempio, da anni le truppe russe sono in Moldova per
sostenere manu militari le
rivendicazioni secessioniste dell’enclave russa della Transnistria, e tenere
così sotto pressione l’Ucraina in bilico tra la sfera di influenza occidentale e
quella di Mosca. Nel 2007, degli hacker del Cremlino hanno mosso una mini guerra
informatica ai siti del governo filo-occidentale dell’Estonia, che aveva osato
rimuovere la statua di un soldato dell’Armata Rossa da una piazza di Tallin. Per
caso poi, il 6 agosto di quest’anno, un missile russo KH-58 in grado di sfuggire al
rilevamento radar è stato sganciato da un bombardiere SU-24 di Mosca a
nord-ovest di Tblisi, capitale di quella Georgia colpevole di ospitare una pipeline che dal Caspio sfocia nel
Mediterraneo via Turchia, sfuggendo così al controllo del Cremlino. Sempre in
Georgia la Russia
mantiene da otto anni delle sue truppe nella regione dell’Abkazia, per
sostenere le rivendicazioni secessioniste degli abkazi russofoni. Prima
dell’inizio delle ostilità gli abkazi erano la terza etnia della regione dopo
georgiani ed armeni, ed è solo con l’uso della forza che circa 300.000 georgiani
sono stati costretti a lasciare negli ultimi anni l’Abkazia, che quindi ora è
diventata una provincia a maggioranza russofona e schierata con Mosca. Per
protesta contro tale occupazione la
Nato
non ha firmato il trattato del 1999 sulle Forze
Convenzionali in Europa, del quale la
Russia
ha annunciato quest’estate la sospensione, ma tale
protesta non è servita a nulla. Né ha smosso il Cremlino la proposta
occidentale di un contingente di peace-keeping misto Nato-Russia: secondo Putin
bastano e avanzano le truppe russe per pacificare la regione, e invano Tblisi
ha chiesto in tutte le sedi internazionali il ritiro del contingente di
occupazione russo.

Per i pacifici europei tali pratiche possono risultare
incomprensibili, ma come disse quarant’anni fa un segretario di Stato americano
“a Mosca comprendono una sola logica, quella del potere, ed un solo linguaggio,
quello della forza”. Tanto che altre mosse militari di poca valenza pratica,
come la ripresa dei voli dei cacciabombardieri nucleari Tupolev o la sperimentazione
della super bomba, hanno invece un importante valore simbolico: sia sul piano
interno, allo scopo di gratificare il nazionalismo e l’orgoglio degli elettori
russi, sia sul piano esterno, per ricordare a tutti gli stati e confinanti con
il gigante russo che l’Orso è tornato, e che i suoi artigli sono affilati. E
chi ha vissuto per cinquanta o settanta anni sotto il regime sovietico è
abituato a non prendere alla leggera le minacce del Cremlino.

In questa prospettiva, Putin vuole ampliare progressivamente
il raggio di azione del dispositivo militare russo, e quindi della sfera di
influenza di Mosca: l’Economist dell’11 Agosto ricorda come “il comandante
della Marina russa ha proposto di ristabilire una presenza permanente nel
Mediterraneo, usando il Baltico e il Mar Nero (…) Per anni la base navale in
Siria è stata vuota. Il ritorno delle navi in Siria è un sogno degli ammiragli
russi e un incubo per Israele”. Tale scenario è ancora lungi da venire,
considerata l’arretratezza e la scarsità dei mezzi navali di Mosca, ma andrebbe
tenuto in seria considerazione dai governi occidentali insieme al complesso del
riarmo russo.

Come direbbe Jan Fleming, “Mai dire mai”.