Putin cerca posto nel disordine internazionale
11 Settembre 2015
Navi anfibie con equipaggiamenti militari, carri armati, blindati e artiglieria pesante. Marines sul terreno e copertura dal cielo. Così Vladimir Putin entra a gamba tesa nel ginepraio siriano per garantire una ridotta agli Assad che controllano ormai solo un terzo del Paese stremato da anni di guerra civile e invaso dai fascisti islamici.
E’ una testa di ponte che a detta degli esperti permetterà a zar Vlad di sedersi comodamente all’eventuale tavolo delle trattative sul futuro della Siria, garantendosi per prima cosa lo sbocco strategico di Tartus, nel Mediterraneo, e guadagnandosi la stima incondizionata di Teheran. Scrive Carlo Jean sul Messaggero che grazie a Putin può restare intatta quella “mezzaluna sciita” che va dall’Afghanistan agli Hezbollah, un arco ben poco pacifico che ha tradizionalmente compreso gli alawiti siriani.
Sul Sole 24 Ore, Alberto Negri ricorda che non è la prima volta che Putin ci prova, «due anni fa Mosca, sostenuta dal Vaticano, ha usato la diplomazia per salvare Obama da se stesso quando Washington era pronta a bombardare l’esercito di Assad» per la vicenda delle armi chimiche usate probabilmente dal regime di Damasco. Oggi siamo arrivati alla situazione opposta, con le armi chimiche in mano al Daesh che le starebbe usando al confine tra Siria e Iraq. Così, Putin sostituisce ai corpi consolari quelli muscolari e manda gli Spetsnaz a puntellare Assad.
Il bello è che Putin rischia di farci un favore, se è vero che un tonfo plateale di Assad aprirebbe le porte a «ondate bibliche di profughi verso l’Europa con contraccolpi in tutta la Regione, dalla Turchia, all’Iraq, dal Libano, alla Giordania al Golfo,» scrive Negri. Si ripropone allora una domanda che ci eravamo già fatti mesi fa. Al di là dei pro o contro Putin, di Salvini, dei viaggi di Silvio e delle campagne incensanti del Giornale, al di là di chi teme il revancismo di Mosca, il problema resta sempre quello: capire che ruolo sta giocando l’ex agente del KGB. Quale posto vuole occupare nello scenario internazionale.
Dal nostro modesto osservatorio continuiamo a credere che Vlad in Medio Oriente (e altrove) si stia limitando a coprire il vuoto cosmico della politica estera europea, e quello, ben più grave perché inedito, che ci viene consegnato dai due rovinosi mandati della presidenza Obama, almeno per quanto riguarda la politica estera. Davanti a un Occidente che in Siria e Medio Oriente non sa che pesci pigliare (l’opposizione interna siriana è sempre stata troppo debole per rappresentare un’alternativa al regime, figuriamoci al Daesh), la Russia fa il suo interesse nazionale e si riposiziona a livello internazionale, non accontentandosi più del cortile di casa ma giocando su tutti i tavoli.
Putin compie una scelta chiara, riprendendosi la scena davanti agli occhi neanche troppo attoniti delle opinioni pubbliche occidentali ormai abituate al soft power obamiano. Del resto gli Stati Uniti hanno dimostrato di avere un approccio molto più cauto e dialogante di quanto si predicava dopo l’invasione della Crimea e dell’Ucraina, pensiamo al viaggio fatto dal vicepresidente Biden in Russia nel maggio scorso e alle strette di mano con Lavrov; è lo stesso Biden che cresce nei sondaggi per le primarie democratiche e che se pure non schierato ufficialmente viene ormai definito una valida alternativa all’eventuale fiasco Clinton.
Del resto non fu proprio Obama all’inizio dell’epopea della mano tesa a chiedere un “reset” con Mosca? A distanza di anni, si rafforza l’idea, non balzana, che l’orso russo e il boia Assad siano il “male minore” rispetto al “male assoluto” del Daesh.
Dario Fertilio, scrittore e giornalista da sempre attento alle vicende internazionali, prova a inquadrare la vicenda da un altro punto di vista sulla rivista “Libertates”: l’antislamismo di Putin è un po’ come l’antifascismo di Stalin, un film già visto, il tentativo del Cremlimo di autoaccreditarsi e coinvolgere le democrazie occidentali. Per Fertilio, ne abbiamo discusso ieri pomeriggio, «l’ideologia nazional-comunista è la matrice di tutti gli estremismi postsovietici e postcomunisti e il regime autoritario di Putin si regge su quella ideologia,» anche se «la politica estera russa ha un suo grado di autonomia e, al limite, anche una sua legittimità». In Siria Putin occupa spazi che abbiamo lasciato vuoti, appunto.
Se è per questo, nel recente passato Vladimir ha provato a occupare anche altre caselle, con i sauditi, per esempio, che però hanno risposto picche (vallo a spiegare al mondo sunnita un accordo con il bulldozer della Cecenia), e adesso con Teheran (il Telegraph se è per questo ci mette anche il Pakistan…). «Putin vorrebbe essere Stalin ma non è ha la forza,» sostiene Fertilio, «però ci prova. La verità è che la potenza della Russia di oggi non è paragonabile a quella militare e all’ascendente politico globale che aveva l’Unione Sovietica».
«Durante la Seconda guerra mondiale può aver fatto comodo che i sovietici indebolissero il fronte nazista,» prosegue Fertilio, ma dopo la guerra capimmo che aver ceduto a quello schema significava solo abbandonare una larga parte dell’Europa all’influenza sovietica. «Il virus totalitario non si può combattere con un altro virus. In questo senso, rifiutandosi di scendere sullo stesso terreno dei Putin e degli Assad, Obama ha mantenuto un minimo di lucidità, pur con tutte le contraddizioni di questo presidente, che normalizza i rapporti con l’Iran per poi scoprire che il ponte aereo russo in Siria lo garantisce Teheran». Un classico dei mullah atomici, gli tendi la mano e si prendono il braccio.
Occhio però a non fare di Putin una fissazione, perdendo di vista il quadro complessivo. Altri avrebbero dovuto muoversi per fermare l’orda islamista e invece hanno fatto molto meno del minimo sindacale. Almeno a seguire la grande stampa, infatti, non c’è consapevolezza della partita che sta giocando la Turchia, un Paese membro della NATO che in Siria ha combattuto con le mani legate dietro la schiena, ritardando il più possibile il suo intervento e limitandolo alle zone considerate a rischio nel Kurdistan.
Fertilio prova a spiegarla così: «C’è stato un momento, quando Erdogan era al suo apogeo, in cui la Turchia aspirava a diventare una potenza regionale erede dell’Impero ottomano, e come tale aveva aperto un processo di islamizzazione al suo interno ma anche all’esterno, verso tutti i Paesi che avrebbero potuto rientrare nella sua sfera di influenza, cominciando dall’Egitto di Morsi». L’ambizioso progetto di Erdogan alla fine «si è rivelato inconsistente», Morsi è caduto e gli altri Stati arabi non hanno abboccato.
In più, si è aggiunta «la variabile imprevista dei curdi che hanno catalizzato un’opposizione che alle ultime elezioni è andata al di là delle aspettative, togliendo a Erdogan la maggioranza assoluta e complicando la situazione sul piano interno». Al momento, dunque, «la Turchia sta giocando una partita in difesa dopo aver fallito nel suo sogno neo-ottomano,» è un alleato «riluttante» della NATO pur continuando a farne parte. «Un Paese importantissimo per l’Occidente che tuttavia gioca in proprio e si limita a colpire gli obiettivi che gli sono utili».
Gli Stati Uniti avrebbero potuto forzare la mano ad Ankara, avrebbero potuto intervenire con più decisione quando Assad non si era ancora trasformato nell’ultimo argine ai fascio-islamisti, ma sopratutto avrebbero dovuto dimostrare ben altro carattere davanti al revival nazional-comunista di Putin. La storia però non si fa con i se. Obama ha pensato di traghettare la superpotenza Usa nel Pacifico e invece come i suoi predecessori è affondato nella palude mediorientale.
Tornando quindi e in conclusione all’America, chiediamoci allora quali sono le reali prospettive sul futuro della democrazia a stelle e strisce e il suo impegno internazionale. Sembrerebbe che l’uomo forte dei sondaggi, Donald Trump, possa non solo sfidare ma anche ambire a vincere la sfida con i vari Clinton, Sanders o Biden, se non fosse che a sentirlo uno poi si chiede ma quale idea di politica estera ha il chiomato candidato dell’Elefantino? Lo saprà dove sono Aleppo e Latakia? Qualcuno gli avrà spiegato di Tartus?
«Dobbiamo sperare in una vittoria dei Repubblicani,» dice Fertilio, «che riporti l’America al suo posto, bisogna sperare che arrivi un presidente in grado di ridare slancio alla politica estera della NATO e dei Paesi democratici». L’ideale resta «una alleanza delle democrazie che vada al di là delle strettoie dell’Onu e che sia in grado di intervenire negli scenari di crisi,» un’Alleanza Atlantica a trazione Usa capace di rimettere i celebri "boots on the ground". Certo aver messo a suo tempo gli scarponi in Iraq ha provocato danni gravissimi. Non averli messi in Libia altrettanto. Abbiamo capito che i raid aerei in Siria non fermano i fascisti islamici, ma di affrontare il nemico sul terreno non se ne parla, daremmo l’impressione di essere una forza occupante, ha detto nei giorni scorsi Francois Hollande.
Discorso che evidentemente non vale per Putin, il quale, «avendo costruito un regime autoritario, può fare quello che gli pare». Anche entrare in Siria per il gusto di sparigliare.
